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JAZZx Timișoara: contaminazioni, energia e una Samara Joy da antologia

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1-5 luglio 2026

Timișoara, vivace capitale del Banato, con poco più di 300.000 abitanti, è lambita dal Timiș, affluente del Danubio. Annessa alla Romania nel 1920, fu sede della rivoluzione del 1989 che portò alla caduta del regime di Ceaușescu. Dal 2013 è sede di un jazz festival caratterizzato da una foltissima presenza di pubblico, prevalentemente giovane, che mostra di gradire particolarmente l’offerta di concerti gratuiti in diversi spazi della città. Sostenuto dalla municipalità cittadina, con il sostegno di diversi sponsor, il festival offre, oltre ai concerti serali, altri eventi in altri spazi cittadini, e delle masterclass. Chi scrive ha seguito i concerti del main stage presso la grande Piața Libertății, gremita di diverse migliaia di persone.

Ovviamente le scelte artistiche devono tenere conto della enorme partecipazione di un pubblico non specialistico, così le proposte più strettamente jazzistiche erano frammiste ad altre di stili differenti. Ciò vale specialmente per la seconda serata del main stage, che ha ospitato i gruppi della cantautrice rumena Amalia Gaiță accompagnata dal suo valido trio soul-rock, il tastierista britannico Joe Armon-Jones, uno dei fondatori del gruppo Ezra Collective, in quintetto con tra gli altri la voce di Asheber e il sax tenore di James Mollison, con il suo groove implacabile, tra reggae e funky, e gli statuntensi Free Nationals. E anche per la terza serata, con il lungo concerto conclusivo affidato alla band del cantautore israeliano Asaf Avidan, anche polistrumentista (chitarre e guembri), dalla forte presenza scenica, con un bel senso teatrale e una voce acuta che a tratti evocava quella di Robert Plant, carismatico e convincente nell’interpretazione delle sue belle canzoni.

Il jazz ha trovato spazio nei concerti della cantante ungherese Emma Nagy, con il suo quintetto, dinamico, dal buon impatto sonoro, per un pop jazz fresco e contemporaneo; nel trio del tastierista berlinese Moses Yoofee, con la sua fusion fortemente adrenalinica – una valanga di groove -, suonata in maniera tecnicamente ineccepibile anche grazie all’uso di differenti tastiere che garantivano una discreta varietà timbrica, ma forse leggermente fredda; nel gruppo della cantante rumena attiva nei Paesi Bassi Anita Petruescu, ben supportata dal suo trio, con una buona presenza scenica, un timbro vocale pieno, che spaziava con disinvoltura tra brani veloci e lenti, prevalentemente di genere fusion, con influenze soul; nel quartetto del trombettista emergente franco-marocchino Daoud, un nome da tenere decisamente in considerazione, che ha suonato un set dinamico e coinvolgente, utilizzando anche una tastiera, capace di accontentare pubblici dai gusti differenti, che da buon comunicatore trasforma il concerto in un happening festoso e partecipato.

Ma uno spazio a parte merita il concerto di Samara Joy: la cantante afroamericana, appena ventiseienne, è una delle voci più interessanti del jazz odierno, e incide per la Verve. Accompagnata da un settetto con quattro fiati che suonava come una big band, ha eseguito – mirabilmente – intramontabili classici tra cui Sophisticated Lady, Lush Life, Yesterdays, Three Little Words. Una immersione profonda nella tradizione del jazz, uno swing collaudatissimo, arrangiamenti freschi e assolo di grande qualità, al servizio delle sue doti vocali, gestite con estrema, definitiva padronanza. Da antologia la sua interpretazione di una delle più belle – e tristi – canzoni scritte da Billie Holiday (su musiche di Mal Waldron), una Left Alone di abbacinante bellezza.