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Bergamo Jazz Festival 2021

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16-19 settembre 2021.
Direzione artistica di Maria Pia De Vito

Emozione. È questa la parola che ha fatto da filo conduttore a uno dei più longevi jazz festival italiani. Diretto per la prima volta da una donna, Maria Pia De Vito, una delle più importanti jazziste nostrane, dopo la necessaria pausa del 2020, ha trovato una collocazione temporale diversa e insolita, richiedendo alla direzione e agli organizzatori uno sforzo notevole per riuscire a confezionare –in questi tempi ancora difficili – un programma di ottima qualità e di forte richiamo. Sforzo premiato nella maggior parte degli incontri con un buon riscontro di presenze da parte del preparato e affezionato pubblico che lo frequenta abitualmente.

Era emozionato anche Dave Douglas, che del festival è stato il precedente direttore artistico, e ha voluto donare alla città una performance memorabile, insieme a una delle principali colonne del jazz italiano, Franco D’Andrea, al batterista Dan Weiss e a Federica Michisanti, giovane ma già affermatissima contrabbassista. Un repertorio, come affermato dallo stesso Douglas, predisposto per l’occasione seguendo il sistema compositivo di D’Andrea, oltre a uno standard ellingtoniano. Un Teatro Donizetti splendidamente restaurato ha così assistito a un magistrale esempio di grande jazz, nel quale il trombettista statunitense si è messo di buon grado al fianco del nostro D’Andrea, duettando con swing e passione, senza risparmiarsi, ottimamente supportato dalla contrabbassista visibilmente emozionata ma decisamente pronta per il non facile compito, e da un superlativo Dan Weiss, uno dei più potenti e fantasiosi batteristi che il jazz di oggi esprima, il quale ha conferito a ogni brano una impronta ritmica sempre diversa e particolare contribuendo enormemente alla riuscita del concerto. Franco D’Andrea è un artista che non sbaglia un colpo da lunghi anni, sempre con formazioni diverse e parimenti creative, e nella serata al Donizetti ha ancora una volta fatto centro con la sua poetica improvvisativa che attraversa gli stili senza alcuna inibizione, trovando in Douglas un partner dalle idee altrettanto aperte e avanzate. Un concerto gioioso e comunicativo, nel quale i musicisti hanno mostrato un evidente piacere di suonare insieme. Grandi ovazioni finali, e due splendidi bis molto volentieri eseguiti dal quartetto, l’ultimo dei quali un intenso Monk’s Mood.

Sul filo delle emozioni anche l’esibizione mattutina in solo di Paolo Angeli presso lo spazio all’aperto all’interno della GAMeC. Iniziata con la commovente intonazione all’impiedi per sola voce del Miserere sardo, in commemorazione dei defunti del bergamasco a causa della pandemia, la performance di Angeli era dedicata al suo lavoro sui Radiohead, gruppo cui il musicista sardo ha dedicato il disco «22.22 Free Radiohead». Il suo lavoro di rielaborazione delle musiche del gruppo è ammirevole, perché le ingloba all’interno della sua poetica, dove il suo strumento, la chitarra sarda preparata – che di fatto è un’intera orchestra -, ne metabolizza le musiche filtrandole attraverso la sua personalissima concezione musicale, a un tempo antica e contemporanea. Ha unito brani del gruppo e composizioni originali eseguendo una lunga suite con OptimisticHunting BearsIcaro e Nude, e una successiva che univa Airbag ad Andira. Un continuo miscelare di culture differenti, il particolare pop del gruppo inglese, il flamenco, la musica araba, la tradizione sarda in un meticciato fecondo e bellissimo da ascoltare. Per bis, richiesto a gran voce dal pubblico che gremiva il concerto, una intensa Amico fragile di De Andrè.

