Jazzitalia - Recensioni - Alexander Hawkins Ensemble: Step Wide, Step Deep
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            COLI Alessio (sax)
            DI VEROLI Angelo (batteria)
            FABBRINI Franco (contrabbasso)
            FUMO Marco (piano)
            GALATRO Francesco (contrabbasso)
            LI VOTI Dario (batteria)
            MENEGOTTO Mauro (batteria)
            MUZZU Manuel (basso elettrico)
            NASONE Antonio (chitarra)
            PANTALEO Gianluca (basso e contrabbasso)
            PANTIERI Filippo (piano)
            PILATO Frank (chitarra)
            PISANELLO Donatello (chitarra)
            RAVERA Leo (piano)
            RONCA Marco (piano)
            SPARTà Gaetano (pianoforte)
            VIGNALI Michele (sax)
Alexander Hawkins Ensemble
Step Wide, Step Deep



Babel (2015)

1. Step Wide,Step Deep/Space of Time Danced Thru
2. Forgiven Only Words Once
3. MO (-Ittoqqortoormiit)
4. Listen/Glow
5. Advice
6. Assemble/Melancholy
7. Baobab Constellation

Alexander Hawkins - piano/composer
Otto Fischer - guitar
Shabaka Hutchings - clarinet, saxophone
Neil Charles - bass
Dylan Bates - violin
Tom Skinner - drums


Alexander Hawkins è uno dei personaggi più interessanti del jazz inglese più di tendenza. Partner abituale di Louis Moholo, di Evan Parker, fra gli altri, è conosciuto in Italia principalmente per la sua partecipazione al disco di Roberto Ottaviano dedicato a Steve Lacy "Forgotten matches", uscito nel 2015. Oltre a queste illustri collaborazioni, Hawkins è leader di un suo sestetto con cui pubblica questo "Step wide, step deep", a distanza di due anni da "All there ever out", inciso sempre per la Babel Label. In realtà del gruppo precedente non è stato confermato nessuno. Il pianista britannico, infatti, ha riunito attorno a sé stavolta un ensemble nuovo di zecca dalla conformazione eccentrica, con chitarra, violino e clarinetto accanto ad una sezione ritmica consueta, nello strumentario almeno. La musica del compositore di Oxford mantiene costanti i caratteri della sorpresa, dell'imprevedibilità. I brani iniziano in una certa maniera, ma poi seguono tracciati tortuosi, zigzaganti, si modificano e si trasformano in corso d'opera, con variazioni di tempo, di ritmo e di intensità. Nella musica di Hawkins si colgono potenti agganci alla lezione di Monk, oltre a licenze proprie del camerismo-free, ad elementi post rock, a qualche richiamo lontano all'etno folk, il tutto frullato insieme e amalgamato secondo una regia sapiente e inventiva.

Nei sei episodi non sempre sono impiegati contemporaneamente tutti gli strumenti. Si alternano sequenze collettive ad altre dove si procede in duo o in trio. Gli assoli si materializzano, così, all'interno di un'esposizione tematica multiforme, come espansione divergente degli stessi motivi. In un certo modo ai musicisti viene concessa libertà di azione dentro ad un reticolato a maglie larghe, dove sono stabiliti a priori punti di incontro, linee di separazione e stadi di ripartenza in comune. Siamo lontani, cioè, dal clima tipico delle sedute di improvvisazione totale, dove, spesso, si procede a braccio senza un traguardo preciso da raggiungere. Qui la mano del leader si avverte chiaramente e guida la band a costruire un jazz caratterizzato da molti riferimenti, adeguatamente metabolizzati e dotato, comunque, di una fisionomia definita e di una prepotente originalità.

Con questo album Alexander Hawkins, ben assistito da un sestetto di grande compattezza, dove brilla in particolare il clarinettista Shabaka Hutchins, si impone come una personalità fra le più stimolanti e ricercate del jazz europeo attuale.

Gianni Montano per Jazzitalia







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Data pubblicazione: 26/04/2017

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