9-12 luglio 2026
Edizione numero trenta per lo storico festival rumeno, uno degli appuntamenti dell’estate jazzistica più significativi, particolari, festosi e caratteristici, diretto per molti anni da Marius Giura e oggi dalla figlia Simona. Basta scorrere i programmi di questi trent’anni per rendersi conto della enorme quantità di importanti musicisti che hanno suonato al festival. Il programma di quest’anno prevedeva oltre al consueto suggestivo palco principale del Poiana Lupului, concerti in una chiesa del vicino paese di Brebu Nou, nella terrazza del ristorante di Garana dove il festival è nato, e una ricca, interessantissima esposizione creata appositamente per celebrare il trentennale.
L’inaugurazione era affidata al trio del pianista Søren Bebe, un piano trio tipicamente scandinavo ispirato in parte a Gustavsen e Svensson, con brani originali tratti dal disco più recente della formazione intitolato “Gratitude”. Delicatezza, bel senso melodico, evidente gradevolezza d’ascolto, in composizioni come Chico, dedicata a Chico Buarque, o nell’apprezzabilissima cover di So It Goes di Billy Joel.
Il trio del chitarrista Pete Roth schierava al suo interno una delle leggende della batteria del progressive rock, Bill Bruford, già facente parte dei King Crimson. Leader versatile e veloce, il bassista Mike Pratt affidabile ed essenziale, per un set vario e fruibile, che spaziava con disinvoltura fra jazz e rock.
Ma il momento clou della serata è stato affidato al quartetto OKSE, capitanato dalla sassofonista Mette Rasmussen, con Petter Eldh al basso ed elettronica, Savannah Harris alla batteria e Val Jeanty alle percussioni e all’elettronica. Una macchina dei suoni clicca di fervida fantasia, con dinamiche esaltanti, il sax alto della leader come sempre entusiasmante, una ritmica fortemente varia e creativa, caratterizzata dalla felice interazione fra la batteria e le percussioni affidate alla determinante personalità dell’artista haitiana.
La mattina successiva, la chiesetta di Brebu Nou ha ospitato il concerto del duo tra il contrabbassista rumeno Robert Lucaciu e la vibrafonista greca Evi Filippou, entrambi attivi in Germania. Sin dalle prime note si evidenziava una complicità sonora perfettamente compiuta, un lavoro tonale moderno e pieno di swing e carica ritmica. Il suono limpido e potente del contrabbasso sosteneva al meglio il fraseggio del vibrafono, per un set lindo, diretto, che coniugava mirabilmente tecnica di alto livello e ispirazione, anche con momenti di free impro e l’utilizzo di piccole percussioni, all’insegna di giocosità e fantasia. La vibrafonista ha anche fatto ottimo uso della voce, il repertorio era costituito da brani di entrambi e di altri colleghi tedeschi. Bis sulle note di Anima, composta dalla autrice messicana Maria Grever.
Il trio di Bugge Wesseltoft, pianista di casa al festival, avrebbe dovuto originariamente essere un quartetto, ma la cantante per un impedimento non è riuscita a presenziare. Esordendo con una nuova composizione dedicata al festival, Wesseltoft, che pur avendo collaborato in precedenza con i due altri elementi del trio in diverse formazioni, si esibiva per la prima volta con entrambi, ha ritrovato, come c’era da attendersi, il suo squisito senso melodico, che riscontrava nel basso elettrico autocostruito dall’indiano Shri Sriram, a volte ha suonato con l’archetto, e nelle tablas della percussionista Sanskriti Shresta il perfetto accompagnamento per il suo pianismo fertile, rigoglioso, da assoluto protagonista di punta dell’odierna scena jazzistica. Ad aggiungere colori al progetto, la voce della percussionista e un flauto ligneo traverso suonato dal bassista, oltre a un duo vocale della ritmica improvvisato sul ritmo del Tala.
Jan Bang, dalla Norvegia, per la quarta volta al festival, questa volta con il suo gruppo “After the Wildfire”, con Eivind Aarset alla chitarra, Ingar Zach alle percussioni e iI giovane trombettista Max Kraft, che ha sostituito per l’occasione il titolare Arve Henriksen. Una immersione profonda ed entusiasmante nei “suoni del nord” di cui Bang è apprezzato alfiere. Atmosfere al solito suadenti, misteriose, ammalianti, un incedere musicale personalissimo, nel quale l’elettronica di Bang è fondamentale, con prevalenza di toni scuri, bruniti, che trova equilibrio nei suoni della tromba e delle percussioni.
Guidato dal chitarrista italiano Ciro Manna, il The Fusion Experience Quartet con Richard Bona, Dave Weckl e Mica Lecoq ha proposto una fusion ipertecnica e muscolare, con una discreta varietà, avvalendosi anche della voce del bassista.