Il trio del pianista polacco Marcin Wasilewsky, con Slawomir Kurkiewicz al contrabbasso e Michal Miskiewicz alla batteria, oggi uno dei trii di punta dell’etichetta Ecm, con un recentissimo disco («En attendant»), e che sarà in tour prossimamente anche in Italia con Joe Lovano, ha eseguito un concerto intenso e coinvolgente al Teatro Sociale, il primo all’estero dopo il lockdown. Un gruppo splendido, affiatatissimo, dall’ottimo interplay, che mostra grande cura per le dinamiche, e ha eseguito anche brani tratti dall’ultima incisione, come Vashkar di Carla Bley, la Variazione Goldberg n. 25 di Bach, Riders on the Storm dei Doors, oltre a proprie composizioni come L’amour fouGlimmer Of HopeFading Sorrow, per chiudere con Diamonds and Pearls di Prince come bis. Uno dei grandi pregi di questo splendido trio europeo è la costante attenzione per la melodia, oltre alla perfezione degli equilibri interni.

«Eternal Love» è il titolo del disco che ha vinto il Top Jazz nel 2020. Ed è anche il nome della formazione ideata da Roberto Ottaviano per rendere omaggio ad alcuni autori da lui – e da molti di noi – particolarmente amati. Con il celebre sopranista hanno suonato gli altri protagonisti di questa vincente avventura: Marco Colonna, clarinetto e clarinetto basso (uno dei nomi in evidenza nell’attuale panorama italiano), e i noti Giorgio Pacorig al pianoforte, Giovanni Maier al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria. Il gruppo, forte e coeso, ha fornito una prestazione di spessore, con elevato equilibrio fra le parti tematiche e le parti solistiche. La bellezza dei temi, l’intreccio fra i timbri del soprano e del clarinetto basso, insieme alla duttilità della ritmica (con Pacorig in serata particolarmente vivace) hanno contribuito al grande successo del concerto. Molto gradevole anche l’alternarsi di composizioni originali (Adelante e Homo Sum di Ottaviano, Villaraspa di Pacorig, dai toni spiccatamente mingusiani) e quelli che negli intenti del gruppo sono stati prescelti come “nuovi standard”: il Mopti di Cherry, Chairman Mao di Haden con all’interno una citazione di Odwalla di Roscoe Mitchell, il finto “jazz rétro” di Gare Guillemans di Mengelberg, The Fire Now di Waldron. Bis sulle festose note di African Marketplace di Abdullah Ibrahim, introdotte da un bel solo di batteria. Insomma, Eternal Love conferma il concetto espresso nel titolo di uno degli ultimi dischi di Albert Ayler: “Music is the Healing Force of the Universe“.

Un lavoro compositivo di grande livello è quello che ha impegnato nel 2020 Francesco Bearzatti col suo Tinissima Quartet, con Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso e Zeno De Rossi alla batteria. Dedicato a Zorro, l’eroe mitico che ha affascinato l’infanzia e l’adolescenza di molti, il progetto ha girato parecchio in Europa e in Italia da quanto è stato possibile, e a ogni ascolto rivela la grande sapienza di compositore del sassofonista friulano e conferma la potenza esecutiva del quartetto Tinissima. Concepito come una sorta di “jazz opera”, con le parti affidate ai vari strumenti (in alcuni brani Bearzatti oltre ai consueti tenore e clarinetto usa anche un flauto indiano americano e fischia), Zorro affascina sin dalle prime note, e così è stato anche al Teatro Sociale, dove oltre ai suoni si è ammirato il live painting di Davide Toffolo.

Hobby Horse è il nome del trio di Dan KinzelmanJoe Rehmer e Stefano Tamborrino, un gruppo che è attivo da anni sulla scena, con quattro uscite discografiche, a partire dal 2010. I tre fanno parte anche di altre formazioni più ampie, con storie musicali differenti. La caratteristica principale del trio è l’ecletticità, il suo volar alto sui generi, immergendovisi a tratti per poi innalzarsi e spostarsi altrove. All’Auditorium di Piazza Libertà si reincontravano come trio dopo lungo tempo, e hanno mescolato i loro strumenti (sax tenore, clarinetto basso ed elettronica, basso ed elettronica, batteria ed elettronica) senza o quasi soluzioni di continuità attingendo dal loro repertorio, alternando toni assorti, meditativi, ammalianti, fra assolo di sax e tappeti elettronici a episodi rock con metri irregolari, recitativi all’unisono, parti cantate a cappella, per tornare ad atmosfere elettroniche futuristiche statiche, sognanti, totalmente spiazzanti, fino al richiestissimo bis.

