Jazzitalia - Dino Betti Van Der Noot: September's New Moon
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Dino Betti Van Der Noot
September's New Moon



Sam Production (2011)

1. September's New Moon
2. When Love Falls
3. Bluesea
4. A Muse in Wonderland
5. To Those Who Loved Us -To those Who'll Love Us

Dino Betti Van Der Noot - composizione, arrangiamenti
Ginger Brew, Sofia Woodpecker: voce
Alberto Mandarini, Alberto Capra, Gianpiero Lo Bello, Marco Fior, Luca Calabrese - tromba, flicorno
Humberto Amesquita, Carlo Napolitano, Francesca Petrolo - trombone
Gianfranco Marchesi - trombone basso
Francesco Bianchi - sax alto, clarinetto
Sandro Cerino - dizi, piccolo, flauto, flauto alto, clarinetto, clarinetto basso, sax alto, sax soprano
Giulio Visibelli - banzuri, flauto, flauto alto, sax tenore, sax soprano
Gilberto Tarocco - flauto, clarinetto, sax baritono
Claudio Tripoli - flauto, sax tenore
Vincenzo Zitello - arpa
Luca Ventimiglia - vibrafono
Emanuele Parrini - violino
Alberto Tacchini - pianoforte
Matteo Corda - live electronics, sound programming
Gianluca Alberti - basso elettrico
Stefano Bertoli, Tiziano Tononi - batteria, percussioni


Parte piano "September's New Moon". Una tastiera accenna il tema, suoni sospesi, che si avvicinano e si allontanano con un effetto alone. La parola passa ai solisti che improvvisano contemporaneamente, elaborando una sequenza tanto libera quanto controllata dal band leader. Apparentemente è un fluire di suoni contrastanti e spontanei, ma sono targati inequivocabilmente Dino Betti: si avverte chiaramente il "marchio di fabbrica"del compositore milanese. Tutto fila secondo un canovaccio conosciuto a memoria, anche se eseguito magari per la prima volta. L'orchestra riesce a interpretare le indicazioni del leader e a suonare naturalmente, dimenticandole. Ogni movimento contiene qualche sorpresa, un misterioso passaggio segreto che i musicisti dell'orchestra nascondono piuttosto che sottolinearlo. Così il primo brano staziona su un tempo abbastanza stabile. Sono gli interventi dei musicisti protagonisti a portare altrove la musica, pur rimanendo dentro la filosofia del titolo stesso.



"When Love Fails" comincia con un temporale elettronico e altri effetti sonori di preparazione a un qualcosa che deve accadere. Non si sa quando, ma succederà, lo si intuisce. Il clima è calmo, ma la tensione diventa palpabile. Si apre un assolo in simultanea, ma su tre piste parallele, di tromba, vibrafono e pianoforte, mentre il basso elettrico marca un tempo quasi regolare. Dopo una sortita del violino di Emanuele Parrini, per incanto esce fuori la voce calda di Ginger Brew. La batteria continua un suo discorso solistico in un angolo ben illuminato. Gli altri proseguono nella loro interpretazione personale, percorrendo direzioni autonome, miracolosamente congruenti. A un certo punto le linee convergono, si percepisce un lavoro di sezione e il brano va avanti più "in the tradition. Si fa per dire, perché Tacchini, ostinatamente, riprende la sua strada divergente con l'esecuzione di grappoli di note staccate, mentre la ritmica si impadronisce del finale della ballad. E quest'ultima è una definizione da intendere decisamente in senso lato.

"Bluesea" ha la (in) solita introduzione atmosferica, che ricorda analoghi incipit di Joe Zawinul, con le dovute distinzioni. Quando si manifesta un tema blues, perché si rivela chiaramente il motivo, i fiati si sistemano come sezione, e basso e batteria tengono il tempo. Ha dell'incredibile questo ritorno alla normalità, ma non (dis)illudiamoci: dal cilindro Betti tira fuori ancora assoli contrastati, di due, tre strumenti per volta e prepara un finale free, incredibilmente melodico, tanto libero quanto lirico.

"A Muse in Wonderland" si configura, come del resto la maggior parte delle composizioni, come il labirinto di un luna park, in cui, però, c'è qualcuno che guida e sa l'itinerario per uscirne. Ogni porta a specchio riflette mondi diversi e apparentemente contrapposti. L'orchestra, infatti, non suona quasi mai come tale, ma si impongono le voci di ispirati solisti che aprono scenari e spazi inconsueti in cui è "dolce" perdersi. Fra gli altri, Sandro Cerino al flauto imperversa con un eloquio in stile anni settanta, proiettando il pezzo dal passato al futuro e viceversa. Anche perché in alcuni momenti usa il dizi, uno strumento antico cinese. Da non trascurare il duetto fra Mandarini e Lobello, due che spingono volentieri le loro trombe sugli acuti, qui rilassati, resi meditativi dal contesto, in positivo certamente.

"To Those Who Loved Us -To those Who'll Love Us" è letteralmente pirotecnica. I fuochi artificiali cominciano con un'orchestra in cui suonano tutti. Poi vengono fuori i solisti con un accompagnamento spesso limitato a numero di strumenti. Cambiano tempo e colori e fra le altre trovate si segnala un duetto "bluey" fra Cerino e il violino di Parrini. Ad una svolta imprevista si scatena un trascinante dixieland e Calabrese con la sordina wah wah subito dopo impreziosisce il tutto con un intervento entusiasmante. Successivamente scende la quiete e i ricami degli strumenti elettrici siglano la parola fine ad un grande pezzo di un, peraltro, grande disco.

Non ci sono esitazioni: questo è il capolavoro di Dino Betti van der Noot. Dopo aver inciso dischi sempre importanti e giustamente premiati con riconoscimenti, come il precedente "God Save the Earth" il compositore milanese licenzia un Cd oltremodo meritevole per almeno due ragioni: la prima, perché concilia al meglio la cura e meticolosità nella scrittura e nell'arrangiamento con la più ampia libertà lasciata ai solisti; in secondo luogo, perché ogni musicista non suona la propria musica, ma contribuisce in ogni frangente a costruire la musica di Dino Betti. I voli, le spinte stilistiche in avanti, derivano dai suggerimenti o semplicemente dalla consapevolezza di far parte di questo progetto e dalla volontà, da parte di tutti, di giustapporre tassello dopo tassello per comporre il mosaico immaginato dalla fervida fantasia del band leader.

Il metodo di lavoro può essere avvicinato a quello delle orchestre di musica improvvisata? Solo in piccola parte. Qui la struttura domina, implicitamente ed esplicitamente. Non è conseguita "in divenire". Nulla è lasciato al caso, semmai è il caso che è incanalato nella struttura. I musicisti possono correre in avanti o guardarsi alle spalle, ma non è permesso loro uscire fuori da determinati binari, anche a passo largo e distanziato, senza che questo gli sia comunicato chiaramente in anticipo. Si sa come ci si deve muovere razionalmente e d'istinto. I dialoghi a due o più voci sono governati dal rispetto per la forma sottostante. Non c'è l'intenzione di superare un limite concordato, mai. Certamente questa musica deve qualcosa a Gil Evans, a Joe Zawinul e il disco si può apparentare con analoghi lavori di Maria Schneider.

"September's New Moon", però, ha un tale livello di originalità, nel procedimento, nelle idee, nella confezione, da collocarsi come un modello a cui altri potranno in futuro ispirarsi o riferirsi, non solo nel nostro paese.

Gianni Montano per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 11/12/2011

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