Donostia San Sebastián, 19-27 luglio 2025
Edizione n. 60 per lo storico festival diretto da Miguel Martín, nella splendida città basca, tra spiagge pulitissime e quasi tutte libere, un centro storico di grande bellezza e differenti spazi per la musica e per diversi generi. Ovviamente impossibile seguire tutti i concerti, che spesso si svolgono in contemporanea su palchi diversi.
Inizio dai concerti tenutisi nelle mattinate dal 23 al 27 luglio presso il Museo San Telmo, il cui porticato ha ospitato i set in solo di Baptiste Trotignon, Bojan Z, Pierre De Bethmann. Tre differenti idee pianistiche, con Trotignon dal bel senso narrativo della costruzione musicale, tecnica prodigiosa, omaggi a Jarrett (una intensa My Song), uno splendido tema di Egberto Gismonti (Palhaço), atmosfere stride e bebop, Beatles, tango tradizionale, Gershwin, Cole Porter, il gospel, Bach, il Brasile. Il pianista serbo attivo in Francia Bojan Z (dove la Z sta per Zulfikarpašić), già protagonista di diversi ottimi progetti a suo nome e fortunatissimi duo (Michel Portal e di recente Youn Sun Nah), in una prestazione convincente, da maestro del pianoforte solo. Dinamiche accattivanti, senso melodico, propensione improvvisativa sbalorditiva, tecnica altamente espressiva, uso non ortodosso e percussivo dello strumento per aggiungere preziosi dettagli al suo noto talento di narratore musicale. Anche buon compositore (da citare la sua nostalgica Full Half Moon, e Good Wines, un brano da lui dedicato al vino, bevanda della quale è ottimo intenditore), ed esecutore magistrale (una commovente versione di The Peacocks di J. Rowles). De Bethmann è un pianista di impostazione maistream, ma avvezzo a rimodulare gli standards, restituendoli in versioni interessanti (Love for sale, Chelsea Bridge, Beautiful Love), e buon esecutore anche di brani originali. Un amore in comune fra i tre, che non si può non condividere, è quello per Keith Jarrett, da ciascuno debitamente omaggiato, come del resto si è potuto riscontrare nel concerto denominato “Pianoforte”, da una idea del direttore artistico del festival, tenutosi presso lo spazio all’aperto Frigo Gunea. Oltre ai tre pianisti precedenti, il belga Éric Legnini, due pianoforti e due piano Fender Rhodes, per un gran bel gioco di corde, un intreccio acustico ed elettrico per celebrare alla grande il rito del jazz, in un coordinamento creativo con risultati di gradevolissima qualità, scambiandosi gli strumenti nel corso del set, con esiti avvincenti e sorprendenti. Qui l’omaggio a Jarrett è avvenuto mediante la nota The Windup, dall’album del quartetto europeo «Belonging».
Il medesimo porticato del Museo ha successivamente accolto un set per sola chitarra acustica di Marc Ribot. Il chitarrista statunitense nei suoi concerti in solitudine predilige la chitarra acustica, e spazia tra libere improvvisazioni e standard, come a esempio una versione ampia e dilatata di Everything Happens To Me, una sua composizione venata di spanish tinge, un blues di Louis Armstrong eseguito come un blues rurale, e ballads venate di nostalgia. Da artista notamente engagé, Ribot ha ricordato che il suo paese corre il rischio di andare incontro a una terribile dittatura fascista, e ha ricordato l’importanza di difendere la democrazia.
Sulla medesima linea d’onda musicale, lo splendido quartetto del cornettista Kirk Knuffke, con nomi storici come Bob Stewart al basso tuba (Mingus, Gil Evans, Carla Bley…), Stomu Takeishi al basso elettrico (Cherry, Threadgill, Metheny…), Bill Goodwin alla batteria (Gary Burton, Phil Woods, Bill Evans…). Un simile fenomenale combo non poteva non restituire l’anima profonda del jazz, partendo dal canto del leader, per una testimonianza contemporanea ma fortemente radicata nella tradizione. Suggestiva l’interazione metronomica fra il basso elettrico e il basso tuba, che lasciava il batterista libero di spaziare intorno alla scansione di base, mentre il leader fraseggiava con stile e personalità. Quattro personalità differenti, accomunate dall’amore per l’improvvisazione avventurosa, e una cornetta dai toni neworleansiani, per una musica intrisa di umori blues e del jazz delle origini. Finale memorabile sulle note di una marcetta di Sun Ra, Interplanetary Music.
