Lo storico festival altoatesino quest’anno ha conseguito l’ambito premio dell’European Jazz Network per l’Adventurous Programming, premio che l’anno passato era andato al festival austriaco di Saalfelden. Un riconoscimento che va al prezioso lavoro dei tre direttori artistici Stefan Festini Cucco, Roberto Tubaro e Max von Pretz, sempre attenti a portare sul territorio le migliori proposte del jazz europeo.
La qualità, nelle giornate seguite da chi scrive (26-30 giugno), è stata alta, come testimoniato dal folgorante inizio affidato alla Supersonic Orchestra di Gard Nilssen, nella prestigiosa cornice del Noi Park, gremita di pubblico. Preceduto da un breve set improvvisato dai tre batteristi dell’orchestra Håkon Mjåset Johansen, Hans Hulbækmo e lo stesso Nilssen su dei palchetti collocati sulla retrostante piscina, l’esteso concerto, nel quale si sono ascoltate anche nuove splendide composizioni che saranno contenute nel prossimo disco dell’ensemble (dopo i precedenti «If You Listen Carefully The Music Is Yours», su etichetta Odin del 2020, «Family», We Jazz del 2023 e l’ep «…And It’s Yours Forever», Action Jazz del 2025) non poteva che confermare l’estremo valore di questa formazione, che non a caso il leader definisce come l’orchestra dei suoi sogni, e che schiera tre contrabbassi, tre batterie, sei sassofoni, due trombe e due tromboni (Eirik Hegdal, Per “Texas” Johansson, Kjetil Møster, Sissel Vera Pettersen, Maciej Obara, André Roligheten sassofoni, Thomas Johansson e Goran Kajfeš tromba, Erik Johannessen e Guro Kvåle trombone; Petter Eldh, Ole Morten Vågan, Ingebrigt Håker Flaten contrabbasso; i citati Johansen, Hulbækmo e il leader alla batteria). Mirabili gli equilibri garantiti dagli ottimi arrangiamenti dovuti al leader e anche alla penna del sassofonista André Roligheten, che valorizzano al meglio i grandi talenti che compongono la formazione, dalla travolgente sezione ritmica, attenta a non sovraccaricare la struttura, e dalle preziosissime prestazioni solistiche dei componenti l’orchestra. Semplicemente, quanto di meglio il jazz europeo sta esprimendo negli anni recenti.
Molto opportuna anche la scelta di portare a Selva Val Gardena, nel bosco vicino la Cappella San Silvestro, un quartetto denominato Supersonic Horns, con Møster, Pettersen, Per e Thomas Johansson. Un set di impro intensa e suggestiva, integrata e rispettosa della suggestione del paesaggio boschivo sormontato da alti monti, una sapiente attitudine a giocare con gli equilibri tra i vari strumenti e la voce.
Già esibitosi la sera precedente all’interno della Supersonic, Goran Kajfeš, con la sua Subtropic Arkestra, ha proposto sul palco allestito in Piazza Walther il suo progetto di matrice etnojazz, con molti riferimenti balcanici (il leader è di origini croate), una buona carica ritmica con una presenza forte di tastiere e chitarra elettrica, e un buon impasto tra i fiati, garantito anche dall’uso da parte di entrambi i sassofonisti del flauto traverso. Ritmi e atmosfere diversificati, tempi dispari, vamp trascinanti, ma anche delicati brani lenti d’atmosfera, e ottimi assolo del leader alla tromba, che suonava anche le congas.
In una cornice paesaggistica di incomparabile bellezza, a 1787 m, sulla cima del Monte San Vigilio, una delle tante formazioni che scaturiscono dalla fucina della Supersonic Orchestra, il duo tra la sassofonista e cantante Sissel Vera Pettersen e il sassofonista Eirik Egdal. Un set davvero suggestivo, ricco di sfumature, con un mirabile dosaggio degli elementi in gioco, efficacemente supportati dall’elettronica. Ancora dalla Norvegia, il trio del pianista Wiik, in una terrazza nella cittadina di Sarentino: un trio di grande qualità che ha eseguito composizioni originali del leader, navigato pianista, all’insegna di un implacabile interplay, con sapide dinamiche, forte carica ritmica, un linguaggio avanzato ma sempre leggibile e gradevole, e un bis che omaggiava Ornette Coleman con la sua What Reason Could I Give.
A chiudere la giornata, in un giardino di Bolzano, il quartetto Team Hegdal, guidato dal sassofonista Eirik, con Eivind Lønning alla tromba, Ole Morten Vågan al contrabbasso e Gard Nilssen alla batteria. Un pianoless quartet validissimo, ispirato a Ornette, con grande duttilità ritmica, ottima interazione tra i fiati, varietà timbrica garantita anche dall’utilizzo del clarinetto basso e di una pocket trumpet, con un grande risultato artistico nonostante lo spazio poco confacente per un concerto. La forte presenza norvegese in questa edizione del festival altoatesino, e l’eccezionale qualità dei musicisti provenienti da quella zona d’Europa, non può non richiamare alla mente il fondamentale testo di Luca Vitali Il suono del Nord. La Norvegia protagonista della scena jazz europea, recentemente riedito da Auditorium in una versione aggiornata e ampliata.
L’attuale scena berlinese era rappresentata al festival dal gruppo SVM3 feat. Beatdenker con la leader Svetlana Marinchenko voce, pianoforte e synth, Jo Beatdenker alla chitarra e sampler, Felix Henkelhausen al contrabbasso e Philip Dornbusch alla batteria. Una formazione davvero convincente, dal totale interplay, con aperture free, una ritmica elastica e performante. La loro proposta è fortemente debitrice del progressive rock, e si basa sulla perizia della leader, avvalendosi ampiamente del lavoro del chitarrista, per una proposta varia e avvincente.
Presso la Casa della Pesa, al centro di Bolzano, il festival ha attivato dei brevi set mattutini denominati Sonic Reaction, incontri estemporanei di improvvisazione tra musicisti mai incontratisi prima. Chi scrive ha assistito a quello tra la violinista Anaïs Drago e il pianista – per l’occasione anche al violoncello – Kit Downes, una seduta di impro intensa e coinvolgente, specie nell’incrociarsi tra il pianoforte verticale preparato e il violino e la voce.
L’Hotel Bad Ratzes, alle pendici dello Sciliar, ha ospitato il trio di Louise Knobil, con Chloé Marsigny al clarinetto basso e Fabien Ghirotto alla batteria. Un trio che gioca con scioltezza sul canto in francese della leader, anche contrabbassista, con buona comunicatività e senso dell’umorismo.
Anaïs Drago è poi tornata a suonare con il suo noto trio Relevé (Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alla batteria), pienamente convincente, tra composizioni variegate e ardite, a tratti austere, a tratti danzanti anche con influenze balcaniche. Tempi dispari complessi, rapidi cambiamenti di tempo, rincorrersi di sonorità, un gruppo che si conferma in costante crescita.
Le distillerie Roner a Termeno hanno ospitato il concerto di un trio insolito, denominato Spin & Spells, con Raphael Quenehen al sax tenore, Simon Winse al kamélé ngoni, flauto e alla voce e l’arpista Rafaëlle Rinaudo, per una world music di matrice africana.
In chiusura della parte di festival seguita da chi scrive, il grande evento del concerto per organo di Kit Downes presso la Chiesa Parrocchiale di Gries. Un emozionante flusso improvvisativo, con gli inserti di un brano di Bartok e di un canto popolare polacco, nel quale il musicista britannico ha sfruttato con maestria tutte le sonorità dello strumento, giocando con fantasia sui registri, con esiti profondamente intensi e memorabili.






