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Il 27 febbraio del 1997, a conclusione del tour in Germania, Michel Petrucciani si esibì in uno dei templi europei della musica, l'Alte Oper di Francoforte: il doppio cd rimasterizzato a 24 bit dalla Dreyfus e da poco pubblicato propone per la prima volta l'integrale dello straordinario concerto, a 10 anni esatti da quell'evento che entusiasmò il pubblico e la critica, e che ora finalmente ognuno può avere occasione di vivere nella sua inimitabile pienezza, umana ed artistica.
Di Petrucciani si è ascoltato molto, si è scritto molto, molto ci si è dilungati sulla magnifica tecnica e sull' impareggiabile creatività che ne hanno segnato il percorso stilistico. Bene, il discorso non può dirsi concluso senza aver ascoltato The Complete Concert in Germany, una delle prove più intense del pianista e dell'uomo Michel, un'anima, quella sera, aperta, dischiusa anzi, nella volontà di suonare ciò che a lui stava più a cuore, che più era nelle tastiera del suo Steinway, brillante come le emozioni che intese sussurrare – com'era nel suo modo d'essere – a chi ebbe la fortuna di vederlo danzare come un elfo dalle dita veloci intento a sillabare le sue canzoni, a dispetto dell'handicap fisico che lo portò di lì a poco alla morte.. Per la serata scelse 20 brani, propri e d'altri, che narrano la sua storia intima, tormentata quanto felice, inquieta e serena, attraverso voci d'entusiasmi e di bellezze profonde, senza artifici retorici, senza desiderio alcuno di ammaliare il pubblico con gesti istrionici o improvvisazioni accattivanti, animato dalla passione di vivere ed interagire con la platea, come vitale cantore d'ogni sentimento. Quasi geniale il modo con cui riuscì a legare con disarmante semplicità un brano all'altro, una variazione ritmica ad un passo emozionale, un sincopato ad una jam per mano sinistra (Lenny Tristano, anche, nel suo cuore), un tango ad un excursus nell'introspezione più spontanea – tipica della sua lettura delle note – sul plot di "Caravan" o di "Besame Mucho", in un'esibizione discreta e solare, che non trovò pause né incertezze, che spaziò in tutto ciò che Michel riuscì ad immaginare in quella notte di febbraio, e che ancora può incantare per il pathos e la leggerezza pensosa del fraseggio; bop, largo maestoso, cadenzato in ritmi latini o swing, non importa. Ciò che ebbe vita, vita l'ha tuttora. Non è passato un istante da quel concerto, solo 10 anni che ne hanno, se possibile, amplificato la bellezza disarmante, 20 passi poetici, 20 racconti di vita, magici e luminosi, che ancora cadono incantevoli e perfetti tra le emozioni di chi ascolta. Liberando il nucleo essenziale della melodia in modo meticolosamente antispettacolare, Petrucciani dimostrò ancora la propria abilità nel dissezionare l'accordo, ridisponendolo alla ricerca di risonanze profonde, intime, di echi introspettivi secondo quel suo mood tutt'altro che ermetico, semmai a volte crepuscolare e sensuale in sommesse ballads; uno stile mai aggressivo o formalmente rigido, anche negli andamenti hardbop, un approccio raffinato ed armonicamente libero, in continua e spontanea evoluzione. Tale appare nelle reinterpretazioni di Ellington, delle cui concezioni teoriche fu intelligente ed innovativo seguace, estraneo alle sonorità ridondanti e all'appiattimento delle amplificazioni, secondo un linguaggio non di rado "orfico", robusto e tenero, plastico ed incisivo nel ricordo dei molteplici esiti raggiunti dal cantore di Washington nell'àmbito del jazz, inteso nel modo più ampio. La vicenda umana di
Michel
si è conclusa: rimarranno per sempre la sua gentile lezione, il suo entusiasmo
nell'indagare le possibilità espressive offerte dai tanti pentagrammi che intese
esplorare, gli originali accostamenti di colori, trame e contrasti, in quell'indimenticabile
respiro ampio e geniale che ne segneranno indelebilmente il ricordo.
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