18-22 febbraio 2026
Il Vorarlberg è il più occidentale dei nove stati federati austriaci, confina con Svizzera, Liechtenstein, Baviera, Tirolo e con il lago di Costanza. La sua collocazione geografica ne fa uno dei luoghi più gradevoli dell’Austria, uno dei più ricchi e visitati. Qui, nella cittadina di Götzis (poco più di 11.000 abitanti), è giunto alla seconda edizione il festival diretto da David Helbock, pianista austriaco nativo della zona, da tempo ben noto anche in Italia per la sua costante attività discografica e concertistica. Vale decisamente la pena affrontare le temperature invernali di questa incantevole zona del cuore dell’Europa, comunque agevole da raggiungere con i mezzi pubblici, per seguire un festival che si presenta interessante e coinvolgente, affiancando nomi del jazz internazionale ad artisti austriaci e delle nazioni vicine, in un dialogo fervido e creativo. Il festival (che ha presentato anche delle anteprime in febbraio), utilizza degli spazi di grande impatto: principalmente l’auditorium del Kulturbühne Ambach, ma anche il ristorante del St. Arbogast e la cappella omonima. Si percepisce, anche dall’atmosfera generale, che è condotto dalla direzione artistica con competenza e cuore, ingredienti che, insieme alla buona accoglienza della località, fanno presagire un futuro prestigioso per questo evento.
La prima serata ha presentato l’incontro tra la parola scritta, letta dal noto scrittore austriaco Michael Köhlmeier, autore interessante e prolifico purtroppo pochissimo noto in Italia (della sua vasta bibliografia sono state tradotte in italiano appena un paio di opere), con letture dal suo libro “Boulevard der Helden”, vertenti tra l’altro su Thelonious Monk e Django Reinhardt. A fare da cornice e contrappunto alle letture, molto apprezzate dal pubblico con conseguente richiesta di bis, un ottimo trio di base composto dal pianista svizzero Claude Diallo, dalla giovane batterista connazionale Laura Schäfer e dall’austriaco Andreas Amann al contrabbasso e basso elettrico, affiancato da alcuni ospiti (Fabio Devigili al sax tenore, Heidi Caviezel alla voce e Mahan Mirarab alla chitarra).
La seconda serata ha offerto due formazioni diverse, per due set entrambi centrati. Il primo era affidato al Florian King Trio con, oltre al leader al contrabbasso e basso elettrico, David Soyza al vibrafono e Michael Naphegyi alla batteria. Ai tre si affiancava il quartetto d’archi Stella Deepstring, il sax tenore di Devigili e la tromba di Herbert Walser Breuss. Trio coeso e concentrato, con un suono terso e preciso, per un jazz contemporaneo ampiamente fruibile, con il vibrafonista essenziale e misurato, così come gli altri componenti. Il secondo set era affidato al settetto Shake Stew, capitanato dal bassista (anche contrabbasso, kalimba e guembri) Lukas Kranzelbinder. con due batterie (Nikolaus Dolp e Herbert Pirker), un secondo bassista anche chitarrista (Oliver Potratz) e Yvonne Moriel al sax alto, Johannes Schleiermacher al sax tenore e Mario Rom alla tromba. Non si potrebbe dir meglio di questo gruppo, formazione di punta in Austria, che possiede una buona dose di travolgente groove, per una proposta musicale di alto livello qualitativo, ricca di contagiosa energia, con composizioni varie e diversificate, tra richiami all’Africa e suggestioni filmiche, curiose, vive. Una formazione che merita un ampio riconoscimento internazionale, grazie al prezioso lavoro dei due batteristi-percussionisti, alla spinta del leader e al prezioso ruolo dei fiati, tra i quali spiccano particolarmente l’incantevole suono e il fraseggio della Moriel.
Il direttore artistico David Helbock ha riservato per un suo progetto un set nella serata di venerdì 20 febbraio. Partendo dalla base del suo recente duo con la bassista e violoncellista Julia Hofer, già peraltro disponibile per i tipi della Act con il titolo “Faces of Night”, ha ospitato, singolarmente e anche insieme la voce di Veronika Harcsa, la tromba e il flicorno di Lorenz Raab e la chitarra acustica a doppio manico di Mahan Mirarab. Fresco e dinamico, il duo si avvale, oltre che della ben nota competenza del pianista, della versatilità strumentale della viennese Hofer, che alternandosi fra i due strumenti garantisce diversità di atmosfere, a tratti sognanti, a tratti ritmicamente marcate. L’apporto di Raab aggiunge poi altri brillanti e sfavillanti colori alla tavolozza dei due, e il set si mostra ancora più seducente. Seduzione che non si smorza con il successivo intervento della cantante Veronica Harcsa, che offre una bella e insolita versione della monkiana ‘Round Midnight in ungherese, la sua lingua, e fa anche ampio e sapiente uso dell’improvvisazione vocale, di cui è maestra. Una versione scattante e dinamica di Freedom Jazz Dance la vede impegnata in un dinamico e personalissimo scat, e ancora la parola recitata su atmosfere impreziosite dall’archetto del violoncello. L’ingresso del chitarrista iraniano Mirarab, con la sua totale padronanza tecnica dello strumento evidenziata anche da un ampio uso degli armonici, allarga ancora lo spettro cromatico del set, grazie al dialogo fra il suo fraseggio e quello del pianista, ben sostenuti ritmicamente e armonicamente dal basso. Bis altamente suggestivo con un brano di elevata spiritualità composto da Gurdjieff.
