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Per lungo tempo l'uso degli archi nel jazz è stato vittima di un fraintendimento e di un uso distorto. L'accompagnamento orchestrale a base di violini ha di volta in volta ispirato i discografici a far incidere le "stelle" del jazz con grandi organici e arrangiamenti iper commerciali alla ricerca di maggiori vendite. Molti sono i maestri dell'epoca classica del jazz che si sono trovati circondati da torme di violini mielosi. Per limitarsi ad un nome ricordiamo Charlie Parker. Quasi mai i risultati sono stati degni di nota, artisticamente parlando. E' passata molta acqua sotto i ponti e ai solisti di violino negli ultimi anni si sono affiancati almeno un paio di ottimi esempi di quartetti ad arco (Turtle Island string quartet, Kronos quartet). Altro esempio è fornito dal contrabbassista americano Tyrone Brown, che incide regolarmente con un ensemble di archi. Ultimo nome importante da ricordare è quello di Michel Petrucciani –cui nel presente CD di Toni Moretti viene dedicato un brano, Michel, composto dal sassofonista Ettore Martin- che a suo tempo aveva "fusionato" un classico piano trio con un quartetto d'archi. Il disco di Moretti sembra inserirsi in questo flusso e nel contempo propone una visione autentica e personale. In alcuni momenti par quasi di risentire frammenti della Third stream, quella corrente degli anni Cinquanta che voleva coniugare jazz e musica classica; questo peraltro è anche uno dei propositi espliciti di Moretti, enunciato fin dalle note di copertina del disco. La fusione della classica con musiche "altre" è sempre pericolosa: infatti alcuni esperimenti della già citata "terza corrente" americana risultarono tentativi effimeri e malriusciti. Date le premesse, bisogna allora lodare il coraggio di Moretti nell'aver voluto affrontare un terreno arduo ed essere stato capace di venirne a capo con un risultato fresco e gradevole. La sua musica non è mai leziosa e si incontra con la classica come altre volte prende movenze latine o afro; e il tutto avviene in maniera naturale. I momenti più interessanti del disco mi sembrano quelli dove il Moretti compositore fa introspezione e mostra una scrittura dai tratti fortemente emotivi: come nella coltraniana The end the begin, (dove si alternano soli particolarmente intensi) ed in Peace Song, oppure con la potenza evocativa ed il "respiro" di Indìo. Il contrabbassista confida in una musica capace di unire culture e popoli diversi; ed in brani come l'ultimo menzionato i suoi desideri sembrano prendere corpo per davvero e acquisire la forza e la capacità di trasmettere all'ascoltatore queste sensazioni.
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