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La chiusura di Via dei Matti n.0 – Lettera aperta alla RAI: il servizio pubblico non è un palinsesto qualsiasi

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Alla cortese attenzione del Presidente della Rai,
del Consiglio di Amministrazione,
dell’Amministratore Delegato e della Direzione di Rai3

Gentili Signore e Signori,

Apprendiamo dagli organi di stampa, e dalle parole degli stessi Stefano Bollani e Valentina Cenni, che dopo cinque stagioni il programma non figura tra le conferme della prossima annata di Rai3. Si parla, in modo asettico, di un “mancato rinnovo” ma è la chiusura di uno degli esperimenti di divulgazione musicale e culturale meglio riusciti del servizio pubblico degli ultimi anni, senza che ne sia stata offerta una motivazione compiuta e trasparente.

Via dei Matti n.0 ha esordito su Rai3 il 15 marzo 2021, in onda dal lunedì al venerdì nella fascia che precede la cena. Nasceva in piena pandemia e proprio in quel contesto trovava la sua forza: una striscia quotidiana di circa venticinque minuti capace di portare la grande musica dentro le case, non attraverso lo stereo ma attraverso lo schermo, con un linguaggio nuovo e mai cattedratico.

Nell’arco di cinque edizioni il programma ha accompagnato il pubblico sera dopo sera, costruendo un appuntamento riconoscibile e affezionato. In un panorama televisivo in cui l’intrattenimento gridato e il talk politico occupano gran parte delle prime serate, quei minuti quotidiani rappresentavano un esercizio raro di leggerezza colta: il tempo dell’ascolto, della pausa, della curiosità.

Il valore del programma non è una percezione soggettiva: è stato certificato da premi autorevoli. Via dei Matti n.0 ha ricevuto nel 2021 il Premio Flaiano come miglior programma culturale, assegnato a Valentina Cenni e Stefano Bollani; nello stesso anno il Premio Moige, a testimonianza del suo valore familiare ed educativo; e nel 2023 il Premio Adriano Mazzoletti per la divulgazione musicale, sempre nel 2023 il premio Lucca Classica.

Sono riconoscimenti che non arrivano per caso: attestano che Via dei Matti n.0 ha saputo parlare di musica a tutti i telespettatori, dagli addetti ai lavori alle famiglie, ai ragazzi, a chiunque in quella “casa piena di musica” si sia sentito accolto e mai escluso.

Fin dalla prima stagione il programma si è proposto come un salotto musicale aperto, in cui ogni sera ospiti diversi raccontavano il proprio rapporto con la musica, a prescindere dal mestiere d’origine. Dal pianoforte di Bollani e dalla sensibilità teatrale di Valentina Cenni sono passati artisti di mondi lontanissimi: voci della canzone d’autore come Ornella Vanoni, Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, Samuele Bersani, Fabio Concato; attori e comici come Neri Marcorè e Checco Zalone; innumerevoli jazzisti nostrani e internazionali, tanti eccelsi interpreti della musica classica; svariate incursioni di artisti di musica proveniente da culture popolari con tradizioni e storie di grande spessore e interesse, e altri ancora, in una galleria che attraversa generi, generazioni e linguaggi ma tutti a pieno e titolato supporto del prezioso messaggio artistico e culturale che  è sempre stato il pilastro sul quale si sono basate le società moderne e solide.

È proprio questa coralità a fare del programma un archivio vivente della musica e delle arti, più che un semplice show. Lo confermava anche lo speciale in prima serata Via dei Matti Picture Show, dedicato al legame profondo tra musica e cinema: la prova che, in quella casa, le arti sorelle — musica, teatro, letteratura, immagine — non venivano soltanto nominate, ma fatte dialogare. Da spettatore non si aveva la sensazione di assistere a un “segmento di palinsesto”, ma di entrare ogni sera in un luogo affettivo. È televisione che educa senza mai mettersi in cattedra.

Non si può parlare di Via dei Matti n.0 senza collocarlo nella storia della Rai. La televisione pubblica italiana ha costruito la propria identità anche attraverso la musica colta, la prosa, la divulgazione, e attraverso il lavoro di strutture come Rai Cultura. In questo solco si inseriva la scelta di dedicare uno spazio quotidiano alla musica e alle arti, con una formula leggera ma di alto profilo.

Togliere dal palinsesto questo presidio significa indebolire, agli occhi del pubblico, la coerenza tra la missione dichiarata e l’offerta reale del servizio pubblico. E lo fa in una fascia di grande visibilità, dove la responsabilità culturale dovrebbe pesare di più, non di meno.

È comprensibile che i palinsesti cambino, che le reti sperimentino, che le direzioni editoriali compiano scelte anche difficili. Non è invece accettabile che la chiusura di un programma tanto premiato e riconosciuto venga liquidata come un semplice “mancato rinnovo”, senza una motivazione all’altezza del mandato culturale di chi gestisce la principale emittente del Paese.

Il videomessaggio con cui Bollani e Cenni hanno annunciato l’assenza dai palinsesti conferma che la decisione è aziendale e non nasce da una volontà degli autori di lasciare il progetto; la tristezza dei loro sguardi trasmette la percezione di un arretramento culturale: si rinuncia a un appuntamento quotidiano di musica e dialogo in favore di prodotti più omologati? Ecco, anche questo sarebbe stato più dignitoso: comunicare l’intento di copertura di quello spazio e non una cancellazione, altrimenti prende forma l’idea implicita che la cultura sia un lusso marginale e non il cuore di un servizio pubblico che non può, e non deve, entrare in quella deprimente e disarmante logica del “con la cultura non si mangia“…

Esiste un pubblico che non chiede soltanto intrattenimento rumoroso, giochi e talk polarizzati, ma desidera contenuti in cui il tempo dell’ascolto venga rispettato. È lo stesso pubblico che, in questi giorni, esprime il proprio dispiacere sui social, sui giornali, nelle conversazioni quotidiane.

Quando si cancella un programma capace di conciliare riconoscimenti della critica, premi di settore e calore popolare, non si sta semplicemente “facendo spazio” ad altro: si manda un messaggio preciso a chi ama la musica e le arti, e a chi crede che la televisione possa ancora essere un luogo di crescita condivisa. Il messaggio è che la richiesta di qualità è negoziabile mentre invece si dovrebbe sempre affermare, con scelte concrete, che il pubblico attento non è una nicchia sacrificabile, ma una risorsa da coltivare.

Non si tratta quindi di “difendere” un “programma di nicchia”, ma l’idea che la televisione pubblica possa e debba essere, ogni giorno, una casa piena di musica, parole e immagini che ci rendano cittadini più consapevoli. Via dei Matti n.0 ha dimostrato che questo è possibile: cinque stagioni, centinaia di sere e ospiti, più di 150 ore di cultura, di storie, di viaggi nel mondo dell’arte.

Con rispetto, ma con altrettanta fermezza, chiediamo che la Rai ascolti questa voce e le molte altre che in queste ore, in tutta Italia, si levano in difesa di una delle sue esperienze più luminose.

Jazzitalia