29. edizione, 10-13 luglio 2025
Un lungo striscione bianco, recante i nomi di tutti i gruppi che sin dal 1997 hanno suonato al festival (tra cui Eberhard Weber, Mike Stern, Jan Garbarek, Charles Lloyd, Jean-Luc Ponty, Victor Wooten, Béla Fleck, Stanley Jordan, John Abercrombie, Miroslav Vitouš, Zakir Hussain, Magnus Öström, Bugge Wesseltoft, Lars Danielsson, Avishay Cohen, Nils Petter Molvær, solo per citarne alcuni), accoglie chi si reca al festival diretto da Marius Giura, che ha passato il testimone della direzione alla figlia Simona. Garana, piccola località di montagna nella contea di Caraș-Severin a oltre due ore di guida da Timisoara accoglie il folto pubblico richiamato da un cartellone davvero pregevole e da un’atmosfera da raduno pop anni ’70: vecchi appassionati, giovani, famiglie con cani al seguito, tende, boschi, laghi, il panorama, tutti elementi che contribuiscono a creare la magia di questo evento. Tanti concerti, la sera presso il main stage, e la mattina presso una chiesa in una località vicina, Văliug.
La prima serata ha presentato due gruppi, i norvegesi Superless (Ingebrigt Håker Flaten, contrabasso, Eirik Hegdal, sax e synth, Karl Bjorå, chitarra, Øyvind Skarbø, batteria) e i polacchi EABS (Marek Pędziwiatr, pianoforte e synth, Paweł Stachowiak, basso, Jakub Kurek, tromba, Olaf Węgier, sax tenore, Marcin Rak, batteria). Il quartetto di Håker Flaten mostra una fortissima carica ritmica che avvince sin dalle prime note, grazie all’energia del leader, ben affiancato dal batterista, e imprime una forza palpabile alle composizioni varie e suggestive, dai temi leggibili e coinvolgenti, con cambiamenti di tempo e grande spazio per l’ottimo chitarrista. Buon inizio, abbreviato da una forte pioggia che ha imposto una pausa. Una volta cessata la parola è tornata alla musica con i polacchi EABS, una delle giovani formazioni più vivaci del jazz europeo, un quintetto con all’attivo ben otto album (uno del 2020 dedicato a Sun Ra), dove oltre al pianista e tastierista anche gli altri componenti usano tastiere elettroniche oltre ai loro strumenti principali, imprimendo allo svolgersi musicale direzioni mutevoli, tra atmosfere distese e ritmi dance, senza scadimenti ma tenendo sempre alta la qualità musicale. Apporto fondamentale quello del tastierista, costantemente presente, e tre brani iniziali dedicati alle musiche dei padri fondatori del jazz polacco Komeda e Stanko, per poi passare a composizioni originali avanzate e convincenti. Forte impronta ritmica ed elettronica, tempi complessi, sonorità contemporanee, buona conferma per un gruppo attivo sin dal 2016. Serata conclusa da una virtuosa del violoncello, Josephine Opsahl, esibitasi in solo con ampio utilizzo di una loop station e altri artifici elettronici, con influenze minimaliste, a tratti rutilante e sontuosa, alla ricerca di risultati d’effetto.
La seconda serata, con ben quattro gruppi, è iniziata con il Cári Tibor Project – Sculpting Sounds: insieme al tastierista e al violoncellista Szabó J Attila, tre ospiti, una voce, una sassofonista e un fisarmonicista. Grande spazio e centralità alla voce, che girava intorno al pregnante stimolo del leader, e un uso forse un po’ marcato di basi ritmiche a rinforzo, per un viaggio nella canzone, arricchito da una strumentazione varia e partecipe, e alcuni momenti affidati al duo di base o allargati alla fisarmonica.
Il quartetto successivo, Waan, ha proposto un jazz elettrico ricco di groove, con il dinamico sassofonista (alto) che suonava anche una piccola tastiera, ma con un linguaggio in definitiva piuttosto datato, nonostante i numerosi spunti e momenti interessanti.
Sorprendente il trio del sassofonista tenore e cantante lirico Håkon Kornstad, con la fisarmonica di Frode Haltli e il contrabbasso di Mats Eilertsen Tra suoni tersi e improvvisazioni in stile Ecm, un excursus sulla canzone, interpretata da Kornstad con una splendida voce tenorile, fra Germania, Francia, Norvegia e soprattutto Napoli, con perle come Scetate, A vucchella, Luna a Marechiaro. All’interpretazione vocale, tecnicamente ineccepibile, seguivano momenti solistici di qualità al sax, e una costante interazione con gli ottimi partners.
