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Leszek Możdżer, Grégory Privat, Iiro Rantala, Michael Wollny (Jazz at Berlin Philharmonic XVI: Piano Night II)

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2025, ACT Music

L’Horloge Créole – 5:51
Ritournelle – 6:20
Étude in C Minor “Revolutionary” – 4:52
Singing in the Rain – 3:58
Smile – 4:17
July – 5:33
More Tuna – 8:25
Spring Dance – 6:25
Enjoy the Silence – 6:15
Polygon – 6:24
Caravan – 8:09

Leszek Możdżer – pianoforte
Grégory Privat – pianoforte
Iiro Rantala – pianoforte
Michael Wollny – pianoforte

Jazz at Berlin Philharmonic XVI: Piano Night II riunisce quattro tra i più autorevoli pianisti jazz contemporanei europei – Leszek Możdżer, Grégory Privat, Iiro Rantala e Michael Wollny – in un concerto dal vivo registrato il 3 dicembre 2024 e pubblicato da ACT Music nel 2025. La formula, ormai collaudata nella serie Jazz at Berlin Philharmonic, celebra il pianoforte come strumento universale di dialogo, capace di attraversare tradizioni, estetiche e geografie, mantenendo però un cuore pulsante di libertà improvvisativa e scambio umano.

L’apertura affidata a Grégory Privat con L’Horloge Créole e Ritournelle immerge subito l’ascoltatore in un universo dove la cantabilità caraibica incontra il lirismo europeo. Le melodie sinuose, sostenute da una tecnica limpida e da una tavolozza dinamica raffinata, costruiscono un clima sospeso tra contemplazione e danza, segnando una cifra poetica ben distinta. Mano sinistra incisiva, melodia cantabile, controllo totale della microdinamica, armonie che si dilatano in sospensioni modali, Privat lavora molto sull’uso del pedale per creare risonanze calde, alternando fraseggi leggeri a improvvisi accenti percussivi. A questa delicatezza fa da contrappunto l’ingresso di Leszek Możdżer con la Étude in C Minor “Revolutionary” di Chopin, riletta con una brillantezza virtuosistica che sfiora il minimalismo ritmico, trasformando il classico, possente, drammatico, in un terreno fertile per la reinvenzione jazz. Możdżer frammenta la partitura originaria in cellule ritmiche, sfruttando dislocazioni accentuali e improvvisi cambi di registro. Il tocco resta cristallino, con una chiarezza d’articolazione che ricorda i grandi pianisti classici, ma il fraseggio si apre alla libertà improvvisativa.

Il segmento centrale del concerto è affidato a Iiro Rantala, che con Singing in the Rain e Smile mostra un’arte dell’arrangiamento capace di unire leggerezza ironica e sensibilità melodica: due standard del songbook popolare resi freschi, quasi cinematografici, grazie a tempi agili e fraseggi limpidi. Mentre nel primo Rantala, attraverso modulazioni impreviste e accenti swing, trasforma questo evergreen in un piccolo sketch pianistico, in Smile Rantala dosa silenzi e rubato, ottenendo un pathos trattenuto ma intenso. Il duetto Rantala–Możdżer in July aggiunge calore cameristico e un senso di complicità timbrica. Michael Wollny entra in scena con More Tuna, un omaggio a Joachim Kühn che privilegia la ricerca timbrica e un senso di avventura armonica (coerenti con l’idea di “ricerca” cara a Kühn), per poi dialogare con Rantala in Spring Dance, dove l’energia ritmica si combina a improvvisi momenti di sospensione, ostinati ritmici e improvvisi rallentamenti per creare una sorta di “danza” più mentale che fisica.

Il finale del programma è costruito su un registro più espansivo: Enjoy the Silence dei Depeche Mode. Una delle vette del disco: Wollny e Możdżer smontano il brano fino all’ossatura armonica, lo ricompongono in chiave lirica e meditativa, con lunghi riverberi e pause sospese. Polygon, firmato da Wollny e Privat, mette in gioco poliritmie e intrecci contrappuntistici, mentre Caravan chiude la serata con tutti e quattro i pianisti sul palco, in un’esplosione di virtuosismo collettivo che fonde swing, improvvisazione libera e interplay serrato e contagioso, suggellando lo spirito festoso della serata. Un’apoteosi finale: call & response continue tra i pianisti, l’energia cresce fino a un climax percussivo che lascia il pubblico in ovazione.

Un album laboratorio di estetiche pianistiche contemporanee, lirismo caraibico, citazione classica, ironia pop, sperimentazione timbrica, ma alta coerenza narrativa. L’alchimia tra i quattro pianisti si fonda sull’ascolto reciproco e sull’arte di lasciare spazio, trasformando la performance in un dialogo continuo, aperto e vitale. Un disco davvero da non perdere poichè non si limita a documentare un concerto, ma cattura l’essenza stessa dell’incontro artistico: irripetibile, vivo e profondamente umano.