Donostia San Sebastián, 22-26 luglio 2026
Appuntamento annuale n. 61 con il festival della città basca, come sempre pronta ad accogliere un pubblico di tutte le età accorso per ascoltare le affascinanti proposte della direzione artistica.
I consueti spazi dedicati al festival hanno accolto le rispettive proposte: iniziando dal chiostro del Museo San Telmo, il pianoforte solo dello statunitense Julius Rodriguez: nato a New York, stabilitosi a Los Angeles, 27 anni, ha già al suo attivo due album e un ep per l’etichetta Verve. Un curriculum di qualità per un musicista di seguire con attenzione, presente a Jazzaldia anche all’interno del gruppo di Carmen Lundy. Mostra personalità, stile, tecnica prodigiosa, piena sicurezza espressiva, un fraseggio veloce e limpido. Si muove nel solco della tradizione, ben calato nella storia del pianismo neroamericano, con un bel senso narrativo. Ottime capacità compositive, belle progressioni armoniche, swing gioioso, fresco e avvincente. Una rising star che valorizza le diverse possibilità dello strumento, facendone anche un uso percussivo (è parimenti batterista). L’unico brano non di propria composizione era di Stevie Wonder, musicista di cui Rodriguez risulta interprete sopraffino, recando l’impronta feconda del maestro anche nel proprio lavoro compositivo, che ne esprime il profondo senso di gioia. Il pianista la stessa giornata ha suonato da par suo anche nella band della cantante Carmen Lundy, accompagnata da validi musicisti, che ha mostrato piena padronanza della scena. Il duo pianoforte-contrabbasso (Bruce Barth e Vicente Archer), con un apprezzato viaggio nella classicità del pianoforte jazz, che poggiava sul solido accompagnamento di Archer, bassista notissimo che ha militato anche nei gruppi di John Scofield. Pulizia dei suoni, swing magnifico, felice colloquialità, spazio anche per assolo del contrabbassista, tra gradevolissime composizioni originali del pianista e classici gerschwiniani tratti da Porgy and Bess – con una splendida versione di It Ain’t Necessarily So – ed ellingtoniani (Prelude to a Kiss con il tema affidato al contrabbasso). Il chiostro non manca di affascinare i musicisti che vi suonano, e così è stato anche per lo splendido piano solo di Benito Gonzalez, a Jazzaldia anche nel gruppo di Azar Lawrence. Vero poeta della tastiera, con una tecnica prodigiosa sempre al servizio dell’espressione, sublime improvvisatore, Gonzalez (già con McLean, Garrett, Sanders) ha un modo di presentare gli standard profondamente avvincente e comunicativo, spaziando fra Ellington, Tyner, Monk, Chucho Valdez e una My Favorite Things da antologia. Fraseggio gioioso e fecondo, una vera delizia per i tantissimi intervenuti. Di ‘Round Midnight una versione urgente, definitiva, colma di blues feeling, ampia e felicemente dilatata come tutte le altre eseguite. Benjamin Moussay, nel suo set parimenti per solo pianoforte, ha esordito con un mood lirico, delicato, vagamente impressionista, passando poi a brani più ritmati, sempre melodicamente connotati, all’interno di un linguaggio tonale, eseguendo composizioni del suo album di piano solo per Ecm. L’ultimo incontro al Museo San Telmo era quello del duo tra il fisarmonicista Vincent Peirani e il sax soprano di Emile Parisien. Collaudatissimo team, per un viaggio romantico, delicatamente melodico, con un lavoro improvvisativo di qualità.
Non si finirebbe mai di ascoltare Samara Joy. Chi scrive l’aveva già ascoltata alcune settimane addietro al festival JAZZx di Timisoara, con la medesima formazione (ritmica, tromba, trombone, sax alto e sax tenore). Cantante appena ventiseienne, con una incredibile estensione vocale, padroneggia la voce come poche altre al mondo, e da tre anni è affiancata da un combo di altissima qualità i cui componenti, oltre a accompagnare e effettuare assolo di pregnante bellezza, arrangiano con fine cura le composizioni del repertorio. Così è stato con le monkiane Ruby my dear e Monk’s Mood, eseguite con una grazia memorabile, con una travolgente Yesterdays, col primo movimento dell’ellingtoniana The Queen’s Suite. Un concerto nella sala strapiena del Kursaal Auditorioa (1800 posti) che ha lasciato negli intervenuti un’emozione forte e duratura.
Gli aspetti visuali sono fondamentali nella percezione della musica di Khmer (Nils Petter Molvaer-tromba, Eivind Aarset-chitarra, Jan Bang-live sampling, Dj Strangefruit, Audun Erlien-b. el., Rune Arnesen e Per Lindvall-batteria, Sven Persson-suoni e Tord Knudsen-design). Un viaggio cosmico, un mondo futurista quello ricercato dall’artista norvegese. Tra momenti fortemente ritmici e oasi di delicatezza (memorabile un duo tromba-chitarra di altissima qualità poetica e profondità), con l’alternarsi di suoni della tromba aperta e altri filtrata, per un set denso di tutto il fascino irresistibile del “suono del nord”.
