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ECM - 1860

Keith Jarrett - Gary Peacock - Jack DeJohnette
Up For It

1. If I Were A Bell
2. Butch & Butch
3. My Funny Valentine
4. Scrapple From The Apple
5. Someday My Prince Will Come
6. Two Degrees East, Three Degrees West
7. Autumn Leaves
8. Up For It

Keith Jarrett: piano
Gary Peacock:
double-bass
Jack DeJohnette:
drums

 


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Il Trio, a dispetto delle ultime innovative ed ardite uscite discografiche, commemora il ventesimo anniversario della sua formazione con l'uscita di un disco più ortodosso, rigorosamente di jazz e di standards, tratto dall'ormai quasi tradizionale esibizione estiva a Juan les Pins, cui ebbi la fortuna di assistere lo scorso anno (nel vero senso della parola, poiché il tempo fu inclemente fino a pochi minuti dal concerto, mettendolo a grave rischio di sospensione, come si evince anche dalle insolite e comprensibilmente retoriche note di copertina scritte da Jarrett per l'occasione) e lo fa omaggiando nel migliore dei modi, la sorgente di tutto il jazz moderno, ossia pubblicando un disco sostanzialmente e quasi rigorosamente di bop.

Un modo come un altro per riaffermare il leit motiv progettuale della formazione e lo stretto legame dei musicisti con il padre di tutti i linguaggi del jazz moderno, indispensabile e inderogabile nella formazione di qualsiasi jazzista che voglia definirsi tale all'alba di, si spera, un nuovo secolo di jazz.

Del resto Jarrett, pur essendo sempre stato un jazzista estremamente eterodosso nell'approccio al materiale musicale più tradizionale e, più estensivamente, un musicista a tutto tondo per indole e cultura musicale, non ha mai negato la centralità del jazz più genuino nella sua formazione e probabilmente anche nel suo personale gusto musicale.

Un disco, in sostanza, che sembra fatto apposta per smentire per l'ennesima volta i pregiudizi dei puristi più incalliti sul suo conto e che, contrariamente ad altre analoghe occasioni, mi ha sostanzialmente confermato le impressioni che ebbi sul posto e che ebbi modo di riferire a suo tempo in altra sede. Jarrett e il suo trio suonano qui un concerto di bop "duro e puro", con pochissima voglia di suonare brani anche lenti con modalità melense, se, ad esempio, confrontiamo l'asciutta e antiretorica interpretazione di My funny valentine qui contenuta (mentre uno dei due bis, uno splendido Smoke gets in your eyes è stato escluso dalla pubblicazione, credo più per motivi di overtime discografico che per incoerenza stilistica col resto del disco-concerto) con qualsiasi altra precedentemente pubblicata o registrata. Se vogliamo, un tantino meno fresca ed ispirata (credo sia inevitabile anche per il fan più incallito di Jarrett notare dopo vent'anni un seppur minimo appannamento nella capacità dei tre di approcciare in modo sempre massimamente creativo materiale così fortemente sfruttato) di quella capolavoro tratta da "Still live" del 1986, ma certo mai autoreferenziale o oleografica, sempre e comunque concepita in modo nuovo, cioè autenticamente e spontaneamente jazzistico, come credo pochi altri saprebbero ancora fare, al vertice dell'attuale successo commerciale ed artistico del Trio.

I brani migliori sembrano essere appunto quelli più marcatamente bop, come Butch and butch e Scrapple from the apple, dove un Jarrett in forma smagliante e ben coadiuvato da un sempre attento e brillante Jack De Johnette, sforna assoli asciutti, essenziali nella forma, ma estremamente creativi, ricchi musicalmente e, non ultimo, rigorosamente jazzistici. Tra gli altri, anche da segnalare un bellissimo e non casuale omaggio al blues e allo stringato approccio compositivo del compianto John Lewis in Two degrees East, three degrees West, brano spesso suonato in concerto ma mai sino ad ora pubblicato ufficialmente su disco, e l'ennesima riuscita versione di Autumn leaves con coda finale chiamata appunto Up for it, da considerare la vera firma jarrettiana del disco e giocata sullo scontro armonico generato tra il "vamp" in maggiore improvvisato e la citazione del tema in minore.

Pertinente, ma ordinaria, invece la prestazione di un Gary Peacock ancora convalescente, a causa dei gravi problemi di salute citati da Jarrett nelle note di copertina. Comunque e sempre, chiariamo, di alto profilo.

Certo, si dirà, niente di nuovo sotto il sole e non era certo questo il disco e l'occasione per manifestarlo, ma come soleva spesso dire a suo tempo il mitico Arrigo Polillo sulle righe di Musica Jazz: "non sempre il nuovo è buono e il buono è nuovo" e noi, accodandoci al suo pensiero, ci "accontentiamo".

Ciò che sembra importante sottolineare, al di là di tutto, è che il trio a distanza di vent'anni mantiene ancora lo spirito del jazz più autentico, dando un'ennesima dimostrazione di come la creatività non sia di esclusiva competenza di stili ben precisati, o di ambiti forzatamente innovativi, ma possa essere identificata perfettamente anche in materiali musicali ritenuti oggi ingiustificatamente esausti da molti tra musicisti e addetti ai lavori. Argomentazione che rischia di nascondere invece comodi alibi e talvolta fa emergere pretesti mistificatori e ingiustificate velleità artistiche da parte di taluni. Ciò senza nulla togliere alle giuste e necessarie istanze di evoluzione, ricerca ed innovazione continua del linguaggio, cui credo nessuno possa però oggi vantarne a priori l'esclusiva. Certo, potrà infastidire quell'alone da star che lo circonda (ma siamo sicuri che sia creato da lui?), quelle sontuose Limousine addette al trasporto dei musicisti, quei fans eccessivamente veneranti, ma ci sembrano dettagli musicalmente del tutto irrilevanti e crediamo sia difficile oggi non riconoscere a Jarrett di essere uno dei pochi veri "grandi" ancora in attività.
Riccardo Facchi



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Data ultima modifica: 05/01/2008

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