Il set successivo ha visto sul palco il giovane quartetto della pianista mongola Shuteen Erdenebaatar, con Nils Kugelmann al contrabbasso, Simon Comté ai sax tenore e soprano e Sebastian Wolfgruber alla batteria. Gruppo efficace, impegnato nell’esecuzione di composizioni originali (tra cui una ispirata a un canto popolare della Mongolia) dominato dalla figura della leader, con i partner efficaci nei rispettivi ruoli, per un concerto di buon impatto, cui forse avrebbe maggiormente giovato un pizzico di stringatezza negli assolo.
La raccolta e luminosa atmosfera della Cappella di St. Arbogast ha ospitato due duetti di grande qualità, estremamente diversi tra loro. Il primo affiancava i flauti traversi di Günter Wehinger alla chitarra classica di Julio Azcano, per celebrare l’ottima intesa di questo duo cameristico. I colori evocati dall’argentino Azcano principalmente partivano dalla preziosa lezione towneriana, e i due mostravano apertura a diverse musiche del mondo attraverso la pratica dell’improvvisazione. L’agile fraseggio del flauto volava alto sulla pregevole acustica del luogo, e il chitarrista si ritagliava un brano in solo eseguendo una composizione di Rosenwinkel dove sfoggiava la sua mirabile tecnica (è stato tra l’altro membro dell’Eos Guitar Quartet). La mattina seguente, l’atteso duo della cantante Golnar Shahyar e del chitarrista Mahan Mirarab: un affascinante viaggio tra i suoni della Persia quello offerto da questo duo che mescola ai suoni tradizionali il gusto dell’improvvisazione, in un mix davvero riuscito e coinvolgente. La chitarra acustica a doppio manico evoca sapientemente i suoni della sua terra, mentre la voce ne restituisce con grazia le sfumature del linguaggio e la temperie melodica. Dal canto scaturisce un senso melodico universale, capace di superare ogni barriera geografica. Mirarab ha un album in uscita per l’etichetta Act, con ospite Lars Danielsson, e la Shahyar in questi giorni ha inciso il suo nuovo album con la prestigiosa NDR Bigband. Nel bis i due hanno ospitato l’affascinante suono del duduk armeno, in Persia balaban.
Il Filippa Gojo Quartet affiancava alla cantante il pianoforte di Sebastian Scobel, il contrabbasso di David Andres e le percussioni di Lukas Meile. Un excursus di qualità nella canzone, sorretto da un gradevole swing e portatore di solare comunicatività, con un supporto a tratti anche vocale da parte del trio, sempre pertinente, delicato e preciso, mentre la leader, con la sua invidiabile estensione vocale, si prodigava in gradevoli vocalizzi. Composizioni diverse, mai scontate, a volte accompagnate dalla kalimba e da un organetto a mantice, con moderati sperimentalismi, e un dichiarato amore per Joni Mitchell, della quale eseguivano Woodstock.
Il sempiterno sorriso di Brian Blade – che a chi scrive riporta alla memoria quello, indimenticabile, di Billy Higgins -, è una delle note caratteristiche dello splendido trio di Wolfgang Muthspiel, con Scott Colley al contrabbasso. Una lezione magistrale di interplay, di elevatissima finezza, con il leader ad alternarsi fra una acustica a corde di nylon e una semiacustica di eccelsa fattura. La musica scorreva naturalmente e felicemente dalle dita di questi tre fuoriclasse, con estrema pulizia del suono, in piena estetica Ecm (i tre hanno recentemente inciso l’album «Tokyo»), ariosa, aperta, con semplicità e relax, tra composizioni originali, una di Motian e una di Jarrett, strutturate in modo differente rispetto alla consueta successione tema-improvvisazione-tema, con sezioni a volte complesse e scansioni ritmiche di fiammante fantasia, ben lontane dalla ordinaria concezione mainstream. Un eccelso esempio di un jazz calato nell’oggi ma denso di tradizione e storia.
L’ultimo concerto, opportunamente collocato temporalmente nel pomeriggio domenicale, era quello del duo Norma Winstone-Kit Downes. La gloriosa cantante britannica ha trovato nel pianista il partner ideale per sostenere la sua voce calda e densa di preziose sfumature, che rende onore da decenni al jazz europeo. Sapide armonizzazioni ed efficaci dinamiche rendono il miglior servizio possibile al canto, libero di ripercorrere brani di Fred Hersch, Carla Bley, Ralph Towner, fino alla conclusiva, emozionante, The Peacocks di Jimmy Rowles e al richiestissimo bis di I Fall in Love Too Easily.
Il programma era arricchito da eventi collaterali, interessanti e partecipati seminari, un concerto per bambini, due gruppi che al termine dei concerti dell’auditorium si esibivano nell’ampio e accogliente foyer, e persino una colazione in jazz.
Non resta che augurare lunga vita a questo festival, che impreziosisce ulteriormente il già validissimo panorama dell’offerta jazzistica austriaca.




