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TJF: Torino Jazz Festival 2026: “The Sound Of Surprise” – Prima parte

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by Acid Rain Productions

26-28 aprile 2026
Casa Teatro Ragazzi e Giovani, Hiroshima Mon Amour, Baltea 3, Teatro Alfieri, Teatro Juvarra, Teatro Monterosa.

Come consuetudine, il TJF 2026, Festival Jazz di Torino alla quindicesima edizione, ha contato numerosissimi concerti, a pagamento e non, diverse conferenze, presentazioni di libri e proiezioni cinematografiche, registrando costantemente il tutto esaurito e riuscendo a coinvolgere un pubblico trasversale d’ogni età. Chi scrive ha seguito solo tre giorni, dal 26 al 28 aprile, dei nove in programma (25/4 – 2/5) e i tre di anteprima (22/4 – 24/4): per la gran quantità di appuntamenti disseminati in vari luoghi della città, alcuni in contemporanea, si sono seguiti solo sette concerti.

L’esibizione concentrata, spigolosa, caustica del quartetto di Marc Ribot ha  fissato uno dei punti di più viva sperimentazione del festival, anche se il chitarrista di Newark con il progetto “Hurry Red Telephone” ha voluto recuperare, rimodellandola, l’approccio radicale e rumorista della No Wave newyorchese degli anni Ottanta e Novanta, di cui era stato uno dei protagonisti. Rispetto al tour del 2025, l’alto sassofonista Briggan Krauss ha sostituito nel quartetto la chitarrista Ava Mendoza, mentre sono rimasti al loro posto il contrabbassista Sebastian Steinberg, dal pulsante deep groove, e il batterista Chad Taylor, dalla precisa e catapultante poliritmia asimmetrica. Krauss, meno “invadente” della chitarra tellurica della Mendoza, dà più spazio a Ribot per esplorare un maggiore spettro sonoro, mentre lo coadiuva lavorando sulla distorsione del timbro con suono tagliente, quasi vetroso, utilizzando il registro acuto per creare un contrappunto acido che riporta il jazz alle sue istanze più radicali, incastrandosi perfettamente nelle ritmiche ossessive e sbilenche della musica. Lo stile di Ribot si potrebbe definire, con immagine certo ridondante, una conversazione tra la polvere del blues e il cemento di Manhattan: il chitarrista usa il bending e la pressione sulle corde per creare microtonalità che ricordano il blues arcaico di Hubert Sumlin o i suoni scoordinati delle bande di paese, e usa il plettro colpendo le corde con tale violenza da generare rumori parassiti, schiocchi e ronzii, che diventano parte integrante della melodia. Peccato per il pubblico aver dovuto assistere all’intero set in piedi, una modalità obbligata all’Hiroshima Mon Amour, che può risultare faticoso per gli ascoltatori di una certa età, comunque impedimento per tutti a una piena e dettagliata fruizione della musica.

Di tutt’altra impostazione l’opera “Dagli Appennini alle Madonie” composta da Bruno Tommaso che ha diretto per l’occasione il Barga Jazz Ensemble formato da dieci eminenti strumentisti e solisti italiani, fra cui l’alto sassofonista e clarinettista Nico Gori, il sassofonista baritono Rossano Emili e il trombonista Roberto Rossi (che ha suonato con maestria anche le conchiglie, come usa fare il collega americano Steve Turre). L’orchestrazione è di raffinata complessità e giostrata sapientemente fra call and response strumentali, contrappunti, stratificazioni sonore, guizzi melodici improntati sulla più bella tradizione dell’orchestra jazz moderna, ma con molti addentellati alla melodicità mediterranea. Non per niente la suite è strutturata attraverso un “montaggio” colto di arie popolari, canti di lavoro, ninne nanne e balli come la tarantella e il liscio (valzer, mazurka, polka), rielaborati attraverso un’architettura sonora elastica che si espande e si contrae di continuo.

