Home Concerti Saalfelden 2026: il jazz come territorio d’avventura

Saalfelden 2026: il jazz come territorio d’avventura

64
0

20.08-23.08 2026

Forte è il richiamo della città del salisburghese, che si rinnova ogni anno – ormai da 46 anni – con le sue proposte musicali variegate, i differenti spazi, e una idea di musica avventurosa, mai banale, mai scontata.

M M M: W A S___0 1, 1 – 66 SCORE METER, con Mathia*s Lenz, Maja Osojnik, Matija Schellander e ospite Špela Mastnak, nella sala bianca del Nexus+. Un momento performativo nel quale dialogavano diversi  elementi e linguaggi, da una partitura lunga diversi metri appesa al soffitto, a differenti fonti sonore, a rumori concreti, a suoni elettronici e percussioni, con un’idea di movimento del suono e di movimento dei performer, per una suggestiva operazione concettuale sulla spazialità del suono, dei corpi che agiscono.

Nella prima giornata del festival, due set nello spazio Shortcuts: il Lava Quartet e il quartetto Daughterdaughter. Il Lava è costituito da Almut Kühne-voce, Jordina Millá-pianoforte, Gonçalo Almeida al contrabbasso e Wieland Möller-batteria, percussioni, gong. Un flusso improvvisativo senza soluzioni di continuità, alla ricerca di sonorità inedite sui rispettivi strumenti, con cambiamenti d’atmosfere, ora calme ora magmatiche, con una bella sezione in piano solo, e un costante lavoro della Kühne, protagonista di primo piano nel gruppo. Da un incontro avvenuto in passato a Saalfelden tra la sassofonista Amalia Dahl e Camila Nebbia, è nata invece l’idea del gruppo Daughterdaughter, con Elisabeth Courdoux al violoncello e Sun-Mi Hong alla batteria. Esibitosi per la prima volta lo scorso aprile a Berlino, il quartetto presentava interessanti risvolti musicali, probabilmente da affinare in ulteriori prove dal vivo, peraltro non semplici da concretizzare (vivono in differenti paesi europei). Con al centro la forte personalità della batterista coreana, e l’efficace ruolo del violoncello, i due sassofoni (alto e tenore) erano liberi di esprimersi tra improvvisazione pura e parti scritte.

Molto più densa di eventi la seconda giornata, inauguratasi con il quartetto Christoph Cech & oenm Satiesfaction + (Cech-pianoforte, Valentina Cinquini-arp, Dušan Kranjc e Stefan Konzett-trombone). Una musica tonale, con diverse parti scritte e arrangiamenti preziosi tra jazz, classica, contemporanea e minimalismo, con i delicati arpeggi della Cinquini, il buon lavoro del pianoforte e la bella interazione fra i tromboni, per un set gradevole e riuscito. Il quartetto dello scatenato batterista francese Perraud ha successivamente prodotto una forte energia rock, in un lungo brano seguito da un secondo più breve.

A Yvonne Moriel, giovane sassofonista austriaca, che ha conseguito il premio Austrian Jazz Award nel 2024, è stata commissionata dal festival la composizione di nuovi brani per un gruppo composto da Antonis Anissegos-tastiere, Miriam Adefris-arpa, Manu Mayr-contrabbasso, Toma Gouband e Max Andrzejewski-batteria. Le composizioni, arrangiate in modo consono, lasciavano spazio al fulgido sax alto della Moriel per esplicitarne il fraseggio e il suono di alta qualità, mentre le due batterie fornivano un tappeto ritmico quanto mai opportuno, per una musica attuale costruita in forma di suite. Sostanzialmente una testimonianza evidente dell’alto livello qualitativo raggiunto dall’odierno jazz austriaco.

Dopo il trio norvegese “Moder”(Henriette Eilertsen-flauto, Joel Ring-violoncello e Øystein Aarnes Vik-batteria), con un set ben eseguito, ma che non ha evitato un certo rischio di monotonia, l’ottimo quintetto “Before the Bloom” della pianista spagnola Marta Sanchez, attiva da tempo a NY, con Alex LoRe al sax alto, Roman Filiu al sax tenore, Kanoa Mendelhall al contrabbasso, Mark Whitfield Jr alla batteria e l’ospite Cuong Vu alla tromba. Nuove composizioni per un leggibile post bop, sostenuto da una ritmica giovane ed efficace, sulla quale Sanchez ha suonato magnificamente, mentre tra i fiati l’ospite alla tromba ha brillato more solito.