Il “Side-Eye III+” di Pat Metheny (Chris Fishman-pianoforte e tastiere, Joe Dyson-batteria, Jermaine Paul-contrabbasso e basso elettrico, Leonard Patton-voce e percussioni) ha eseguito un concerto semplicemente entusiasmante, alternandosi tra molte chitarre elettriche e acustiche, ed eseguendo alcuni dei suoi brani più noti, con passione, entusiasmo, un fraseggio trascinante, e un gruppo fenomenale, con i preziosi sfondi vocali del percussionista, una sezione ritmica finissima, e diversi momenti per organ trio. Una definitiva lectio magistralis di jazz, eseguita da un musicista che è sulla breccia da ben cinquant’anni, e che ha affascinato il pubblico dell’auditorium, che ha richiesto numerosissimi bis, alcuni eseguiti alla chitarra acustica, per un totale di ben due ore e mezza di durata.
Suscitava curiosità ascoltare Diane Krall, con la sua abituale ritmica (Dennis Crouch al contrabbasso e Jay Bellerose alla batteria) con Marc Ribot, chitarrista noto per altri contesti musicali. E va detto che la sua presenza ha fornito una marcia in più al concerto, con la sua totale padronanza del jazz più classico, accompagnandola e in mirabili assolo su temi come I’m Confessin’ That I Love You, I’ve Got You Under My Skin, Honeysuckle Rose. E ovviamente anche su brani di Dylan, Waits, Cohen, sempre con la voce dalla grana sabbiosa e sensualissima della Krall e il suo pianoforte liquido e delicato. Un set da ricordare per finezza, premiato da una doverosissima standing ovation.
Le serate presso la consueta Trinitate Plaza, il main stage del festival, sono iniziate con i due quartetti di David Murray e Joe Lovano, entrambi premiati con la targa ricordo del festival. Il gruppo di Murray, con la pianista Marta Sanchez, il contrabbassista Luke Stewart, la batteria di Russell Carter e in alcuni brani la voce di Francesca Cinelli, per una ennesima testimonianza del suo fraseggio infuocato, carico di buona parte della storia del sax tenore, lasciando comunque ampio spazio al formidabile trio che lo supportava, in particolare alla pianista. Lirico nelle ballad, Murray sfrutta come sempre i diversi registri del suo strumento, facendo largo utilizzo dei sovracuti, omaggiando debitamente l’estetica del free. Il Paramount Quartet, recente invenzione di Joe Lovano, con già all’attivo una incisione per l’Ecm, schiera, insieme a Santi Debriano al contrabbasso e Will Calhoun alla batteria, la fulgida chitarra di Julian Lage, una delle menti più creative della sei corde di oggi. Mirabili gli equilibri all’interno del quartetto, attentamente determinati dal leader, col suo fraseggio post bop sempre lucido, vorticoso, creativo, sulla forte spinta della formidabile ritmica, in dialogo virtuoso con la chitarra. Nonostante la costituzione relativamente recente, il quartetto mostra già una precisa fisionomia, e rappresenta una delle più interessanti proposte del sassofonista, che pur tante ne ha al suo attivo, dimostrando che non è mai pago di scavare, creare, cercare, innovare. Lage dal canto suo si è ricavato anche un momento in solitudine delicato e introspettivo, colmo di poesia, nel preludio all’esecuzione di una sognante shorteriana Lady Day. Sul finale, omaggi a Coltrane e Tyner.
Ancora il quartetto di Azar Lawrence, dedicato all’era coltraniana dell’etichetta Impulse!, con Benito Gonzalez al pianoforte, Essiet Essiet al contrabbasso e Brandon Lee alla batteria. Alternandosi al tenore e al soprano, il sassofonista, uno dei principali interpreti del verbo coltraniano, era alla guida di un quartetto poderoso nel quale spiccava il pianoforte di Gonzalez, con una ritmica tesa, implacabile, una essenziale sorgente di energia. Tra i brani eseguiti, A Love Supreme, Naima, My Favorite Things.
Sempre più emozionante riascoltare la voce di Cécile McLorin Salvant, con il suo collaudatissimo quartetto (Sullivan Fortner-pianoforte, Yasushi Nakamura-contrabbasso e Kyle Poole-batteria). Splendida vena cantautorale, spiccato senso teatrale, doti vocali ben al di sopra di qualunque media, per un set ancora una volta memorabile, con momenti diversi, tra i quali citare gli omaggi a Ferré, Trenet, Weill, persino un canto barocco francese eseguito in maniera canonica per voce e pianoforte, la splendida Until di Sting, e la conclusione con canzoni in spagnolo per una dedica al paese ospitante.
