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INNtöne 2026: il jazz del mondo nel cuore della campagna austriaca

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Dal 14 al 16 agosto, nuova edizione del festival diretto con passione e competenza da Paul Zauner, che si tiene in un’antica fattoria nella splendida campagna austriaca, un evento che richiama un folto pubblico da ogni dove, che trova alloggio nei paesi vicini o campeggia in loco.

Gli spazi utilizzati sono sostanzialmente quattro: il palcoscenico all’aperto, il palcoscenico del fienile – che è il principale -, il pub St Pigs e il Blue Horse Music Lab. Quanto alla musica ascoltata nelle tre intense giornate, con set che spesso si sovrapponevano, va innanzitutto lodata la varietà dell’offerta: dai sorprendenti giovani britannici del Vortex London Whirlpool, tutti provenienti dai conservatori, scelti da quattro anni da Oliver Weindling, alle coinvolgenti offerte di blues, R&B, agli ottimi jazzisti serbi del Milos Colovic Sextet, alle musiche tradizionali dei Medieval Rare, all’ottimo trio “Love for Pharoah” con Gene Calderazzo alla batteria.

Il palco del fienile, capace di circa 400 posti, ha ospitato la maggior parte dei concerti. Per una casuale o forse voluta scelta, è iniziato e si è concluso con significative presenze italiane. Il pianista Lorenzo De Finti, con Stefano Dall’Ora al contrabbasso, Alberto Mandarini alla tromba e Marco Castiglioni alla batteria, gruppo attivo da tempo che incide per la norvegese Losen Records, ha eseguito un gradevole post bop, dando come ovvio ampio spazio alla tromba di Mandarini. Momenti informali, buona interazione, per un gruppo più attivo all’estero che in Italia. “Gone” è il nome del trio composto dal sassofonista Gianluca Lusi, dal chitarrista Luigi Masciari e dal fisarmonicista Simone Zanchini. Perfetta l’intesa fra i tre, per una ricerca melodica di qualità dai gradevolissimi toni popolari, che la fisarmonica sottolineava con convincente passione. Zanchini si ritagliava un assolo di grande qualità, e il set, tutto costituito dai brani del cd inciso dal trio, si concludeva con la sua memorabile composizione Smile, please. Il quartetto del contrabbassista francese Stéphane Kerecki “Liberation Songs”, con Enzo Carniel-pianoforte, Thomas Savy-clarinetto contrabbasso e soprano, Fabrice Moreau-batteria, ha tributato un riverente e sentito omaggio alla hadeniana Liberation Music Orchestra. Territori noti, consolidati, con la bellezza delle composizioni (tra cui Spiritual, La Pasionaria, Sandino, Silence) a fare da filo conduttore, tuttavia risentendo della riduzione per quartetto di brani che godevano di ben altro respiro nelle originali versioni orchestrali.

La giornata di sabato è iniziata – per chi scrive – con il pianoforte solo del polacco Krzystof Kobyliński. Un set davvero encomiabile, convincente, che spaziava con gusto da un inizio romantico ad atmosfere differenti, sempre con buon garbo, tocco magistrale, con belle composizioni di media durata, un efficace senso narrativo, tecnica sontuosa, un linguaggio costantemente tonale e melodico ma attualissimo. Il Trio austriaco BLEU (Lorenz Raab-tromba, flicorno e armonium; Ali Angerer-tuba, dulcimer elettrico; Rainer Deixler-batteria), attivo da un ventennio, propone una suggestiva ricerca timbrica, per un gruppo che interagisce con classe, con un esito melodico notevole, che gioca efficacemente sulla dialettica armonium-basso tuba. Affascinante il suono del dulcimer, che interagisce con il flicorno creando una sorta di folklore immaginario altamente coinvolgente. JD Allen ha suonato in trio con Jonathan Zelnik al contrabbasso e Thomas Galliano alla batteria. L’energia traboccante fin dal primo brano faceva presagire un set infuocato, e così è stato. Il tenore esprimeva alta tensione emotiva, ben supportato da una ritmica all’altezza, che sprigionava forza ma anche delicatezza nelle ballad (Everything happens to me, In my solitude). Il concerto ha mostrato un musicista pienamente addentro alla grande tradizione dello strumento, tuttora viva e vibrante, con una rilettura del bop in chiave coltraniana e rollinsiana. A chiudere l’intensa giornata, il trio del percussionista indiano di base in UK Sarathy Korwar, insieme all’altro percussionista Magnus Metha e al trombettista Alex Kranabetter. Una interessante commistione fra suoni acustici ed elettronica, per un progetto dalle ascendenze tipicamente world, con degli antecedenti possibili in alcuni lavori di Trilok Gurtu. Un ricco tappeto percussivo, ritmicamente vario, denso di colori, a far da base al suono filtrato della tromba, a costruire frasi semplici, definendo anche atmosfere vicine all’ambient e al minimalismo, facendo uso delle voci.

