Jazzitalia - Recensioni - Marco Cappelli’s Italian Surf Academy: The American Dream
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Storica decisione della ECM: la prestigiosa etichetta di Jazz e Musica Contemporanea rende l'intero catalogo disponibile in streaming sulle piattaforme digitali più diffuse.

"The Great 78 Project", digitalizzate 25mila vecchie registrazioni, rese gratuite per il download.

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            CALIGIURI Francesco (sax)
            COLI Alessio (sax)
            D'AVERSA Vanessa (arpa)
            DILIBERTO Silvana (voce)
            DIMONTE Pippi (contrabbasso)
            FABBRINI Franco (contrabbasso)
            FINOCCHIARO Franco (contrabbasso)
            GAETA Walter (pianoforte)
            INTUITION QUARTET (gruppo)
            LEOFREDDI Antonio (viola)
            MAZZA Giovambattista (chitarra)
            MILONE Federico (sax)
            RAVERA Leo (piano)
            ROBERTO Davide (percussioni)
            SILVA JOLY Raquel (chitarra)
            SIRAGUSA Nino (chitarra)
            THE JIM DANDIES (gruppo)
            VISCARDI Paolo (chitarra)
Marco Cappelli’s Italian Surf Academy
The American Dream



Avant Mode Records (2012)

1. Django
2. Cinque Bambole
3. The Sundown / San Antonio Mission
4. Deep Deep Down
5. Tiffany Sequence
6. Blood And Black Lace
7. Sesso matto
8. Drivin Decoy
9. Secret Agent Man
10. Eva Kant postlude

Marco Cappelli - electric guitar
Luca Lo Bianco - bass guitar
Francesco Cusa - drums, percussion
Gaia Matteuzzi - vocals


A sdoganare i film di "serie B" degli anni Sessanta-Settanta è stato inequivocabilmente il regista Quentin Tarantino con le sue dichiarazioni d'amore per gli spaghetti western, per l'horror, la commedia e i polizieschi prodotti a Cinecittà e per le citazioni d'autore in diverse sue pellicole. Marco Cappelli riprende un florilegio di colonne sonore di quel periodo nel progetto denominato "Italian surf academy". Ci sono tutti i più importanti compositori di musiche per il cinema di quell'epoca in elenco: da Piero Umiliani ad Armando Trovajoli, da Riz Ortolani al grande Ennio Morricone, riproposti con deferenza e rispetto, come si legge nelle note di copertina. Il riguardo non esclude la facoltà di interpretare piuttosto liberamente quelle musiche, tanto care al leader del trio e legate a suoi ricordi d'infanzia.

Il chitarrista napoletano cura innanzitutto l'aspetto timbrico. Si ondeggia fra suoni secchi e magri in puro stile sixties, a nuances vagamente hawaiane. Si passa da distorsioni hard rock ad arpeggi con effetti eco, un po' sulla falsariga di come opera Marc Ribot, rimanendo comunque sempre su un piano personale. I brani si sviluppano partendo da climi di chiara impronta vintage per spostarsi in avanti verso atmosfere rockeggianti o noise decisamente contemporanee. I salti stilistici avvengono con un procedimento che evita gli strappi temporali, ma assimila ogni elemento in un discorso coerente e privo di squilibri. Accanto a Marco Cappelli, Lo Bianco e Cusa rappresentano una ritmica aperta a far sentire la patina del tempo su queste musiche e alternativamente a proiettare le stesse nell'attualità del sound metropolitano downtown newyorkese. Il batterista, abitualmente impegnato nell'avanguardia in contesti più avanzati, dimostra di saper entrare in un ambiente musicale sicuramente più abbordabile all'ascolto. Quello che conta, in fondo, è la profondità dell'ideazione.

Il bassista è un perfetto alter ego del percussionista; anche lui sa andare nel passato e ritornare al futuro con il suo basso elettrico, dimostrandosi duttile e preciso. E' ospite in due pezzi la vocalist Gaia Mattiuzzi, semplicemente irresistibile nell'ansimare e modulare i sospiri in "Sessomatto" e archeologicamente e filologicamente (im)pertinente in "Deep deep down".
Ci sono due intrusi nel repertorio filmografico: l'original "Eva Kant" e l'unico pezzo a firma di autori statunitensi "Secret agent man". Si distingue, in particolare, fra gli altri il brano tratto da "Il buono, il brutto e il cattivo". I tre strumenti creano inizialmente una tensione spasmodica verso una risoluzione finale che tarda ad arrivare con una relativa indipendenza di percorso fra effetti e colpi in controtendenza, uno di fronte all'altro. Poi si passa ad un clima fra l'hard rock e il free piuttosto caotico. Infine la chitarra con dolci riverberi svela il motivo in modo sommesso ed essenziale.

Rispetto all'elefantiaca raccolta "Filmworks" di John Zorn, dedicato al cinema con ambizioni sicuramente diverse, ma che spesso si riduce ad una rilettura quasi letterale di motivi conduttori di film più o meno noti, siamo in presenza di un programma più circoscritto e definito. Ad un primo esame può sembrare un disco leggibile e "leggero", ma ad un ascolto più attento, questo "The american dream" rivela tutta la sua polpa, la sua consistenza.

Gianni Montano per Jazzitalia
 







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Data pubblicazione: 07/04/2013

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