I concerti al Teatro Sociale erano stati inaugurati dal duo Luca AquinoGiovanni Guidi. Un maggior affiatamento rispetto alla prima e sinora unica testimonianza discografica, allegata al fascicolo di maggio 2021 del mensile Musica Jazz («Amore bello»), il duo, che nasce per una dichiarazione d’amore verso la canzone italiana ma non solo, si coniuga trovando un terreno comune nel profondo lirismo, nell’amore per la melodia esposta in maniera personale, sempre nuova eppur riconoscibile. Dal Tenco di Un giorno dopo l’altro al Baglioni di Amore bello ad Amandoti del CCCP, per poi spostarsi su Over the rainbow e What a Wonderful World, in un intreccio di voci che si amalgamavano con naturalezza.

Francesca Remigi è una giovane musicista del bergamasco di cui sentiremo parlare molto. Ha esordito con un disco sorprendente («Il labirinto dei topi»), è già lanciata nel panorama europeo internazionale, ed è una batterista di grandissimo livello, musicalissima, ricca di tecnica sopraffina e di grandi idee musicali. A Bergamo si è esibita nella sezione Scintille di jazz curata da Tino Tracanna, insieme a Federico Calcagno (nuovo talento nel Top Jazz 2020) ai clarinetti, Filippo Rinaldo alle tastiere, Stefano Zambon al contrabbasso. Un quartetto agguerrito, una musica aggiornata alle più avanzate tendenze attuali europee e statunitensi, che avrebbe meritato uno spazio teatrale anziché un ristorante per una più agevole e piena fruizione.

Tra le giovani proposte, sempre per la sezione Scintille di jazz, la violinista Anais Drago & The Jellyfish con un concerto in parte dedicato a Frank Zappa. Un set decisamente gradevole e meritevole di attenzione, da parte di un gruppo che ha già al suo attivo una testimonianza discografica, mentre la leader ha anche inciso per CamJazz.

La Sala Piatti ha ospitato Voices: un primo set era affidato a Vocione, il duo Marta RavigliaToni Cattano. Voce e trombone per una performance priva di effetti elettronici, tutta affidata alle notevoli doti dei due che collaborano da lungo tempo incrociando proficuamente le rispettive storie, conoscenze ed esperienze musicali. Il repertorio come sempre eclettico eseguito a Bergamo andava da Monk alla canzone brasiliana, a uno spiritual, a composizioni originali. Totalmente diverso il secondo set, O-Janà, con la voce e il sampling di Ludovica Manzo e il pianoforte, il synth e l’elettronica di Alessandra Bossa. Un interessante incrocio di diverse concezioni musicali, giunte ad un affiatamento mirabile e suggestivo grazie a un’esperienza di un decennio. Testimoni e protagoniste attive del connubio fra jazz ed elettronica, ormai stabile e consolidato, rielaborano creativamente la forma canzone sublimandola in un flusso improvvisativo di buon impatto.

Una defezione imprevista (Kurt Elling con Charlie Hunter) ha determinato un tardivo rimpiazzo con la Lydian Sound Orchestra diretta da Riccardo Brazzale, con ospiti David Murray e Hamid Drake. Il repertorio eseguito dalla ampia compagine, abbastanza vario per atmosfere (Strayhorn, Max Roach, Monk, Gaslini, Brazzale, Holiday tra gli altri), si è avvalso della forte spinta ritmica di un Drake le cui potenzialità sono apparse poco valorizzate in assolo, e di un Murray in grande spolvero, un vero gigante del jazz di oggi.

Cancellati purtroppo a causa di condizioni atmosferiche avverse due concerti di grande interesse (il trio di clarinetti NRG Bridges alla Sorgente Nossana e l’esibizione di Federico Calcagno & The Dolphians), il finale del festival al Teatro Donizetti è stato affidato all’emozione della musica del trio di Tigran Hamasyan con Mark Karapetian al basso elettrico a sei corde e Arthur Hnatek alla batteria. The Call Within il titolo del suo progetto, ricco di implicazioni spirituali e di intenso groove, che è anche un disco pubblicato dalla prestigiosa etichetta Nonesuch. Delicatissime introduzioni, uso della voce, momenti ad alta tensione ritmica, con metriche irregolari, altamente coinvolgenti. Un finale perfetto per un programma denso e suggestivo. Appuntamento a marzo 2022.