In accordo musicale con quattro fra i migliori jazzisti italiani Miles
Griffith propone un'opera nella quale, già per il titolo, si potrebbe intuire
la non troppo sottile intenzione del vocalist di dar luogo ad un evento segnato
in qualche modo da un sincero approccio a toni sorridenti, ironici e giocosi. In
questo, sia chiaro, nulla di male, anzi: spesso le blue notes di questi tempi
convergono in interpretazioni seriose, accademiche e talvolta noiose, prive di originalità
e "sense of humor".
Nella vocalità del Nostro s'incontra blues, si odono chiaramente le origini
del genere così come i fraseggi tipici del jazz contemporaneo. Lo stile appare comunque
alquanto distante dalla vocalità tradizionale: Griffith canta inserendo onomatopee
e vocalizzi, tesse incursioni fonetiche divertite, secondo un uso che potrebbe ricordare
l'estro brioso di un
Mark Murphy
o di un Eddie Jefferson.
Il tentativo sembra quello di oltrepassare i limiti dello scat,
avventurandosi con sicura esperienza in paesaggi sonori caldi, in continuo borderline
fra tradizione e modernità. Pregevole il tentativo. Interessante questo uso così
poco convenzionale della voce, spesso usata come strumento a percussione in oscillazioni
appassionate tra interventi – sempre coerenti, impeccabili, eleganti – di sax o
piano o tastiere; prestazioni energiche che risentono delle forme culturali proprie
del luogo da cui egli proviene, Brooklyn.
Però… ma tanta pirotecnia in quale direzione può condurre chi ascolta?
L'esplosività vocale di Griffith rifugge per natura toni gravi, le sue corde
non danno luogo a quella pastosità che può convincere fino in fondo, resta spesso
in equilibrio provvisorio fra le ottave più alte, non possedendo o non volendo marcare,
forse, capacità dilatative verso quelle più basse.
Pur essendo il timbro nitido, corre il rischio di apparire poco "rotondo":
l'impatto, allora, può risultare non del tutto coinvolgente; quello scat
anomalo intenderebbe esplorare tutte le potenzialità della "sillabazione", ma talvolta
lascia perplessi. Questa vocalità gioiosa, solo apparentemente ingenua, in realtà
appare fin troppo studiata, un po' troppo spesso autocompiaciuta e, alla fine, uguale
a se stessa.
Sarebbe in ogni caso riduttivo parlare di questo album senza sottolineare
le performances di
Max Ionata,
di Tony Pancella, di
Aldo Vigorito,
di Pietro Iodice,
ognuno dei quali dà magnifica prova di sé quando chiamato al solo o quando impegnato
nell'accompagnamento. In Here's That Rainy Day
il soprano di
Ionata, senza ricorrere ad ardimentose improvvisazioni, ci dona
un solo raro per tecnica ed intensità; in
Domingo, il piano di
Pancella offre una sensibilità espressiva densa di coloriture, seguendo un linguaggio
musicale di piacevole modernità, estremamente attento al contrappunto con lo
scat un po' frammentario di Griffith; sempre puntuali e mai "fuori le
righe" Vigorito
e Iodice:
ottimo il loro lavoro in Autumn
in New York, un evergreen che sinceramente il Nostro avrebbe potuto
trattare con maggiore attenzione e minore ricerca (fine a se stessa) del vocalismo
originale a tutti i costi: quando si sceglie il confronto con spartiti quali quelli
presentati da questo cd (I mean
you e We see
di Monk, Life in the city
di J. Heath, Too high
di Stevie Wonder, e le tre pièces sopra citate) forse potrebbe essere più
prudente il dedicarsi meno all'esplorazione delle possibilità che i pentagrammi
possano offrire al canto e, a parere di chi scrive, di più allo spazio riflessivo
che brani di tale caratura lasciano, per loro natura, ad una ricerca cromatica ed
improvvisativa scoperta e non di rado resa indimenticabile da generazioni di musicisti.
Fabrizio Ciccarelli per Jazzitalia