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Bergamo Jazz Festival 2026: tra classicità viva e nuove traiettorie del jazz

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Terzo anno di direzione artistica dello storico festival bergamasco per Joe Lovano, con un programma come al solito invitante, che si è svolto in diversi spazi di Bergamo e di Bergamo Alta.

L’esordio è spettato a un concerto in solitudine di Wayne Horvitz, all’interno del piccolo ma oltremodo suggestivo spazio dell’Aula Picta del Museo Diocesano, con gli strumenti sovrastati da un magnifico dipinto di Lorenzo Lotto, la Pala di San Bernardino. Qui il newyorchese ha offerto un set caratterizzato da una estesa improvvisazione al pianoforte acustico, ben presto arricchito da effetti elettronici, e dal synth. Toni intimi, crepuscolari, una particolare quasi spasmodica attenzione alle sfumature del suono, una temperie improvvisativa lirica e meditativa, per poi passare a un medley di sue composizioni dedicate a Carla Bley e Cecil Taylor.

Il Teatro Sociale, nella sua prestigiosa cornice della Città Alta, ha accolto nella medesima prima serata il trio di Franco D’Andrea con Gabriele Evangelista e Roberto Gatto, e il quartetto di Melissa Aldana. Il trio di D’Andrea ha espresso una pregnante, viva classicità, con una sezione ritmica di sfavillante qualità. Un D’Andrea impegnato nella rivisitazione di brani storici, mirabilmente arrangiati, tra i quali una brillante versione della coltraniana Naima a tempo medio. Il quartetto della sassofonista cilena, con Pablo Held al pianoforte, Pablo Menares al contrabbasso e Kush Abadey alla batteria, si muove tra un hard bop debitamente rinnovato e un post bop di buona fattura, nel quale il pianista tedesco svolge un ruolo fondamentale, efficace sia come accompagnatore sia in assolo. La Aldana sfoggia un fraseggio duttile e un suono piuttosto delicato. Tra i brani, tratti dal suo recente album per Blue Note «Filin», quasi tutte composizioni originali sue e del pianista, spiccava una versione di un noto brano di Hermeto Pascoal, Little Church, e la versione arrangiata da Gonzalo Rubalcaba di un bolero tradizionale cubano.

I Jazz Passengers sono una formazione statunitense storica, attiva sin dal lontano 1987. Con il leader Roy Nathanson (alto, baritono, soprano ricurvo, voce): Sam Barfelfd (violino), Bill Ware (vibrafono), John Menegon (contrabbasso), E.J Rodriguez (batteria), con ospite Teri Roiger (voce). Un jazz d’oggi, vigorosamente vitale e contemporaneo, ma debitore della tradizione. I colori aggiunti dall’ottimo violino, della poetry, il canto del leader e del vibrafonista, per una band dalla cifra stilistica ricca e composita, che attraversa diversi generi con significativi richiami al blues ed echi mingusiani, tempi dispari di complessa eseguibilità, e una simpatica verve comunicativa, anche politicamente pregnante.

Il duo di Dave Holland e Lionel Loueke, che conoscevamo dal disco «United» uscito nel 2024 su etichetta Edition, è una perfetta esemplificazione del concetto di magica intesa. Due musicisti con una grande differenza di età, stilisticamente molto diversi, si incontrano innanzi ad alcune composizioni principalmente del chitarrista. Il dialogo tra i due è di altissimo livello, e si dispiega con estrema naturalezza, nella direzione appunto della composizione shorteriana che dà titolo all’album, emanando un bel senso di comunione e fratellanza. Lo stile del chitarrista è chiaramente debitore della sua provenienza africana, così come l’uso della voce, spesso arricchita da un harmonizer. Il preciso stile jazzistico di Holland accoglie le proposte di Loueke generando un senso appagante di gioia, pace, serenità. Musica salvifica.

I Five Elements di Steve Coleman (oltre al leader all’alto e alla voce, Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico a sei corde e Sean Rickman alla batteria) sono una perfetta, oliatissima macchina musicale, che al Donizetti si è presentata in stato di grazia, suonando con un entusiasmo fuori dal comune. Un set compatto, ritmicamente sontuoso, che ha celebrato la consolidata ritualità musicale di questo quartetto, che non a caso Coleman non cambia da anni di instancabile attività. Efficacissimi l’interscambio tra sax e tromba e la potente struttura ritmica con Brown che con i suoi granitici vamp lascia libero Rickman di girare intorno al ritmo con avvincente libertà. Tornano anche le folgoranti introduzioni per solo sax e l’uso ritmico delle voci, per un concerto davvero memorabile.

