Abbiamo seguito il noto festival torinese a partire dal 29 aprile, spinti dalla pressante curiosità di riascoltare l’Italian Instabile Orchestra. Ma, come spesso accade nelle direzioni artistiche di Zenni, ci siamo subito trovati coinvolti in iniziative solo apparentemente di contorno, ma in realtà ricche di suggestione. Così è stato per l’incontro pomeridiano alla GAM dal titolo “Bill Morrison racconta The Great Flood”. Insieme al regista, al tavolo, la graditissima presenza di Bill Frisell, che ha donato anche alcune riflessioni sull’argomento. I due si conobbero nel lontano 1996 al Village Vanguard, dove Morrison svolgeva umili mansioni di lavapiatti, ma aveva già iniziato a produrre le sue pellicole che recuperano film perduti, spesso su supporto in nitrato di cellulosa, particolarmente delicato perché altamente infiammabile. Così dalla voce di Morrison abbiamo ascoltato il racconto dei suoi giorni nello storico jazzclub newyorchese, tuttora attivo, dove sono stati registrati i più bei dischi live della storia del jazz (basti citare Bill Evans e John Coltrane), e dove si dilettava a riprendere la moglie del proprietario del locale, Lorraine, alle prese con improbabili interlocutori telefonici cui riservava risposte nonostante tutto cortesi. In quel contesto nacque l’amicizia e la relazione artistica con Frisell, che ha musicato diversi suoi lavori, realizzati a partire da vecchie pellicole possedute dalla Library of Congress. “The Great Flood” racconta l’esondazione del Mississippi del 1927, la più distruttiva della storia statunitense, che provocò massicci movimenti migratori verso il nord, proprio negli anni in cui nascevano le prime chitarre elettriche, imprimendo importanti svolte musicali al blues e al jazz. Frisell, dal suo canto, ha chiarito che nel creare la colonna sonora non ha cercato di riproporre quei primi suoni del suo strumento, ma ha lavorato in maniera molto personale insieme a Morrison, viaggiando in quei luoghi per ispirarsi, realizzando un work in progress che poi è stato pubblicato in dvd nel 2013 con le musiche affidate a un quartetto con il compianto Ron Miles, Tony Scherr e Kenny Wollesen. All’Auditorium “Giovanni Agnelli” del Lingotto Frisell, con la sua Fender e il pertinente violino di Eyvind Kang, ha rimusicato da par suo il film di Morrison, commentando con il suo inconfondibile stile le storiche immagini, muovendosi con delicatezza sul terreno dell’amato genere “americana”.
Nella prima giornata abbiamo seguito e apprezzato anche il concerto in duo di Giorgio Li Calzi e Simone Sims Longo presso il teatro anatomico del Museo di anatomia umana, un sontuoso apparato elettronico e di luci per fare da sfondo a misurati interventi del trombettista, impegnato anche ai synth, con evidenti richiami a volte espliciti a Davis e a tratti anche a Fresu. Franco D’Andrea, con i fidi Gabriele Evangelista al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria, ha sostanzialmente replicato il gradevolissimo concerto che aveva tenuto il mese innanzi a Bergamo, con i suoi personali arrangiamenti di brani monkiani e di altri standard come S. Thomas, Sweet Georgia Brown e la coltraniana Naima. Lontano dai suoi progetti più arditi e sperimentali, D’Andrea si avvale di questa affidabilissima sezione ritmica per proporre la sua idea di classicità nel jazz.
