Jazzitalia - Giovanni Guidi Quartet: The House Behind This One
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Cam Jazz – CAMJ 7811-2
Giovanni Guidi Quartet
The House Behind This One


1. Walter's Mistake
2. Frankie Bear
3. The House Behind This One
4. Quizas Quizas Quizas
5. Peace Treaty/peace Warriors
6. Bubbles
7. Johnny Staccato
8. Cake For The Count
9. Indian Summer
10. You Are Here

Giovanni Guidi - pianoforte
Dan Kinzelman - sassofono tenore
Stefano Senni - contrabbasso
Joao Lobo - batteria

 




CAM JAZZ is a label of the KEPACH group
KEPACH Music S.r.l. - All rights reserved
Via Cola di Rienzo, 180 - 00192 Rome (Italy)
Tel: (39-06) 6840791
E-Mail: info@CamJazz.com
Web Site: www.CamJazz.com


Se si vuole suonare il piano con successo, oggi, si devono avere i muscoli, oppure si deve paradossalmente provenire dal passato proponendo cose nuove, magari si deve anche far sorridere, si deve saper suonare di tutto un po' e se si è anche bellocci o, semplicemente estrosi con aria genialoide, diventa tutto più facile...

Giovanni Guidi è un ragazzo come tanti che si potrebbe confondere in una metropolitana tra migliaia di suoi simili, ma nella sua anima cova un'interiorità molto sensibile, attenta al particolare. Nel suo secondo album fa "poco casino", non "parla" molto ma...si fa ascoltare, coadiuvato da una ritmica eccellente composta da Stefano Senni al contrabbasso e Joao Lobo alla batteria e supportato dal corroborante sax di Dan Kinzelman.

Primo brano, prima dedica. Forse al Walter nazionale, mancato presidente del consiglio? Walter's mistake è suonato in piano solo, con momenti ostinati ora armonici, ora ritmici.



S
econdo brano, seconda (inaspettata) dedica. Come non ritrovare sin dai primi "urli" del sax il suono oramai unico di Francesco Bearzatti? E' solo dopo un'attenta lettura del titolo che scopriamo con sorpresa che una nota inizialmente non del tutto positiva (non è mai un plus ricordare così schiettamente il suono di un altro musicista) diventa invece addirittura da rimarcare. Frankie Bear è infatti proprio Francesco Bearzatti, e a lui è dedicato questo brano dove si colgono forza e ribellione. E' come avvertire un senso di spavalderia mista a voglia di cambiamento di quel che si vede, di quel che si vive, una denuncia. Nonostante la marcata sonorità, nell'andamento armonico vi sono però momenti che evocano addirittura malinconia. Davvero notevole il sax di Dan Kinzelman.

La quiete dopo la tempesta è The house behind this one. La dolcezza che si poggia sulla semplicità di un tema esile ma talmente efficace nello svilupparsi man mano che vi si gira intorno. Un po' d'America ma anche un po' di paesaggi appartenenti – oramai - a qualsiasi parte del mondo. Si può immaginare il freddo Nord Europa, come il silenzio Africano o magari un angolo meraviglioso e nascosto della terra umbra natìa. Una dinamica gestita con molta sapienza che garantisce la netta distinzione degli interventi di tutti gli strumenti.

Quizas, quizas, quizas è come un lamento corale, pacato, enunciato da tutti gli strumenti i quali si spartiscono l'essenza delle frasi del tema poggiandosi sul frullo della batteria di Joao Lobo.

Si contrappone ai Guerrieri della Pace di Coleman il tentativo di "rinuncia alla guerra" di Giovanni Guidi che cerca di vedere le asperità della civiltà di oggi da un punto di vista di speranza auspicabile ma, comunque, non per questo meno doloroso. Ed è questa sensazione di dolore che emerge dall'insieme sonoro di Peace Treaty che poi si immerge nel corroborante Peace Warriors di Coleman nel quale, come uno sghignazzo, tutti gli strumenti sembrano porre in evidenza la falsità che molti protagonisti mettono in atto al momento di dover parlare, trattare, di Pace.

Blues, secco, corposo, accelerazioni e cambi dinamici continui che offrono spunti per piacevoli e virtuose improvvisazioni. Con Bubbles si passa da una iniziale "canonicità" ad un graduale allargamento del legame che tiene unito il quartetto arrivando infine a ricomporsi per rientrare, nel finale, nelle battute "ordinarie" del prologo.

In Johnny Staccato e Indian Summer, title track del precedente album, riemerge quello che può considerarsi lo stile principale del quartetto di Giovanni Guidi. I quattro musicisti si muovono in modo totalmente autonomo ma assolutamente complementari rievocando un jazz un po' nordeuropeo, asciutto, terso, nel quale si pone grande attenzione non solo alla nota nell'istante in cui la si suona ma piuttosto al tempo in cui essa sa rimanere viva, attiva, all'interno dello spazio in cui è emessa. E lo si fa ponendo subito un supporto ora attraverso la batteria, ora attraverso il contrabbasso, creando una sorta di manto sonoro, come un velo completamente dispiegato e agilmente sorretto da un soffio d'aria uniforme.

La chiusura dell'album è affidata a You are here, un brano del dj londinese Nathan Fake, arrangiato nel rispetto dell'impostazione della versione originaria. Prima parte molto intimista e seconda parte aggressiva, un po' rockeggiante ma sempre con il tema fondamentalmente "innico".

Giovanni Guidi ha cominciato ad imporsi presto, ha messo quanto prima a "parte civile" un Top Jazz e si è subito identificato come un musicista in grado di andare oltre gli stilemi agguantando stille di jazz nordico, frammenti di sound ECM, granelli di passato e anche preziose scorte di musica a 360°. Un'open mind che fa davvero piacere ascoltare e che potrebbe imporsi tra non molto all'attenzione della critica internazionale.

Marco Losavio per Jazzitalia







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inserito il 26/11/2008  da hornitos75 - visualizzazioni: 4371


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Data pubblicazione: 23/11/2008

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