Tornando a Marc Ribot, il nostro è stato protagonista di altri due set. Il Trio Ceramic Dog ha suonato al Teatro Victoria Eugenia, dopo il conferimento al chitarrista del premio Donostiako Jazzaldia da parte del direttore artistico. La collaborazione di lunga data con il bassista Shahzad Ismaily e il batterista Ches Smith ha dato ottimi frutti, con la realizzazione di un concerto davvero riuscito, con esiti persino superiori alle altre occasioni nelle quali chi scrive lo aveva ascoltato. Qui Ribot è libero di spaziare con sicurezza su una ritmica collaudatissima (il drumming di Smith è uno dei migliori di sempre, e il walking di Ismaily è inossidabile), che gli dà modo di volare alto con la chitarra, in totale libertà. Il Cane di Ceramica insomma non cessa di lanciare le sue fiammate sonore, sempre cariche di luce, di messaggi personali e innovativi. Ribot non rinunzia al canto, intonando Bella Ciao, quanto mai politicamente attuale, e ci ricorda che “Una mattina mi son svegliato, to find the fascists at my door”. Fra ritmi rock scatenati, alta coscienza politica, un set fenomenale, corposo, irresistibile, incredibilmente ritmico e intenso, inframezzato da un canto ruvido, antigrazioso, una versione post punk della sua Ecstasy, e ancora appassionate parole sulla Palestina, sul genocidio in corso a Gaza, sulla situazione statunitense, che gli ricorda la Spagna di Franco, e non manca di citare lo slogan “No Pasaran”.
L’altro recente progetto di Ribot, denominato “Hurry Red Telephone”, nella gremita Plaza de la Trinidad (il main stage del festival), mostra un’alta tensione emotiva, con il leader alla chitarra elettrica e voce, una proposta ruvida ancora nel segno della protesta, marcata dalla presenza importante del contrabbassista Sebastian Steinberg, dalla seconda chitarra della grintosa Ava Mendoza e dalla batteria di Chad Taylor. Tutto questo progetto è un omaggio alla tradizione protestataria del jazz, con spazi di assoluta libertà espressiva. Anche rock duro nel repertorio, con Taylor che tira fuori tutta la sua grinta, in sostanza musica per niente consolatoria, volta a risvegliare le coscienze, anche con momenti rumoristici e radicalmente free.
Sullo stesso palco, a seguire, il quartetto “We Exist!” di Dee Dee Bridgewater, con l’italiana Rosa Brunello al basso, Carmen Staff al pianoforte e tastiere e Shirazette Tinnin alla batteria. Decisamente il miglior concerto di un festival pur ricco di tante proposte validissime: raro incontrare una artista come Dee Dee, che a 75 anni, dopo cinquanta di carriera, riesce a tirare fuori una incredibile energia, una professionalità e una qualità musicale davvero entusiasmanti. Premiata dal direttore artistico come già avvenuto per Ribot per il suo grande impegno nel sostenere il lavoro delle musiciste, l’artista ha dato il massimo, spaziando da Percy Mayfield a Roberta Flack, Nina Simone, Billy Taylor, Abbey Lincoln (una Throw It Away da antologia), Billie Holiday (Strange Fruit), con un profondo senso teatrale, fino a una trascinante dylaniana Gotta Serve Somebody. Del quartetto non si potrebbe dire di meglio, dalla direttrice musicale Staff, a Rosa Brunello per la quale non basterebbero mai gli elogi (protagonista di un assolo memorabile), a Shirazette Tinnin, che in assolo ha mostrato di aver molto ben interiorizzato la lezione di Max Roach.
Se ben poco c’è purtroppo da dire del concerto di Hermeto Pascoal, che pur spalleggiato da un gruppo efficace è apparso decisamente poco incisivo, probabilmente per l’età e le condizioni di salute, nel medesimo grande spazio, l’Auditorium Kursaal, ha colpito precisamente nel segno l’omaggio a Oscar Peterson nel centenario della nascita. Non si può immaginare un pianista più adatto di Sullivan Fortner per rendere omaggio a questo grande protagonista della storia del jazz (e per numerose altre imprese, vista la sua indubbia valenza dimostrata negli ottimi lavori in duo con grandi cantanti come Cecile McLorin Salvant e Samara Joy, nonché per i suoi dischi e concerti in trio e in solo): in trio con due veri giganti del mainstream, il contrabbassista John Clayton e il batterista Jeff Hamilton, ha affrontato il repertorio di Peterson con passione e stile ineccepibili, spaziando fra Satin Doll, Con Alma, Django, esibendo un tocco incredibilmente delicato, fluido e scorrevole, imprimendo così alla sua carriera un ulteriore, importante passo avanti. Un jazz in punta di piedi, elegantissimo, che incantava per la sua finezza.