Altrettanto densa l’ultima giornata del festival, iniziata in mattinata con il gruppo “Drum’n Koto” del contrabbassista Chris Jennings, con Mieko Myazaki al koto, Patrick Goraguer alla batteria e l’ospite Nguyên Lê alla chitarra. World music molto vicina al jazz e di altissima qualità quella offerta dal gruppo, con i mirabili dialoghi e intrecci fra le corde del koto e quelle della magistrale chitarra di Lê. Jennings sa far “cantare” il suo strumento come pochi, e la sua intesa col batterista, che suona anche il santur, un dulcimer persiano, è totale. Dunque influenze etno, rock, con vari assolo del chitarrista concisi, essenziali, praticamente perfetti.

Markus Stockhausen, con Jeroen van Vliet al pianoforte, Jörg Brinkmann al violoncello e Christian Thomé alla batteria, ha offerto un viaggio affascinante dentro delle tipiche atmosfere Ecm. Un gruppo dai perfetti equilibri, con il suono delicato della tromba e del flicorno del leader che si stagliavano sul prezioso lavoro del trio. Limpido e lirico, il timbro di Stockhausen immerge chi ascolta in un’atmosfera rinfrancante, quasi terapeutica, ben coadiuvato dal violoncello, che fa anche uso dell’archetto, dispensando sapidi armonici. A tratti la musica si fa frenetica, la tromba viene filtrata dall’elettronica, con un totale cambiamento d’atmosfera. Bis cameristico per un set intenso e memorabile.

Il duo Aki Takase-Daniel Erdmann (pianoforte e sax tenore e soprano), con all’attivo un disco edito nel 2021 (si conobbero lui discente lei docente a Berlino parecchi anni fa), ha preso avvio da una versione sfrenata e torrenziale di Caravan. Il dialogo fra i due è virtuoso, e il pianismo travolgente di Takase ben si equilibra col misurato fraseggio di Erdmann, che man mano tende a farsi più rapido, in altri brani ellingtoniani, mingusiani e classici del bebop.

Drastico cambiamento d’atmosfera con il gruppo del trombettista portoghese Luis Vicente, con John Dickeman al tenore, Luke Stewart al contrabbasso e Onno Goavert alla batteria. Sostanzialmente un omaggio ad Albert Ayler, che poggiava sul capace archetto e sul walking di Stewart, sulla potenza di suono del tenore, nella migliore tradizione del free, mentre il leader non poteva che riferirsi in parte a Don Cherry, con un approccio altrettanto libero e spigliato, ma anche alla ricerca di una sua personale cifra espressiva.

Dee Alexander, chicagoana, in quartetto con Miguel de la Cerna-pianoforte, Osian Roberts-sax tenore, Wolfram Derschmidt-contrabbasso e Dusan Novakov-batteria, non si limita a cantare, ma interpreta i brani che esegue con un bel gusto narrativo, efficacemente supportata dal gruppo, tutti comunque efficacemente calati nella tradizione, in particolare il pianista. Caravan, Blue Gardenia, Polka Dots and Moonbeams, Moanin’ tra i brani eseguiti, con alcuni speciali vibrati della voce con il solo accompagnamento del contrabbasso. Alexander lascia il segno in ogni brano, come nella versione di All Blues eseguita sul finale.

A chiudere il festival il collaudatissimo quartetto di Fabrizio Bosso, con Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria. I quattro hanno proposto i brani del recente «Routes», edito dalla Warner Italia. Il gruppo rappresenta al meglio il jazz italiano di oggi, poiché le doti strumentali eccelse del leader trovano un riscontro formidabile negli altri componenti, tutti giunti a una piena e invidiabile maturità espressiva. A INNtöne hanno fornito una ottima prova, con il fraseggio come sempre fulminante del leader, che nelle ballad con la sordina diventa assolutamente lirico e delicato, per recuperare nel corso degli assolo la sua ben nota rapidità di fraseggio.