Il jazz italiano, e quello romano in particolare, piange Maurizio Urbani. Il sassofonista tenore è scomparso improvvisamente venerdì 19 giugno 2026, a 65 anni, lasciando un vuoto profondo in una comunità musicale che lo riconosceva come un punto di riferimento autentico e discreto.
La sua morte arriva in modo crudele a tre giorni da un appuntamento in cui era atteso protagonista: la serata che la Casa del Jazz di Roma, nell’ambito della rassegna Summertime, aveva in programma per il 22 giugno. Dopo la sua scomparsa, il direttore artistico Luciano Linzi, consultatasi con la famiglia, ha scelto di mantenere l’evento trasformandolo in un omaggio congiunto ai due fratelli Urbani — Massimo e Maurizio — alla presenza dei figli e dei parenti.
Nato a Roma nel 1961, Maurizio era il fratello minore di Massimo “Max” Urbani, il leggendario altosassofonista scomparso nel 1993 e considerato uno dei più grandi talenti del jazz europeo. Crescere accanto a una figura così ingombrante avrebbe potuto schiacciare chiunque. Maurizio, invece, ne fece una scuola e poi un trampolino verso una propria identità.
“La mia grande fortuna è stata quella di essere fratello di Max, che mi ha introdotto a quindici anni, nel 1976, al Music Inn, dove orbitava il gotha del jazz italiano, europeo e mondiale”, raccontava lui stesso. Suonare nelle jam con il fratello, diceva, era “vera scuola per farsi le ossa”. Cominciò con la tromba, per poi spostarsi sul sax soprano e infine trovare la propria voce definitiva nel sax tenore.
Il suo apprendistato avvenne sul campo, accanto a maestri di levatura assoluta. Nel corso della carriera collaborò con Chet Baker, David Liebman, Sal Nistico, Steve Grossman, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Danilo Rea, Paolo Fresu, Furio Di Castri, Maurizio Giammarco, Gianni Cazzola, Pietro Tonolo, Luca Flores e Larry Nocella, tra i molti. A metà degli anni Ottanta entrò nel gruppo di Marcello Melis, dividendo il palco con Don Pullen (del gruppo di Charles Mingus) e Don Moye (Art Ensemble of Chicago). Frequentò inoltre l’area del Perigeo di Giovanni Tommaso.
La sua carriera non fu priva di ostacoli: nel 1989 una grave malattia lo tenne lontano dalle scene per tre anni. Tornò nel 1992, e nel 1993 incise The Blessing, ultimo disco in studio del fratello Massimo, prodotto da Roberto Gatto — un testamento spirituale in cui le due voci, il contralto di Max e il tenore di Maurizio, si trovarono fianco a fianco.
Il suo suono riusciva ad avere una chiara indentità, costruito sull’istintività e sulla naturalezza del linguaggio improvvisativo. Aveva affinato uno stile post-coltraniano dotato di un solido fraseggio hard bop, ma il filo conduttore del suo percorso era un altro: il sentimento, inteso come espressione profonda e diretta.
Negli anni guidò proprie formazioni — il Maurizio Urbani Quartet e soprattutto gli Animali Urbani — coltivando una continuità ideale con il fratello. Con questi ultimi pubblicò No Hunting (Tribute to Massimo Urbani) per VideoRadio/Rai Trade, un disco firmato insieme al pianista e arrangiatore Federico Laterza, che intrecciava composizioni originali a brani di Massimo, di Clifford Brown, Mal Waldron, John Coltrane e Chico Buarque.
Maurizio non fu soltanto un erede: fu un custode. Membro della giuria del Premio Internazionale Massimo Urbani — creato nel 1996 dal produttore Paolo Piangiarelli — partecipò attivamente per anni alla valorizzazione dei giovani talenti, rappresentando quella che il manifesto ha definito “la continuità della lezione” del fratello.
Restano le sue registrazioni, i concerti, le collaborazioni e, soprattutto, il ricordo di un artista che ha attraversato decenni di storia musicale lasciando un’impronta tanto discreta quanto profonda.