La terza giornata ha raggiunto alti vertici: iniziata al Nexus+ con un trio composto da Rob Mazurek (tromba, tromba piccola, flauto, elettronica, voce), Lukas König (batteria) e Erwan Keravec (cornamusa), con un rituale improvvisativo che ruotava intorno a un bordone quasi costante della cornamusa, mentre König si presentava particolarmente controllato e misurato, e Mazurek faceva volare alto il suo suono, accennando persino a personali passi di danza. Tutto come sempre suggestivo e coinvolgente, felicemente comunicativo grazie anche all’utilizzo di opportune cellule melodiche.

Lo Sheen Trio della clarinettista iraniana Shabnam Parvaresh (cl. b. e cl.) si presentava compatto, con la leader in primo piano, per un linguaggio tonale e attuale, ma con dei momenti a tratti freddi e distaccati.

L’ottetto “Damana” del batterista norvegese Dag Magnus Narvesen, gruppo attivo da oltre un decennio, con Kristoffer Alberts-alto, baritono, Jørgen Mathisen-tenore, Klaus Holm-alto, clarinetto basso, Lyder Øvreås Røed-tromba, Emil Bø-trombone, Øyvind Dale-pianoforte e Ingebrigt Håker Flaten al contrabbasso ha rappresentato uno dei momenti più alti dell’edizione del festival, con una splendida dialettica fra scrittura e improvvisazione, nella migliore tradizione del jazz di quella parte d’Europa. Composizioni differenziate, arrangiamenti mirabili, grande contributo da parte del contrabbassista, e assolo calibrati e tutti di alto valore, brani tratti dai dischi della formazione, “Cornua Copiae” del 2016 e “Rhizome” del 2025.

Il quintetto di Darius Jones (alto) e Otomo Yoshihide (chitarra), con Nick Dunston al contrabbasso, Yasuhiro Yoshigaki e Gerald Cleaver alla batteria ha pienamente centrato l’obbiettivo: dallo splendido suono del leader, alla acida, personalissima chitarra, al vigoroso e metronomico sostegno del contrabbassista (splendido e richiestissimo musicista), tra free e ricerca melodica di alta qualità.

Il Chicago Underground Duo, intorno alla mezzanotte, ha celebrato al meglio l’antica intesa tra Mazurek e Chad Taylor, con ampio uso di basi elettroniche e ritmi trascinanti, della voce e della tromba e tromba piccola, e alla fine del set ha ospitato Darius Jones e Gerald Cleaver, per una memorabile chiusura di serata.

Dell’ultima giornata del festival ricorderei due momenti memorabili: Ye Olde 2: At the End of Time e YEAH NO. Il primo era un quintetto anomalo (Jacob Garchik – trombone, Brandon Seabrook, Mary Halvorson e Jonathan Goldberger – chitarra, oltre a Vinnie Sperrazza – batteria), per un progetto registrato con la medesima formazione nel 2014 dal noto trombonista (le note del disco dicevano testualmente: Ye Olde Explores Prog Rock Influences, Faux-Medieval Architecture And Surrealistic Notions of A Brooklyn That Never Was). Musica altamente suggestiva, grazie all’articolato ruolo delle chitarre (non si finirebbe mai di lodare Halvorson e Seabrook) e al prezioso suono del leader. YEAH NO, quartetto fondato a New York nel 1997, con Chris Speed – clarinetto e tenore, Cuong Vu – tromba, Skúli Sverrisson – basso elettrico e Jim Black – batteria, ha ampiamente soddisfatto le elevate attese. Guidato da Speed, con dentro alcune delle principali intelligenze musicali che abitano questo pianeta (provate a dare anche solo un’occhiata alle innumerevoli e diversificate collaborazioni del bassista, musicista che ha un suo personalissimo suono che fornisce una forte impronta al gruppo), tra splendide composizioni del sassofonista e momenti indimenticabilmente ornettiani, per un concerto che non poteva non far desiderare fortemente di tornare nel 2027.