A chiudere la serata, il trio Bushman Revenge (Gard Nilssen-batteria, Rune Nergaard-basso e Helte Hermansen-chitarra), una felice sventagliata di energia con brani dal recente disco del gruppo “Ah, Les Vaches!”. Il trio si incentra sulla onnipotente batteria di Nilssen, ma formidabili sono anche i partner, tesi a costruire trame ritmico-armoniche e assolo di trascinante drive. Questo trio è solo una delle è solo una delle diverse anime in cui si incarna il verbo di Nilssen, tra le quali non si può non citare la formazione più ampia da lui ideata, la stupefacente Supersonic Orchestra.
La terza serata del festival si è aperta con il trio della pianista polacca Joanna Duda. Un linguaggio variegato, avanzato, degno della massima attenzione quello della pianista, che si avvale di partner decisamente validi per una proposta avvincente per varietà di climi, frequenti cambi di tempo e atmosfera, anche con l’uso – a tratti un po’ predominante – dell’elettronica. Brani dal recente album “Delighted”, con fraseggi e temperie armonica convincenti.
Altro gruppo da tenere sott’occhio il trio Mammal Hands (Nick Smart piano, Jordan Smart sassofoni, Rob Turner batteria). Anche qui un jazz fresco, avanzato, ruspante quanto occorre, una corroborante carica di energia comunicativa, con tratti di grande finezza e poetica suggestione. Decisamente uno dei migliori gruppi dell’odierna scena britannica, che gioca anche su gradevoli influenze minimaliste.
Oz Noy è arrivato a Garana in trio con Brian Charette all’organo e la mitica batteria di Dennis Chambers. Trio gradevole all’ascolto, all’insegna del groove e di tanto blues feeling, che nel corso del set ha virato anche su classici del jazz, compresa la monkiana Bemsha Swing, per chiudere con un bis su una intramontabile hit degli Earth Wind & Fire. Il set finale della lunga serata era affidato al duo norvegese “Why Kai”, tastiere e batteria, per una musica ad alto impatto sonoro destinata principalmente ad una fruizione danzante.
Eberhard Weber e’ stato il primo musicista internazionale ad arrivare al festival, durante una delle prime edizioni. A lui è stato reso omaggio grazie al concerto mattutino del contrabbassista statunitense Jair-Rohm Parker Wells, che con il suo contrabbasso elettrico e l’uso di una loop station ha reso il suo tributo allo storico musicista europeo oggi non più attivo in concerto per ragioni di salute.
Ad inaugurare la serata finale, il quartetto capitanato dal sassofonista e flautista Liviu Butoi, con David Patrois al vibrafono, Chris Dahlgren al contrabbasso ed Edward Perraud alla batteria. Sin dalle prime note e’ emerso un lavoro improvvisativo di grande qualità, cui i colori dei diversi fiati utilizzati (baritono, sopranino, flauto traverso, flauto basso) conferivano una marcia in più. Un insieme di assoluta compiutezza, in cui ciascuno giocava un ruolo chiave e contribuiva a impreziosire il disegno complessivo, nonostante la distrazione causata da un breve ma intenso acquazzone.
Preziosa anche l’occasione di ascoltare il duo composto da Julien Lourau e Bojan Z. I due hanno collaborato in diverse formazioni sin dal lontano 1989, subito dopo l’arrivo a Parigi del pianista serbo. Hanno realizzato insieme un disco, intitolato “Duo”, registrato dal vivo e pubblicato nel 2015. Incantevole ascoltare le splendide composizioni con il sassofonista che si alternava tra il tenore e il soprano. Bojan Z è un veterano della formazione del duo, vanno ricordate almeno due tra le sue collaborazioni più note, la più recente con la cantante sudcoreana Youn Sun Nah, e la storica con il compianto Michel Portal. Ovviamente, e non poteva essere diversamente, anche questo duo è memorabile, dato che unisce due delle personalità più formidabili dell’attuale jazz francese. I due si integrano alla perfezione, con suoni cristallini, urgenti, essenziali. Rimane ampio spazio per ascoltare il rigoglioso pianismo di Bojan, che incanta come sempre, con il suo squisito senso melodico e la verve improvvisativa.
A chiudere questa storica, riuscitissima edizione del trentennale, la nota cantante norvegese Rebecca Bakken, accompagnata da un quartetto di grande valore in cui spiccava particolarmente la chitarra di Eivind Aarset. Una cascata di capelli biondi su uno splendente abito rosso, e un canto contemporaneo e antico a un tempo, che spaziava tra brani in norvegese e altri in inglese. Del gruppo non si potrebbe dire meglio, come dell’emozione che scaturiva dalla magica voce dell’artista, come di un assolo del chitarrista sull’ultimo brano prima del bis assolutamente da antologia.





