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Intervista con Lorenzo Cimino, musicista e direttore artistico del Festival Internazionale del Jazz della Spezia

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Incontriamo il musicista Lorenzo Cimino che da 6 edizioni è il direttore artistico del Festival Internazionale del Jazz della Spezia. che quest’anno si tiene dall’8 luglio al 4 agosto.

Lorenzo, da alcuni anni lei dirige il festival più longevo d’Italia. Vorrebbe tracciarne sinteticamente la storia?

Il Festival Internazionale del Jazz della Spezia è il più longevo d’Italia dedicato a questo genere, ed è per me un profondo onore e una grande responsabilità dirigerlo oggi, giunti alla 58ª edizione. L’idea originale si concretizzò nell’estate del 1969 grazie all’intuito e alla passione di quel gruppo di pionieri che appena un anno prima aveva fondato l’associazione Amici del Jazz della Spezia.

Il livello fu subito stellare: la sera del primissimo concerto, il 18 luglio 1969, salirono sul palco artisti del calibro del trio di Bill Evans, il quartetto di Lucky Thompson e la big band di Maynard Ferguson.

Scorrendo l’incredibile albo d’oro del festival, ci si rende conto di come questo palco sia stato un vero e proprio crocevia della storia della musica mondiale.

Basti pensare che abbiamo avuto l’onore di ospitare i giganti assoluti del pianoforte: dalle esibizioni indimenticabili dal piano solo di Keith Jarrett, fino alle visioni di Herbie Hancock e all’intensità emotiva del grande Michel Petrucciani, senza dimenticare l’energia di Horace Silver e l’estro del nostro Giorgio Gaslini.

Se guardiamo ai maestri degli ottoni e delle ance, la nostra storia è intimamente intrecciata a quella di figure che hanno letteralmente tracciato la via, dalla poesia pura e tormentata di Chet Baker al suono imponente del sassofono di Dexter Gordon, fino ad arrivare all’innovazione tutta italiana di Enrico Rava e Massimo Urbani.

Ma il festival è stato anche la casa delle grandi formazioni e delle rivoluzioni ritmiche. Abbiamo vibrato con la monumentale potenza compositiva di Charles Mingus, con il magistero orchestrale della Thad Jones – Mel Lewis Big Band e con l’energia esplosiva di Art Blakey. Siamo stati pionieri nell’accogliere le rivoluzioni elettriche e la fusion, portando alla Spezia band epocali come i Weather Report.

E non ci siamo mai limitati agli steccati più rigidi del jazz, ma abbiamo voluto omaggiare le radici più profonde della musica afroamericana accogliendo i padri fondatori del blues, ospitando performance storiche di Muddy Waters & His Blues Band e dell’indimenticabile B.B. King & His Blues Band.

È una sequenza ininterrotta di leggende che mette i brividi e che ci ricorda costantemente l’immenso peso culturale del palco su cui, ancora oggi, continuiamo a fare ricerca e proporre nuova musica.

Che tipo di impronta ha dato alla direzione artistica del festival?

La mia linea si fonda su un principio chiaro: onorare la tradizione proiettandola nel futuro. Un festival con una storia così monumentale non può permettersi di diventare un museo autoreferenziale.

Per questo motivo, ho voluto dare un’impronta fortemente orientata alla contaminazione, alla contemporaneità e alla ricerca sonora. Accanto ai grandi maestri che rappresentano la colonna vertebrale del jazz, ho aperto stabilmente le porte alle nuove generazioni, all’avanguardia, ai linguaggi electroacoustic, minimali e alle commistioni interdisciplinari. L’obiettivo è trasformare la complessità di questa musica in un fascino magnetico per il pubblico, offrendo progetti esclusivi, produzioni originali e letture innovative che dimostrino come il jazz sia, oggi più che mai, un linguaggio vivo, pulsante e in continua evoluzione.

Dalla sua biografia musicale si evince che lei si muove con disinvoltura tra musica classica e jazz. Qual è il segreto del suo eclettismo?

Non credo esistano segreti, se non il rifiuto categorico degli steccati mentali e accademici. Avendo alle spalle studi rigorosi sia nella tradizione classica che nella composizione jazz, ho sempre considerato la musica come un unico, immenso continente da esplorare.

Il rigore, il controllo del suono e la profondità analitica che derivano dalla musica classica non sono in contrasto con la libertà d’improvvisazione o la sperimentazione timbrica del jazz; al contrario, si alimentano a vicenda. Per me l’eclettismo è una necessità espressiva: la disciplina della partitura scritta mi fornisce le fondamenta tecniche ed espressive necessarie per muovermi con consapevolezza quando decido di destrutturare la forma, lavorare sui pedali d’effetto, sull’ambient o sull’improvvisazione radicale.

In che modo le sue avvenute collaborazioni con noti musicisti jazz influenzano la sua attività di docente?

L’attività sul palco e quella in cattedra sono due facce della stessa medaglia. Aver condiviso e condividere tuttora la musica con grandi professionisti e innovatori della scena mi permette di portare all’interno del Liceo Musicale non solo la teoria, ma la realtà viva del mestiere.

Ai miei studenti di tromba non trasmetto solo la tecnica strumentale, ma l’importanza dell’ascolto reciproco, dell’interazione estemporanea e della flessibilità stilistica. Le esperienze internazionali mi aiutano a insegnare loro che l’errore nel jazz non è un fallimento, ma un’opportunità compositiva. L’obiettivo didattico diventa quindi quello di guidarli oltre la semplice esecuzione delle note sul leggio, aiutandoli a sviluppare una propria voce identitaria, critica e consapevole.

Come vede il futuro della sua attività artistica e del festival che dirige?

Vedo un futuro fatto di esplorazione e consolidamento. Per quanto riguarda il festival, la sfida è mantenere altissimo il livello qualitativo e l’identità culturale in un mercato musicale sempre più globale e standardizzato, continuando a far crescere la manifestazione come un centro di produzione e non solo di ospitalità.

Sul piano personale e artistico, il mio cammino è totalmente assorbito dalla ricerca sonora, in particolare nell’universo della musica elettronica, minimale e d’ambiente. Una direzione che rappresenta la mia attuale direzione di marcia e che si è concretizzata nelle mie più recenti uscite discografiche: penso all’album Enoscapes realizzato con il chitarrista Sergio Sorrentino, un viaggio immersivo e omaggio all’universo di Brian Eno, o al brano Deep Dub Bop, nato con gli Ujig nel segno della contaminazione profonda tra strumenti acustici ed elaborazione digitale.

Allo stesso tempo, considero vitale l’interazione umana e il confronto con le nuove generazioni: un dialogo che prende forma viva sul palco con il mio quartetto, al fianco di Gianni Grondacci, John De Martino e di mio figlio Edoardo Cimino alla chitarra. Continuare a creare, a dialogare con i nuovi linguaggi e a esplorare senza confini è lo stimolo principale per guardare avanti.