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Ci vuole coraggio a portare avanti le proprie idee. E ci vuole coraggio, in tempi dove si incide a tambur battente e ci sovrespone in tutti i modi e maniere, a concedersi un intervallo di cinque anni dall'ultimo disco da leader.
Un percorso profumato di mediterraneo, di essenze del Sud del Mondo che riesce a colpire nel segno. Le dieci tracce sono un unisono e rispondono al leit – motiv, "Un Dio Clandestino perché è sempre più nascosto e costretto a rivelarsi in condizioni di grande difficoltà e spesso non è riconosciuto. E' un Dio che si manifesta nella solitudine e che ci parla quando siamo ormai convinti che il sipario è calato. E' un Dio che scorre nei nostri campi di grano, tra i riflessi del sole che trafiggono i rami degli ulivi, nelle melodie struggenti che ci avvolgono a tradimento, nel sorriso dei volontari che non chiedono nulla. E' perfino clandestino nelle stesse chiese che hanno edificato intorno al suo nome, in cui si aggira lento e scruta volti ed animi delle persone per capire e per offrire compassione." Ottaviano ha sempre fatto della ricerca il suo credo che qui si snoda attraverso il minimalismo allusivo cameristico, la tradizione popolare, le acute invenzioni sonore tutte ben amalgamate, tra fraseggi zigzaganti e note smorzate, volutamente dolenti. Non vi sono temi originali per firma, ma sono tutti originalmente attinti ed elaborati da un arrangiamento naturale che alberga in Ottaviano ed i suoi "companions". La ricerca del suono c'è, senza ombra di dubbio, ma traspare più chiaramente il gusto del divertimento dei quattro musicisti. Il viaggio intorno al mondo ha inizio dal Brasile con le suadenti note di Cafè di Egberto Gismonti per poi approdare nella tradizione spagnola con El Vitocante che sottolinea il chitarrismo elegante di Nando Di Modugno, evidenziando quanto bene conosca la spanish tradition. Il peregrinare prosegue attraversando l'intensità delle note del violinista, cantante e compositore indiano L. Shankar (Song for Everyone). La struttura canzone è impreziosita dal suono e dai giochi timbrici di Ottaviano e di D'Ambrosio. Non potevano mancare stille d'Africa, rappresentata dal musicista camerunense Francis Bebey con i colori emotivi cangianti di Ethnic Covenant. Così come manca il riferimento alla cultura scandinava con Nu Hoppar Haren Kroka - già ripresa da Daniele Sepe - dalle linee progressive, per poi passare ad Hermeto Pascoal con Bebè, ed Ottaviano che intarsia le note mantenendo il suono con la stessa sontuosità del polistrumentista brasiliano. Cambio di registro e ritorno al Vecchio Continente attraversando la tradizione macedone (Pajduska), quella Lituana (Munte Munte) tema che accarezza, solo per un attimo, i suoni free e mette in evidenza il fraseggio asimmetrico del leader prima e di Di Modugno, poi. Brani inframmezzati dalla dolcezza delle note di Beja Flor che stigmatizzano il perfetto interplay del combo e l'abile tessitura mantenuta da Vendola e D'Ambrosio per i 58 minuti del disco. La giusta chiosa di questo bel lavoro è nelle brevi trame del canto popolare catalano El Noy de la Mare, un augurio di Pace per grandi e piccini. Alceste Ayroldi per Jazzitalia leggi l'intervista a Roberto Ottaviano...>>>
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