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Conversazione del giornalista Vittorio Castelnuovo con Enrico Pieranunzi
Parlare con Pieranunzi è parlare non solo con un grande musicista ma con un narratore prestato alla musica. In lui si intravede un poeta al di fuori dei limiti, con una libertà dovuta al commovente, purissimo rigore della sua grazia. Un poeta che ha inventato uno speciale vocabolario notturno, quasi una 'notte americana' (ricordate Truffaut?) in pieno Mediterraneo...Grazie a lui, basta un solo semplice incontro - magari con un disco come questo - perché il nostro destino sia diverso: è il dono che ci offrono coloro che, come Pieranunzi, hanno la capacità di innalzare la vita a sogno.
Quando ho ascoltato le prime, incantevoli battute di " Trasnoche" mi è venuta un'immagine: quella di un adulto che prende per mano un bambino…per condurlo dove?…...Forse per condurlo in qualche luogo segreto e meraviglioso che non ha né latitudine né longitudine...per portarlo a visitare luoghi che neanch'io conosco… Un'isola?... Proprio ascoltando 'Thiaki' notavo che il finale di questo brano, come di altre tue composizioni, è un finale aperto. Sembrano finali di un racconto che avrà un seguito...una sensazione che tutta la tua musica mi fa provare; certi tuoi brani sembrano continuare anche quando sono terminati, anche quando i loro suoni sono ormai rientrati nel silenzio.
Allora parliamo ancora del silenzio. In questo Cd mi sembra che tu abbia lavorato a fondo sull'essenzialità delle note, valorizzando al massimo le pause, le attese.
E' come se in quelle pause, in quelle attese ci fosse una richiesta di comunicazione… In un racconto di Kafka ad un certo punto il protagonista dopo aver urtato, di notte, un uomo disteso per terra che dorme, si scusa con lui dicendo: «Mi consideri un sogno…»
" The Chant Of Time" mi fa venire alla mente una preghiera laica...e tu, più in generale, mi sembri un musicista 'morale'...Musicista 'morale'?… che vuoi dire?… Nella tua musica c'è una rettitudine, una linea, un ethos...
Anche quest'ultimo Cd, come altri tuoi, mi da l'impressione di un labirinto, di una città sconosciuta di cui ignoro le strade... Il mito racconta che Omero era privo della vista...il tatto e l'udito si sensibilizzano al massimo quando non c'è la vista...a volte in certi brani come " Clouds" tu sembri cercare qualcosa con le mani, come un punto di equilibrio in avanti...sembri esplorare una tua intima e sconosciuta cartina geografica..."Clouds" è un brano completamente improvvisato ed in effetti quando improvviso integralmente mi affido del tutto alle mani...sono loro che sembrano portarmi, che si infilano tra i suoni, si soffermano su alcuni di essi, li 'palpano' come potrebbe fare uno scultore con la creta o, meglio, come può fare un amante col delicato, morbido corpo della sua donna… Come se dessi una forma alla vita... La prima cosa che ho
fatto, quando ho cominciato ad ascoltare questo CD, è stato...riascoltare tre
volte consecutive il primo brano:
Trasnoche. L'ho trovato subito
fantastico e mi ha trasmesso l'essenza del messaggio qui contenuto: la parte più
profonda della notte, quella notte che è in ognuno di noi, diversa ma presente.
La melodia molto ben costruita ed eseguita in modo eccellente ti guida
attraverso un racconto immaginario che si compone nota dopo nota fornendoti
momenti di differente tensione grazie anche al profondo suono del contrabbasso
di Marc Johnson. Un tocco pianistico sorprendente con un'estrema cura
della dinamica, il tutto effettuato con la naturalezza tipica solo di un
grande musicista, quale Pieranunzi è.
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