La sera successiva il palco dello storico teatro ha ospitato uno dei progetti più interessanti del jazz di questi ultimi anni, quello che i Bad Plus hanno dedicato alle musiche del quartetto americano di Keith Jarrett. Reid Anderson, Dave King, Craig Taborn e Chris Potter: una band da sogno per omaggiare come meglio non si potrebbe il lavoro compositivo di Jarrett, Haden, Redman, ricreando, ovviamente non ricalcando, ma con devozione, riverenza e creatività, il celebre repertorio. Operazione condotta con la massima perizia tecnica immaginabile, ma con cuore e passione, con esiti magnifici, di storica pregnanza. Una versione di Silence di commovente bellezza il vertice del set.

Ovviamente non semplice per Lakecia Benjamin salire sul palco con il suo quartetto subito dopo. Con Oscar Perez (pianoforte e tastiera), Elias Bailey (contrabbasso) e Quentin Baxter (batteria), ha proposto il suo consueto show ipertrofico e scintillante, energetico ma senza particolari novità, pur nella proposizione di nuove composizioni che saranno contenute nel suo prossimo disco.

È consuetudine del festival presentare un concerto in una sala dell’Accademia Carrara, in particolare quella che espone opere di argomento musicale. Stavolta questo prestigioso spazio ha accolto il Trio “Relevé” di Anaïs Drago. Insieme alla violinista Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alla batteria. Un jazz contemporaneo avanzato e pregevolissimo, nel quale i tre hanno modo di esprimere la rispettiva perizia tecnica e le buone doti espressive. Composizioni energiche e movimentate, uso opportuno del violino preparato e filtrato da effetti e della voce, occasione perfettamente centrata dal trio. L’auditorium dell’Istituto Palazzolo ha invece ospitato, dopo i Jazz Passengers, un trio di hard rock, quello della chitarrista norvegese Hedvig Mollestad, una sventagliata di ritmi duri, per una musica totalmente differente dal resto.

L’argentino di origini siciliane (Nissoria, provincia di Enna) Leo Genovese ha suonato un set totalmente acustico nell’Aula Picta del Museo Diocesano, con ardente passione e competenza, spaziando tra composizioni di Ellington, Coltrane, Pascoal e ospitando in due brani il sax tenore di Lovano.

L’atteso duo di Norma Winstone e Kit Downes ha confermato il suo valore, nella suggestiva Sala Piatti, tra brani di Hersch, Carla Bley, una composizione del pianista dedicata a Dino Buzzati, una di Pablo Held. Un duo che non poggia su un repertorio fisso, ma spazia e sperimenta all’insegna di una ricerca feconda e creativa.

Prima di arrivare al finale, restano da citare due concerti che chi scrive non ha potuto seguire per intero, ma che sono parsi entrambi interessanti e validi: la Panorchestra di Tino Tracanna, ottetto che sta ottenendo ampi riconoscimenti e il quartetto “Siphonoforo” di Marco Pasinetti. E ovviamente lo spettacolo “La donna è mobile” di Simona Molinari, che accoglie nel suo gruppo due jazziste di vaglia come la pianista Sade Mangiaracina e la batterista Francesca Remigi, che non ha mancato di centrare l’obiettivo di raccontare, con fascino e personalità, le storie di donne tra cui Mina, Nina Simone, Milly, Violeta Parra.

L’ultima serata al Donizetti era dedicata al progetto di Joe Lovano “Setting The Pace”: Miles Davis & John Coltrane Centennial Celebration!, con, oltre al leader, George Garzone, Shabaka Hutchings, Avishai Cohen, Jacob Bro, Leo Genovese, Drew Gress e Joey Baron. La figura di Davis è stata omaggiata da un classico quintetto sax tromba e ritmica, con composizioni classiche come Walkin, ma l’esteso concerto ha assunto ben altro valore all’ingresso degli altri tre musicisti, con versioni di All Blues, It’s About Time, Milestones, e le coltraniane Love (da Meditation), Naima, per concludere con Peace on Earth. Un progetto carico di passione, che ha visto l’alternarsi dei diversi stili solistici di Lovano, Garzone e Shabaka, un Cohen brillante quanto mai, Genovese e Gress sempre a loro agio, e soprattutto un magnifico Baron, sempre uno dei maestri assoluti della batteria jazz.