Finale di serata con il quintetto turco di Korhan Futaci (Barış Ertürk, baritono, Esat Ekincioğlu, basso, Erdem Göymen, batteria, Özün Usta, percussioni), un’esplosione di energia free che coniugava mirabilmente tradizioni etniche affidate alla voce del leader, e ampie volate sassofonistiche, su una base ritmica travolgente, impegnata in complessi tempi dispari, tra la fantasia del percussionista e la torrenzialità del batterista. Bis richiesto a gran voce e ottenuto, nonostante l’ora tarda e la temperatura rigida.
Terza serata davvero eccezionale. Dopo il trio greco di Andreas Polyzogopoulos, con Yann Keerim al pianoforte e Grigoris Theodoridis al contrabasso, gruppo che ha fornito un’ottima prestazione grazie all’impronta impressa dal leader che si alternava fra tromba e flicorno con un suono limpido ed efficace e faceva un moderato e intelligente uso dell’elettronica, alla perizia del pianista e al buon sostegno del contrabbasso, con brani originali melodicamente ben impostati (in particolare uno, dedicato ai migranti che perdono la vita nel Mediterraneo), è stata la volta della band di Robben Ford e Chris Minh Doky, con Ricky Peterson alle tastiere e Keith Carlock alla batteria. Un’apoteosi del rock blues, eseguito alla perfezione, con un groove implacabile: non si può chiedere di più a una musica che riesce davvero a mettere tutti d’accordo, anziani critici e neofiti. E, prima del finale con tutto il pubblico in piedi a danzare al suono dei sassofoni (tenore e baritono e basso) e della batteria dei danesi Smag På Dig Selv, l’imperdibile set del gruppo Khmer di Nils Petter Molvær, con due batterie (Rune Arnesen e Per Lindvall), due live samplings (Jan Bang e Pål Nyhus/DJ Strangefruit), basso (Audun Erlien) e chitarra (Eivind Aarset), – oltre a Sven Persson – soundesign e Tord Knudsen – lightdesign – cui il leader ha dato giustamente ampio spazio, valorizzandone le enormi possibilità ritmiche e coloristiche, stagliandosi su tutti con il suono inconfondibile del suo strumento, un vero toccasana per l’anima nei tempi orribili che stiamo vivendo.
Il festival presenta anche un “Experimental Stage”, presso la Biserica Catolică del vicino paesino di Văliug. Qui, nelle ore mattutine, si sono avvicendati concerti in solo e gruppi: il chitarrista Tomas Kaerup, che lavorava su atmosfere dilatate, con buon uso della loop station, modificando con effetti il suono dello strumento rendendolo simile a una tastiera, con reminiscenze frippiane; il quartetto rumeno guidato dal vibrafonista Răzvan Florescu, che ha presentato un hardbop dal taglio semplice e nel solco della tradizione; ancora harbop di buona fattura dal quartetto del pianista David Luca, con tromba e ritmica, e tre concerti più legati a una idea di sperimentalità: un interessante duo tra un chitarrista inventore di strumenti-scultura, Andrei Bălan, nell’occasione uno stranissimo “balanofono”, accompagnato dal fantasioso percussionista e batterista venezuelano Juan Carlos Negretti; un duo batteria e tastiere con synth, vocoder, spoken word, un taglio minimalista e evocazioni cinematografiche (Mischa Blanos); infine un duo piano preparato e percussioni, tra atmosfere ambient e richiami a certo Jarrett (Raul Kusak).
Ma è nell’ultima serata, quella del 13 luglio, che il festival ha raggiunto apici storici. Dopo i danesi Otooto, un buon quintetto con sax, tromba, tastiere, basso e batteria, dalla Francia è arrivato il quartetto della trombettista Airelle Besson, a testimoniare la grandezza del jazz d’oltralpe. Insieme alla leader, il pianoforte e il Fender Rhodes del noto Benjamin Moussay, la voce e l’elettronica di Lynn Cassiers e la batteria di Fabrice Moreau. Musica personalissima, ottime capacità compositive, esecuzioni intense, un segno forte di creatività e di padronanza del linguaggio jazzistico, varietà di atmosfere, mirabile lavoro di squadra e momenti solistici di assoluto valore. Essenziale come sempre l’apporto del pianista, belle interazioni tra voce e tromba, una leggerezza di fondo che ricordava quella del cinema di Truffaut.
Rimane da dire del trio Arild Andersen – Bugge Wesseltoft – Gard Nilssen: un finale memorabile all’insegna della finezza e della maestria improvvisativa, l’applauditissimo concerto di questo trio di recente costituzione che interpreta le splendide composizioni di Wesseltoft, artista che si colloca ogni giorno di più ai vertici del pianismo europeo. La stessa cosa va detta di Nilssen riguardo al suo strumento, mentre Andersen rimane, a 79 anni, un riconosciuto maestro del contrabbasso. Il jazz dunque in una delle sue massime espressioni, una formazione già storica sin dagli esordi. Non resta che attendere i prossimi concerti, e una testimonianza discografica.
Appuntamento a luglio 2026 per la trentesima edizione, che si prevede ancora più ricca di sorprese.