Ma l’offerta musicale di Jazzaldia spazia fra numerosi generi. Un palco all’aperto, Fnac Gunea, ha ospitato la nuova affascinante proposta della flautista e cantante Naïssam Jalal, “Landscapes of Eternity”, una formazione insolita comprendente Sougata Roy Chowdhury (sarod), Leonardo Montana (pianoforte), Anuja Borude (pakhawaj), Zaza Desiderio (bateria), Flo Comment (tanpura). Da attenta ricercatrice, la musicista ha approfondito sul campo la conoscenza della musica indostana, la musica classica del nord dell’India. Con strumentisti provenienti da diversi paesi, tra cui due brasiliani. I tempi dilatati del raga, la modalità, ben si coniugano con il flauto e la voce di Jalal, che vestiva un abito tradizionale e accennava anche alcuni passi di danza. La spinta jazzistica del progetto veniva garantita dal pianista e dal batterista, ben affiatati, sul cui accompagnamento a volte la leader si prodigava in assolo al flauto di pregnante valore jazzistico, in questo riuscito connubio fra occidente e oriente.
Il main stage ha accolto altri concerti di estrema qualità. Inizierei dai Five Elements di Steve Coleman, esibitisi nella stessa serata del progetto di Kurt Elling con gli Yellojackets sulle musiche dei Weather Report. Coleman, insieme ai fedelissimi Jonathan Finlayson (tromba), Rich Brown (basso), Sean Rickman (batteria), ha proposto la sua musica senza compromessi, una continua sperimentazione sul ritmo, che lascia liberi sax e tromba di volare alto, perfettamente coordinati. Scansioni ritmiche ossessive, walking particolarissimo, vamp e pedali del basso, momenti di sax in totale solitudine, uso ritmico della voce, sorprendenti cambi di tempo, per la glorificazione di una musica che è stata da tempo definita il bop del ventunesimo secolo. Elling ha proferito belle e necessarie parole di pace, e tutto l’omaggio alle composizioni del Weather Report è parso assai convincente, con la band che si prendeva i suoi spazi con energia e determinazione, Bob Mintzer che mantiene intatta la sua maestria al tenore e all’EWI, il giovane bassista debitore della lezione di Pastorius convincente, e la prestazione vocale di Elling come sempre di ottimo livello, con il suo scat efficace e dinamico, un bel lavoro di paroliere, che ha riempito di contenuti verbali le composizioni di Zawinul & C. Splendido bis sulle note di The Remark You Made.
Le ultime due serate nel main stage erano dedicate al jazz americano e al flamenco jazz.
Il trio di Brad Mehldau, con Jorge Rossy alla batteria e il giovanissimo contrabbassista Felix Moseholm, ha offerto un buon set. Rilassato e comunicativo, con accompagnatori adeguati, il pianista ha eseguito principalmente brani di sua composizione, tutti molto gradevoli, con il marchio della sua inconfondibile cifra personale. Da citare una versione di Secret Love dilatata e preziosissima, e il bis con una canzone di Joni Mitchell, Marcie.
Il trio di Chris Potter, Dave Holland e Marcus Gilmore, Kismet, ha costituito il piatto forte della serata: Potter è da tempo in una fase molto alta della sua carriera, e con questo trio tira fuori il meglio delle sue grandi potenzialità di strumentista, concedendo ampio spazio ai partner, alternandosi fra tenore e clarinetto basso. Gilmore è un batterista pieno di sottigliezze, discreto e sempre efficace, e Holland è sempre il numero uno del suo strumento. Insieme sviluppano un discorso musicale di altissima qualità, un’idea di jazz davvero elevata. Potter nella serata è andato in crescendo, sempre più convincente e creativo, con composizioni proprie e del contrabbassista. Delizioso.
Il pianista Marco Mezquida, di casa a Jazzaldia, con il chitarrista Juan Gómez “Chicuelo” e Paco de Mode alle percussioni, ha aperto come meglio non si poteva la serata dedicata al flamenco jazz, con una grande enfasi ritmica sostenuta da tutto il trio. Mezquida non manca di prendersi il suo spazio, da valente pianista, giocando da maestro con i colori che la musica offre, armonicamente e ritmicamente. Nelle sue mani il genere mostra una freschezza che avvince. I virtuosismi del chitarrista fanno il resto, mentre il cajon impone una forte spinta ritmica. Il trio funziona anche molto bene nei brani meno veloci, nei boleri, mostrando grande affiatamento (sono già al terzo disco). Un doveroso discorso anche da parte di Mezquida, per la Palestina e contro le politiche statunitense ed europea, cui ha fatto seguire una versione di Imagine davvero intensa e toccante.
Gran finale commemorativo della figura di Paco De Lucia, tra cante, trascinante baile, esaltanti momenti chitarristici, pianoforte, basso, batteria, sassofono, per un’apprezzatissima conclusione del festival.







