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Intervista con Raffaele Matta

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In occasione dell’uscita dell’album “Bandra West“, per l’etichetta IsulaFactory, incontriamo il chitarrista Raffaele Matta.

Raffaele, “Bandra West” sembra un titolo molto evocativo. Puoi raccontarci come Mumbai e le altre città asiatiche hanno influenzato la musica dell’album?

Mumbai ha rappresentato un punto di svolta nella mia vita musicale ma anche interiore. Ho iniziato a frequentare questa città nel 2003. Un giorno, mentre curiosavo in un negozio di dischi di Los Angeles, ho ascoltato per caso un CD di musica classica indiana e sono rimasto folgorato. Non so perché ma improvvisamente ho capito che c’era qualcosa in quel mondo sonoro che mi risuonava in un modo speciale. Da allora ho sempre passato molto tempo in India, e anche se non ho mai avuto intenzione di suonare la musica classica indiana rispettando quell’approccio e quella sensibilità estetica, l’influenza di quelle traiettorie melodiche e ritmiche è in molte delle mie produzioni musicali, e fa parte della mia visione di musica. Già nel 2008, con il disco “RossOnirico”, avevo rielaborato elementi tematici della musica giapponese ricombinando il tutto con il jazz e alcuni colori della musica elettronica. Questo trio ha sempre avuto, fin dalle sue origini nel 2016, come intento, quello di prendere in prestito alcuni elementi tematici e ritmici della cultura asiatica e mediorientale per poi riformularli e manipolarli in modi diversi.
È un processo che si attiva in modo naturale, e sicuramente in “Bandra West” la sintesi è ancora più profonda e precisa che nei dischi precedenti.

Come hai integrato le influenze culturali di luoghi così diversi come l’India e il Vietnam nel tessuto del jazz nel tuo album?

Ho frequentato molto quei luoghi, e con Andrea e Nicola abbiamo suonato praticamente in tutte le città più importanti del subcontinente e in altri paesi dell’Asia. Non ho dovuto pensare troppo a come integrare certe sonorità, per me, l’India in particolare, è un luogo dell’anima, una parte di me, sia come uomo che come musicista. In me convivono sia gli elementi direzionali della musica occidentale, il jazz, il rock, la musica contemporanea, che quelli circolari della musica indiana o asiatica. Alcuni brani hanno come titolo città della Thailandia dell’India o del Vietnam ma spesso sono delle pure e semplici suggestioni, come se tutta quell’area geografica fosse un’unica cosa. La connessione più importante alla fine è sempre un certo tipo di respiro, l’esperienza umana vissuta portando in quei luoghi la musica di questo progetto unita alla voglia di rielaborare e manipolare i suoni.

L’album presenta una varietà di stili musicali. Come è avvenuta la scelta di combinare elementi di rock, elettronica e musiche mediorientali con il jazz?

Non credo di poter dire che sia stata esattamente una scelta, direi piuttosto che sia proprio l’anima di questo trio, mettere insieme cose apparentemente diverse. Ognuno di noi ha la sua storia musicale che in qualche modo emerge in modo naturale. Non ci siamo dati dei limiti stilistici particolari, l’idea è sempre stata quella di evitare il più possibile gli interventi solistici, far emergere il senso di unità. Per il resto nessun limite, libertà di movimento alla ricerca di se stessi senza mai prevalere sull’altro.

Qual è stato il ruolo di ogni membro del trio nella composizione e nell’arrangiamento delle tracce?

Andrea e Nicola sono tutt’altro che musicisti burocrati, danno sempre il massimo, sono ragazzi talentosi e la loro dedizione è sempre totale. In genere, anche per i nostri concerti, io porto delle idee precise ma lascio sempre ampio spazio di manovra, poi loro migliorano sempre tutto quello che propongo. Abbiamo viaggiato e suonato moltissimo insieme, e anche se c’è una differenza anagrafica apparentemente rilevante siamo sempre in perfetta sintonia su tutto, quello che non riusciamo a dirci lo suoniamo.

C’è un brano nell’album che ritieni rappresenti al meglio il “viaggio” musicale e culturale di “Bandra West”?

“Bandra West” ruota attorno all’Asia, anche se alcuni brani sono un po’ buddhisti al contrario, nel senso che sembrano comunicare qualcosa di apparentemente lontano dall’universo zen o meditativo. Non saprei dire quale sia Il brano che rappresenta meglio questo disco, credo emerga in ogni traccia la ricerca e la volontà di proporre qualcosa di personale e intenso.

Quali sono state le maggiori sfide artistiche o tecniche nel produrre un album con così tante diverse influenze musicali?

Direi che se è vero che per per uno scrittore il tasto più importante della tastiera è canc, quando si scrive musica probabilmente la considerazione del silenzio è qualcosa di importante, l’ascolto è legato al silenzio. Lasciare spazio al respiro, fare in modo che gli elementi circolari si rinnovino ad ogni passaggio é stata sicuramente la sfida artistica più stimolante.
La parte tecnicamente più difficile invece è stata sicuramente metabolizzare alcune metriche e suonarle in modo naturale, é una cosa che facciamo da anni con il trio ma ogni volta riusciamo a complicarci la vita.

Avete in piano un tour?

Ci stiamo organizzando per portare a spasso anche “Bandra West”, vediamo nei prossimi mesi come si evolve la situazione. Mi piacerebbe, oltre che in Asia, poter suonare il più possibile anche in Italia e in Europa.
Organizzare un tour non è una cosa semplice, fino ad ora ho sempre fatto da solo con grande sacrificio, spero dal prossimo anno di poter gestire insieme a Maurizio Caschetto di IsulaFacrory, l’etichetta discografica che sta facendo un importante lavoro di promozione, anche l’aspetto live.

Guardando al futuro, come pensi che l’esperienza di “Bandra West” influenzerà i tuoi progetti musicali a venire?

Credo che questo album abbia definito molto bene alcune cose riguardo l’aspetto solistico e circolare di questo progetto. Sicuramente molti concetti sono maturati e abbiamo raggiunto un’identità precisa sia in termini timbrici che stilistici, seguiremo questa direzione anche in futuro.