Discorso più complesso per “This Is Not An Orchestra”, audace produzione originale in esclusiva per il Festival, che ha unito, come in un grande pannello pittorico multimaterico post-moderno, la forza e la baldanza del gruppo Funk Off, ovverosia la funky marching band per antonomasia, che opera dal 1998 sotto la guida del compositore e sassofonista Dario Cecchini, con la sperimentazione colta del quartetto Vox Artificiosa, composto da personalità artistiche stilisticamente distanti unitesi per esplorare nuove forme di dialogo tra musica classica e “urbana”: i quattro sono Cristina Zavalloni, cantante nota per il suo eclettismo tra jazz, musica contemporanea e lirica, Mario Marzi, sassofonista e figura di riferimento per il repertorio classico, Achille Succi, alto sassofonista jazz, clarinettista basso e compositore e Rise Beatbox, portatore dell’estetica hip hop e della percussività vocale. Il risultato è stato uno scardinamento dei diversi repertori di riferimento con la riuscitissima fusione in un pastice sonoro radicale che include una personalissima rilettura del barocco (grazie al bellissimo e virtuosistico canto della Zavalloni e le linee classicheggianti del sassofono di Marzi), la danza percussiva di strada dello stupefacente beatbox di Rise (uno dei momenti più applauditi è stato il duetto Zavalloni – Rise, dove la purezza del canto “colto” e la “sporcizia” dell’humming e dei rip roll ritmici emessi dalla voce si sono uniti in simbiosi) e gli arrangiamenti orchestrali curati da Dario Cecchini e dallo stesso Achille Succi eseguiti dai Funk Off. I quindici strumentisti-solisti componenti la street band e i quattro solisti di Vox Artificiosa hanno convissuto senza che i primi con la loro potenza di suono “coprissero” i secondi, facendo “danzare a braccetto” James Brown, Händel e Duke Ellington, superando così ogni divisione di genere per celebrare la musica come pura energia creativa.

Si è già capito da queste prime recensioni che quest’anno, sotto la direzione di Stefano Zenni, il festival, adottando lo slogan “The Sound Of Surprise”, ha puntato su formazioni atipiche che scardinano gli assetti classici: l’assunto è stato rispettato anche con gli altri concerti ascoltati, fra cui si potrebbero individuare un paio di “fili rossi” che ne uniscono idealmente qualcheduno; il primo riguarda il trombone, il secondo il canto. Già nel Barga Jazz Ensemble di Bruno Tommaso s’era distinto come solista Roberto Rossi, uno dei veterani trombonisti di casa nostra, dal suono pieno e rotondo, erede della grande tradizione bop e hard bop. Ma se Rossi incarna la sintesi tra la storia del jazz e la sua evoluzione moderna, i giovani come Matteo Paggi o Filippo Vignato esplorano con tecnica ed espressività sorprendenti le frontiere del linguaggio, pur mantenendosi strettamente legati alle radici storiche, che conoscono benissimo.

Matteo Paggi s’è esibito con il trio multinazionale Morgenbarn in una performance basata sull’improvvisazione libera, ma che ha anche comportato temi composti e alcuni passaggi scritti, esplorando il confine tra acustico ed elettronico. L’andamento e lo sviluppo della loro musica (assieme a Poggio ci sono l’estone Maria Faust al sax alto ed elettronica e il tedesco Tilo Weber alla batteria e vibrafono) sembra non seguire strutture prestabilite, ma nascere da alchimie immediate fra i musicisti che determinano contrapposizioni tra la “fisicità” dei suoni di trombone e sassofono e la quieta immobilità di certi sognanti inserti elettronici e percussivi (comprendenti l’avvolgente e riverberante vibrafono), cosicché la musica è trasformata in una materia malleabile che fonde jazz moderno, musica contemporanea, ambient music e improvvisazione radicale.

Filippo Vignato, dal canto suo, s’è presentato in due diversi trii: con gli Sliders e nel progetto “Radici” con Ada Montellanico e Simone Graziano.

