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Il respiro profondo del sax nelle notti stellari del BeatOnto Jazz Festival

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La rassegna pugliese ha reso omaggio alla “voce” più originale della musica afroamericana, con una serie di concerti dedicati a Coltrane e agli altri maestri della scena internazionale

Quando a soli quarant’anni, nel 1967, Coltrane si congedò dal mondo, “quel mondo” comprese di aver perso la più grande leggenda del jazz. L’artista che meglio era riuscito ad evocare e a fondere – soffiando con ieratica solennità sulle ance del sax – sonorità, ritmi, culture e atmosfere dall’Africa all’America, dall’India all’estremo oriente. Un guru, un teoreta, un esteta. L’autore di alcuni tra i più sorprendenti standard della musica afroamericana: da Blue Train a Giant Steps, da My Favorite Things a Naima, da Ascension a A Love Supreme, il “suo disco supremo”.

“Penso che la cosa principale che un musicista vorrebbe fare sia dare all’ascoltatore un quadro delle tante cose meravigliose che conosce e sente nell’universo. Questo è ciò che la musica è per me. È uno dei modi di dire che l’universo in cui viviamo, che ci è stato dato, è grande e bello”, dichiarava Coltrane, agli inizi degli anni ’60, in un’intervista pubblicata su Down Beat.

Chi scrive si è “imbattuto” in Coltrane nell’agosto del 1980, quando, zaino in spalla, camminava a Parigi lungo gli Champs-Élysées. Dalla vetrina scintillante del Megastore Virgin occhieggiava la copertina di A Love Supreme, un invito fascinoso e irresistibile all’acquisto. Acquisto, in realtà, mai più così giusto e gratificante.

Come più giusto non poteva essere l’omaggio a Coltrane del Beat Onto Jazz Festival, al ventiquattresimo taglio del nastro, che riaccende i riflettori nella consueta, suggestiva cornice di piazza Cattedrale a Bitonto, propiziato dall’incontro tra due fuoriclasse: l’intramontabile Chico Freeman, spirituale e carismatico, e Antonio Faraò, pianista dalla postura energica e insieme lirica. Non una semplice celebrazione, ma un’immersione profonda nella voce più autentica del jazz – il sax – in quel suono che vibra e accende, che racconta e incanta.

Quattro serate intense e memorabili consacrano il più popolare degli strumenti ad ance come voce indiscussa del jazz. Una voce roca e suadente al tempo stesso, introspettiva e insieme sorprendentemente estroversa, in grado di dominare il palco e ammaliare i sensi. Un omaggio che segue l’inchino alla più clamorosa sequenza bianconera della storia della musica, il pianoforte, star della scorsa edizione del festival, secondo la rotta tracciata da capitan Dimundo, rivolta, di anno in anno, a celebrare gli strumenti che hanno punteggiato di successi la storia ultracentenaria del jazz.

Una rotta che l’impavido direttore della rassegna, mostra di conoscere a meraviglia, guidando con fermezza e lungimiranza il suo fido e inseparabile equipaggio, raccolto sotto le gloriose insegne dell’associazione InJazz, alla conquista di inedite e sempre più pescose platee di appassionati e intenditori.

Nel secondo set della prima serata la LJP Big Band incrocia la rotta di Seamus Blake, sassofonista canadese dal fraseggio tagliente e moderno, guidati dalla bacchetta esperta di Dino Plasmati: swing, groove, fusion si intrecciano in una sinfonia potente, con il sax che è guida e carica.

Il secondo giorno a salire sugli scudi è Francesco Schepisi con Elevation, un progetto bello e convincente: una ricerca musicale che respira e invita alla riflessione. Subito dopo, il quintetto di Vincent Garcia esplora le vibrazioni latine del jazz contemporaneo, in un serrato gioco di contrappunti tra sax, basso e batteria, con la melodia che si fa pulsazione.

A Gianfranco Menzella tocca aprire le danze nella terza serata: col suo quartetto si produce in un riuscito tributo al sassofonista fusion Bob Berg: un’esibizione adrenalinica, vibrante, in cui il sax si fa voce potente, irrequieta.

Con Dino Plasmati, Schepisi e Menzella, e nelle successive serate con Lisa Manosperti e Roberto Ottaviano prosegue la ribalta dei talenti pugliesi, cifra distintiva della rassegna, che continua a mescolare la dimensione internazionale del jazz con le inflessioni del nostro sud, palestra fertile e generosa di artisti.

Ma proseguiamo con la rassegna: ecco sulla ribalta un trio da sogno: Rachel Z al pianoforte, Omar Hakim alla batteria e Jonathan Toscano al contrabbasso. Non c’è il sax, ma se ne sente il respiro e la presenza: tecnica e passione si fondono in una performance di grande intensità, tra improvvisazione e interplay.

Gran finale, il 4 agosto. Ad aprire le danze, Lisa Manosperti con Uncaged Bird, vibrante tributo ad Abbey Lincoln, in un dialogo intenso con il sax di Roberto Ottaviano: una voce che consola e provoca, che accompagna e resiste. E poi, l’esplosione di colori e ritmi, di melodia e improvvisazione: l’Afrocuban Reunion, capitanata dal pianista e cantante Meddy Gerville, insiema allo straordinario Dany Noel al basso e Alessandro Napolitano alla batteria, porta in piazza le sonorità caraibiche e africane del jazz, in una danza fluida e coinvolgente di clave, percussioni e fiati. L’onda sonora del Beat Onto Jazz Festival si stempera, alla fine, nelle ombre metafisiche dei recami di pietra della superba cattedrale di Nicolaus Magister.

Ma il festival è anche cultura, bellezza, territorio, come testimoniano le aperture straordinarie dei musei cittadini, con visite gratuite, sconti e orari prolungati. Un invito a lasciarsi incantare non solo dalla musica, ma anche dai capolavori di arte e storia, in un itinerario che unisce l’energia del jazz alla riflessione silenziosa e creativa.

E poi c’è l’aspetto sociale, l’impegno civico, la cittadinanza attiva di un festival gratuito sin dagli esordi. Con centinaia di persone, turisti e appassionati che affollano le piazze, le strade, i locali e i b&b della città, sospinti da quella voglia d’inedito e di libertà che solo il jazz sa risvegliare.

Il Beat Onto Jazz Festival è molto più di un evento: è un simbolo, un rito, un’onda che ogni anno si alza più in alto, sospinta dall’entusiasmo di chi organizza, dal vento di chi la sostiene (dall’amministrazione comunale agli sponsor) e da un pubblico sempre più numeroso ed esigente. Ma Dimundo lo dice con chiarezza: occorre che il festival diventi una voce stabile nel bilancio del Comune. Non si può affidare a mani e cuori “solitari” un simile progetto, così radicato e generoso. Occorre consolidare, proteggere, trasmettere. Il Beat Onto Jazz è già una leggenda: ora deve diventare un’istituzione. Come sottolineano le parole del conduttore Marco Losavio e conferma l’applauso entusiasta del pubblico.

Il pensiero, intanto, vola leggero ma struggente a quell’estate dell’80, a quel primo e definitivo incontro con il supremo “Coltrane”, che occhieggia dalle vetrine scintillanti del megastore di Parigi…