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Oasis - 2006

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Stones


1. Syeeda's Flute In Wonderland
2. Stones
3. Islamic Spires
4. Red Cap & The Bad
5. L.A.P.D.
6. Terra Nuda
7. Reaching The Holy Land
8. Get Coltranized
9. Floppy Generation Blues

Max 'mbassadò' Marzio - Voce
Roberto Magris - Piano, Hammond
Luca Boscagin - Chitarra
Paolo Andriolo - Basso
Paolo Prizzon - Batteria



La premessa è buona ed effettivamente feconda: nomi illustri sono cresciuti puntando sull'amalgama di Rap e Jazz, operazione senza dubbio interessante da più punti di vista. Basta citare i carismatici Us3, o magari il più freddo Keith Elam (in arte Guru), ed è subito chiaro come la carne al fuoco sia tanta e prometta notevoli risvolti, in un ambito di lavoro che vede collimare due momenti musicali diversi nella dimensione temporale, eppure molto stretti nell'ambito culturale che li ha prodotti - anche considerando solo che entrambi sono originariamente frutto di una minoranza sociale.

Il lavoro di questo quintetto rientra in tale discorso: i nove brani proposti toccano in più punti le tappe obbligate degli stilemi Rap (senza riferirsi alla scontata tecnica vocale) e delle soluzioni del Jazz-Funk "easy listening" degli ultimi 20 anni. Costruiti su una ritmica ferrea ed inesorabile, su cui si appoggiano le armonie e si sviluppano i testi, si caratterizzano per un sound morbido, caldo, sfruttato al massimo dalle tastiere e dalla chitarra, così da conferire nell'insieme un sapore molto Lounge, trascinante, risultando però limpido e perfettamente leggibile. E su tutto domina sicuramente un notevole feeling generale ed un senso del tempo ammirevoli, per cui certo non si può dire che venga a mancare il groove.

Gli elementi costitutivi di tanta solidità ritmica sono in gran parte dovuti alla precisione metronomica di Paolo Prizzon, che riesce a mantenere perfettamente marcato il beat pur concedendosi libertà espressive, ma soprattutto sono da ricercarsi all'interno dell'interessante lavoro di Roberto Magris, che qui usa il piano quasi più come strumento ritmico che armonico, contenendosi nel dare gli accenti giusti, a smuovere le acque portando colore là dove c'è ne bisogno.

Tuttavia "Stones" non convince del tutto, non riesce a farsi ascoltare senza intoppi. Il limite principale sta nel rapporto fra la voce e gli strumenti. Sembra infatti che le parti vocali siano semplicemente sovrapposte alla base dei musicisti, quasi un'aggiunta opzionale, piuttosto che una vera e propria caratteristica fondante; ciò che dovrebbe quindi essere elemento distintivo appare così un po' freddo e distaccato, poco più che non necessario. Di conseguenza la lettura è interrotta, e non concede l'impressione di un capo e una coda al disco: accanto alla bontà dell'idea e del materiale proposto si sente la carenza di un arrangiamento complessivo più sintetico. Fortunatamente i nostri confezionano lo stesso alcune buone hit, con cui centrano il bersaglio anche se, appunto, solo localmente, circoscritti a singoli brani: è il caso di "Islamic Spires" o "Red Cap & the Bad Loop", ma anche della più espressiva e libera "Reaching the Holy Land".
Achille Zoni per Jazzitalia




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Data ultima modifica: 11/02/2008

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