Gli Sliders, gruppo di soli tromboni che comprende anche Federico Pierantoni e Lorenzo Manfredini, senza alcun accompagnamento armonico-ritmico, sono una formazione rara da trovarsi: sul momento ci sovviene solo il World Trombone Quartet, comprendente il primo trombone della New York Philharmonic Joseph Alessi, gruppo attivo una decina d’anni fa, ma che è appunto quartetto non trio; altrimenti, a partire dagli storici di J.J. Johnson/Kai Winding che hanno pure registrato in formazioni allargate con quattro o più tromboni (come nel “Jay And Kai + 6”), c’è sempre la sezione ritmica. Più numerosi i gruppi di soli sassofoni, ma che allo stesso modo sono quasi sempre quartetti (il World, il Rova e il 29.th Street  Saxophone), quindi gli Sliders si possono considerare nel jazz, dal punto di vista della formazione, una novità internazionale e, per la loro bravura, un’eccellenza. C’è un equilibrio perfetto tra i brani originali presentati e le riletture (“Ida Lupino” di Carla Bley, “I Got It Bad” di Duke Ellington, “After The Rain” di John Coltrane), dove il materiale tematico viene frammentato e ricomposto attraverso un fitto e magistrale gioco di incastri contrappuntistici e dove, per generare un tappeto ritmico e armonico costante che sostituisca contrabbasso e batteria, vengono utilizzate tecniche estese (multifonici, brevi suoni percussivi ripetuti ritmicamente, glissati estremi). Non c’è un leader che sovrasta gli altri: la forza degli Sliders risiede nell’interplay perfettamente paritario e la loro capacità di scambiarsi i ruoli (chi tiene la bass line, chi l’armonia, chi il solo) risulta completamente naturale e fluida, trasformando i tre suoni in una voce orchestrale unica, ora solenne come un coro barocco, ora graffiante e libera come nel jazz d’avanguardia.

Funzioni paritarie anche nel trio formato dalla cantante Ada Montellanico (che di fatto però ne risulta la leader, essendo anche l’ideatrice del progetto “Radici”), poi dal pianista Simone Graziano e, di nuovo, da Filippo Vignato al trombone. “Radici” può assumere diversi significati, riferirsi a più cose. Certamente alle radici del jazz, cioè al blues, ma anche fa venire in mente il celebre romanzo omonimo di Alex Haley, che ripercorre la saga di Kunta Kinte e la storia della schiavitù americana. Probabilmente la Montellanico ha avuto in mente pure il libro “Blues e femminismo nero”, dove l’autrice Angela Davis analizza come abbiano usato il blues figure tipo Bessie Smith, Ma Rainey e Billie Holiday per rivendicare l’indipendenza femminile e denunciare l’oppressione razziale: in ogni caso è come se vi attingesse a piene mani perché il concerto è una narrazione di questa resistenza, con la scelta di brani e interpreti femminili di blues: sono stati eseguiti “Wild Women Don’t Have The Blues”, portato al successo da Ida Cox, “Bargain Day” da Dinah Washington, “Black Coffee” da Ella Fitzgerald e i più recenti “Throw It Away” cantata da Abbey Lincoln, “Sing Me Softly Of The Blues” di Carla Bley e “Across The Lines” di Tracy Chapman. Le interpretazioni sono state libere, allontanandosi formalmente dagli originali, ma mantenendone lo spirito, soprattutto quello protestatario e di denuncia, con la Montellanico che si spoglia d’ogni manierismo per andare dritta all’essenza, con fraseggio teso e privo di fronzoli, con le parole scolpite attraverso pause e accenti carichi di urgenza. Tra i compagni, Vignato si muove con duttilità estrema, passando da suoni scuri e viscerali a linee melodiche che sembrano un secondo canto umano; grazie all’uso magistrale del riverbero e dei suoni multifonici, sopperisce “fisicamente” all’assenza della ritmica e garantisce profondità e spinta dinamica all’intero trio. Graziano al pianoforte tiene ancorate le due voci liberamente fluttuanti e dialoganti a una architettura precisa, costruendo un’intelaiatura armonica rigorosa e moderna: il suo tocco, spesso percussivo ma capace di aperture oniriche, crea una rete di tensioni che sostiene la voce senza mai sovrastarla, contribuendo assieme ai compagni a portare il blues verso territori contemporanei e colti.

Anche un’altra cantante europea, l’inglese Norma Winstone, s’è esibita in dimensione cameristica, in duo con il pianista Glauco Venier. La differenza con la Montellanico è marcata: se l’italiana porta nel suo canto la foga protestataria e la carica passionale mediterranea, l’inglese esalta il lirismo sospeso e rarefatto nordeuropeo e dipinge quadri ad acquerello di paesaggi interiori. Venier è stato partner perfetto (più di Kit Downes, al Festival di Bergamo qualche mese prima, più nervoso e serrato) per il suo canto dal timbro cristallino, a volte flebile, quasi privo di vibrato, simile a uno strumento a fiato, un canto “fermo”, che si muove su linee melodiche lunghe ed estremamente e continuamente tese, che ha trovato la sua sublimazione nell’emozionante interpretazione di “The Peacocks” di Jimmy Rowles (divenuto “A Timeless Place” con il testo della stessa Winstone).