Il giorno seguente, che coincideva con la giornata internazionale del jazz, dopo l’interessante talk condotto da Franco Bergoglio e dedicato alla presentazione del volume edito dal Saggiatore “Sonny Rollins. Taccuini”, con la presenza di uno dei musicisti italiani più devoti al verbo rollinsiano, Emanuele Cisi, l’atteso concerto dell’Italian Instabile Orchestra. Un evento musicale di grande rilevanza questa reunion della storica formazione italiana, che peraltro aveva avuto un precedente a Roma nel 2024 alla romana Casa del jazz nell’ambito del festival “Una striscia di terra feconda”. L’ultima registrazione discografica dell’orchestra, edita su etichetta Felmay nel 2025, contiene la registrazione di un concerto registrato preso la Casa da Musica di Porto nel 2013, Plays Ellington, diretto e arrangiato da Giancarlo Schiaffini. A Torino i nostri hanno donato un concerto magnifico, con evidente gioia ed emozione dei musicisti, uno di quegli eventi che lasciano il segno e che andrebbero documentati discograficamente, o almeno diffusi via radio. Merito di tutti i validissimi componenti (presenti alcuni tra i fondatori dell’orchestra), ma anche e soprattutto dei mirabili arrangiamenti di Schiaffini, così capaci di rendere vivo e attuale il messaggio ellingtoniano, valorizzando al massimo le doti dei colleghi.
Lisa Ullén, per la prima volta in Italia, è una pianista coreana residente da tempo a Stoccolma. La musica che ha proposto al pianoforte preparato si avvaleva della collaborazione dell’ingegnere del suono John Chantler, per uno studio sul prolungamento dei suoni dello strumento, tra tonalità e atonalità. Celebravano invece ben quaranta anni di attività gli Enten Eller, quartetto composto da Alberto Mandarini alla tromba, Maurizio Brunod alla chitarra, Giovanni Maier al contrabbasso e Massimo Barbiero alla batteria, in un set denso e trascinante, che ripercorreva alcuni dei brani originali del loro repertorio, nei quali l’improvvisazione, frutto dell’ascolto reciproco, trovava il proprio giusto, necessario spazio. La serata del Primo maggio si è conclusa con gli Irreversible Entanglement: intorno alla spoken word di Moor Mother, gli strumenti del formidabile quartetto: Aquiles Navarro-tromba, congas, conchiglie, corno; Keir Neuringer-alto, soprano, piano elettrico, percussioni; Luke Stewart-contrabbasso; Tcheser Holmes-batteria. Se la figura mobile e carismatica di Moor Mother si pone al centro del progetto, il quartetto si mostra sempre più come una forte realtà del jazz attuale, consapevole della lezione dell’AEOC, dell’Arkestra, del free e non solo, in una sintesi nuova, attuale, personale e performante, davvero convincente.
Tre gli eventi seguiti nell’ultima giornata del festival. L’Octet di Federico Calcagno (Nabou Claerhout-trombone, José Soares-alto, Pau Sola-violoncello, Alexander Sever-vibrafono, Adrian Moncada-pianoforte, Pedro Ivo Ferreira-pianoforte, Nick Thessalonikefs-batteria), per la prima volta in Italia, questo ensemble che fa base in Olanda ha offerto una prova maiuscola, tra ardite e complesse composizioni originali contenute nell’album «Mundus Inversus» del 2024, arrangiamenti che valorizzavano le grandi personalità sul palco, per una delle più interessanti realtà del jazz europeo di oggi. Il festival ha poi dato la possibilità a Emanuele Cisi di portare sul palco il gruppo col quale ha inciso il suo doppio vinile «Rushin’»: Dado Moroni al pianoforte, Nicolas Thys al contrabbaso e Jorge Rossy alla batteria. Tra standard e brani originali tra i quali spiccava “Pharoah’s Message”, un gradevolissimo omaggio a Sanders, un set straripante di swing, con un Moroni come sempre brillante.
In chiusura, in un Teatro Colosseo gremito (come del resto quasi tutti gli eventi del festival), l’atteso duo tra John Scofield e Gerald Clayton. I due hanno iniziato a collaborare dal 2018 su due dischi, «Combo 66» e «Combo 73». L’intesa tra loro è ottima, le sonorità del chitarrista si sposano mirabilmente con la duttile musicalità del pianista, uno dei più significativi del panorama neroamericano di oggi. Muovendosi con grande efficacia fra standard e composizioni originali di entrambi, hanno centrato l’obiettivo nell’applauditissimo set, per chiudere trionfalmente con un blues “comme il faut”.