Ancora a celebrare il centenario della nascita di John Coltrane, la Musikene Big Band guidata dal veterano Charles Tolliver, impegnato solo nella direzione, con il sostegno della sassofonista Camille Thurman, del batterista Darrell Green, di Antonio Faraò al pianoforte e Chris Dahlgren al contrabbasso. Tra i brani eseguiti con impegno, oltre ad Africa/Brass, Greenleaves. L’incrociarsi delle ricorrenze, che quest’anno riguardano anche Miles Davis, ha portato sul palco di Trinidade Plaza anche il “We Want Miles!” di Marcus Miller. Insieme all’entusiasta e comunicativo bassista, Bill Evans al sax tenore e soprano, Mike Stern alla chitarra, Mino Cinelu alle percussioni, Russell Gunn alla tromba, Brett Williams alle tastiere e Anwar Marshall alla batteria. Funk trascinante, un’estetica musicale tuttora valida e vitale, pienamente convincente. Va dato atto al trombettista di sapersi assumere il non semplice ruolo in maniera del tutto encomiabile, Evans dal suo canto è torrenziale, pieno di gioiosa passione, e Stern ingaggia saporiti duetti con Miller, oltre a ricavarsi buoni spazi solistici. Eseguiti, tra gli altri, In a Silent Way e Jean Pierre.
Ultimi due concerti nella Plaza Trinidade, il quintetto “Living Being IV: Time Reflections” di Vincent Peirani e il progetto “New Sketches of Spain” di Erik Truffaz e Antonio Lizana. Il fisarmonicista ha riproposto le musiche del suo disco Act, con un gruppo attivo da ben diciotto anni, efficace e affiatato, che valorizza i ruoli di ciascuno, con una buona carica ritmica e il leader impegnato in assolo frenetici, adeguati al contesto. Da menzionare in particolare il batterista, che fornisce la giusta spinta ritmica al gruppo. Le atmosfere mutano nel corso del set, per culminare nella bella esecuzione di una cover di Under Pressure. Truffaz e Lizana, con un gruppo consono al progetto, hanno omaggiato lo storico spanish tinge davisiano, ma ancor più il flamenco, grazie al cante jondo di Lizana, anche validissimo sassofonista, e al baile di Sara Sanchéz.
La cornice classica del Teatro Victoria Eugenia Antzokia ha ospitato come sempre i concerti mattutini del JazzEñe, iniziando con il Javi Ruibal Quarteto, gruppo andaluso guidato dal batterista Ruibal, che ha proposto un gradevole jazz con venature flamenco ma soprattutto fusion, con i colori forniti dai fiati (tenore, soprano, flauto e armonica) imbracciati da Diego Villegas e con il successivo Xan Campos Amorodios, altro gruppo stavolta galiziano, pienamente dedicato al flamenco jazz, con largo spazio alla voce di Faia Díaz. Il quintetto modale della flautista panamense attiva a Barcelona Anggie Obin: incentrato sul flauto traverso della leader, accompagnata da pianoforte, contrabbasso, un sax tenore che suonava anche il flauto e la batteria, per un apprezzabile set di composizioni originali ispirate a Coltrane e al soul jazz, con buona comunicatività e con un notevole brano per due flauti. A seguire, il gruppo Multipolar guidato dalla cantante Noa Lur, tra jazz e rock. Nelle mattine seguenti, il solo di Pleito (Alba Gil Aceytuno), da Gran Canaria, per sax alto, voce e percussioni, con un sapiente utilizzo della loop station, un taglio felicemente minimalista e iterativo, ricco di sfumature e avvincente, debitore anche del folclore canario. E ancora El Gran Ra, trio guidato dal violinista Raúl Márquez, con piano elettrico e batteria, tra suggestioni etniche e ricerca melodica. Gli ultimi due concerti del JazzEñe hanno visto due quartetti: Nudos, guidato dal chitarrista Victor Antón, un mainstream gradevole e ben eseguito, e il quartetto Reflexividad del sassofonista tenore Daniel Juárez già sul palco nel quartetto precedente, anche questo convincente e con un interessante pianista già esibitosi in precedenza, Xan Campos.
Nell’ultima giornata, il teatro Victoria Eugenia (spazio costruito all’inizio dello scorso secolo, con oltre novecento posti, dall’ottima acustica), ha ospitato il quintetto “India” di Louis Sclavis, con Sarah Murcia al contrabbasso, Benjamin Moussay al pianoforte, Olivier Laisney alla tromba e Christophe Lavergne alla batteria. Dall’omonimo album del 2025, questa ennesima riuscitissima impresa del clarinettista ha ancora una volta convinto, con la sua musica aperta, che lasciava ampi spazi al trio di base e al pianoforte, con il leader che si alternava ai clarinetti e il trombettista che svolgeva efficacemente il suo ruolo. Atmosfere sapide, gradevolmente complesse, sempre nell’ottica di un folklore immaginario, che caratterizza una delle più importanti intelligenze del jazz europeo odierno. Una musica che reca una sua impronta ben definita, altamente creativa, dal taglio finissimo, con cambi d’atmosfera e climi diversi, ricca di sfumature e dettagli.







