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Vicenza Jazz New Conversations – XXV Edizione – “Una Luce al Termine della Notte”

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1-10 luglio 2021

Chi scrive ha seguito tre giornate del festival vicentino diretto da Riccardo Brazzale, il 5, 6 e 7 luglio.

Un’accogliente sala di Palazzo Chiericati ha ospitato due set di un trio italiano, quello composto dal pianista Alberto Dipace, dalla cantante Kathya West e dal contrabbassista Danilo Gallo. Un progetto, «The Last Coat of Pink», pubblicato su etichetta Caligola, che rilegge alcuni brani dei Pink Floyd attraverso un’ottica cameristico-contemporanea, totalmente acustica, giocata su un’esemplare economia di mezzi. Una musica che – a ragione – rifiuta e sconfessa i confini tra i generi e in cui le pause, i silenzi, contano almeno quanto le note e le vibrazioni sonore palpitano facendo volare leggeri i brani della mitica band, da Wish You Were Here a Time, a Mother, a Money. Intorno alla intensa vocalità della West, il pianismo di Dipace si dipanava razionale e meditativo con sapide armonizzazioni, mentre Gallo, al pizzicato e all’archetto, infondeva tutto il calore necessario a dare equilibrio all’insieme, con la sua tecnica sopraffina al servizio dell’espressività.

La collocazione temporale estiva ha dato modo al festival di utilizzare il Parco Querini, uno spazio cittadino all’aperto estremamente ampio e adeguato. “Viento y tiempo” è il titolo del disco registrato dal vivo al Blue Note di Tokyo che ha segnato la collaborazione tra due stelle della musica cubana, Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola. Il pianista e la cantante erano accompagnati a Vicenza da un’agguerrita band di connazionali, Cristobal “El Profe” Verdecia-basso, Hilario Bell-batteria e timbales, Yunio Arronte-sax,  Lourdes Nuviola Alfred Lugo-voce, Neiger “Majito” Aguilera-percussioni. Una festa, una celebrazione del grande repertorio afro-cubano eseguita con tecnica e passione, tra rumba, danzon, bolero, pregón, songo, feeling, cha cha cha, con brani come El CiegoBemba ColoráViento y Tiempo, inclusi coinvolgenti successi come Chan ChanLagrimas negrasEl manisero. Ottimi impasti vocali, ritmica sorprendente (Bell e Aguilera superlativi), Rubalcaba evidentemente felice di tornare sul palco recuperando le sue radici musicali più profonde, che non si è risparmiato sia nell’accompagnamento che in pregevoli assolo e introduzioni per solo pianoforte, mentre la grande voce e presenza scenica della cantante hanno garantito la riuscita del festoso, comunicativo e coinvolgente concerto.

Nel medesimo spazio all’aperto, anticipato d’orario per evitare la coincidenza con un evento sportivo, il concerto in solo di Brad Mehldau. Un set austero, composto, tuttavia ricco di infinita emozione. La concezione estetica del cinquantenne pianista di Jacksonville, Florida, è esemplare per il rigore con cui egli costruisce gli sviluppi musicali a partire dal suo particolare archivio del cuore, una sorta di personalissimo “real book”. Così ha legato, in un medley che catturava sin dalle prime note, gli amati Radiohead e i Beatles (Karma Police con I Am the Walrus e Your Mother Should Know) e il suo blues In the Kitchen, facente parte dell’album in solo «Suite: April 2020» registrato durante il lockdown, per poi cucire lo Stevie Wonder di Golden Lady con la sua bellissima composizione Waltz for J.B., presente sul monumentale cofanetto «10 Years Solo Live» del 2015. La temperatura emotiva della performance è ulteriormente salita con l’esecuzione delle ballad jazzistiche The nearness of you – interpretata con sublime feeling -, e I concentrate on you. Cambio d’atmosfera con la monkiana Skippy, per poi tornare alla canzone con il primo Bob Dylan, Don’t think twice, it’s allright scritta nel 1962 e contenuta in «The Freewheelin’ Bob Dylan». Ancora un omaggio ai Radiohead di Little by Little, sontuosamente arrangiata, e di nuovo i Beatles, stavolta quelli di «Abbey Road», con Golden Slumbers, sulla quale Mehldau ha eretto una sorta di piccola cattedrale sonora. Tre i bis concessi con generosità dal pianista, scelti con il consueto buon gusto: Life on Mars di David Bowie, In the Still of the Night di Cole Porter e Dis here di Bobby Timmons, che hanno concluso gli oltre novanta minuti di applaudito, godibilissimo concerto.

Il Teatro Olimpico ha invece visto sul palco il trio di Fred Hersch, con Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. Hersch, che era già stato al festival molti anni addietro in solo e in duo con Norma Winstone, ha iniziato il set con la strayhorniana Upper Manhattan Medical Group. Si è subito percepito l’elevato clima artistico della serata, dovuto sia alla forma eccezionale del pianista sia alla classe di Gress e alla rigogliosa fantasia percussiva di Baron, un vero concentrato di storia della batteria jazz. La grande anima di Bill Evans è riecheggiata nella successiva, distillata, Blue In Green, collegata ad All Blues, con grande spazio per i tamburi di Baron. Cambio di registro con una pop song degli anni Sessanta, la nota Wichita Lineman, per poi tornare al jazz con due composizioni Wayne Shorter, con dei fantastici assolo di Baron in Black Nile. Una grande lezione di interplay, la capacità di stimolarsi a vicenda, di condurre collettivamente la musica verso vette altissime. Una St. Thomas avviata su feconde dissonanze, l’esplosione del festoso ritmo del noto calipso rollinsiano, per poi spostarsi su Ornette Coleman, in particolare sul blues di Turnaround, e tornare sulle ballad con Some Other Time di Sammy Cahn e Jule Styne, per poi concludere con Thelonious Monk. Richiamato da lunghi e fragorosi applausi, Herch ha infine eseguito, in solitudine, la delicata And So It Goes di Billy Joel, concludendo un’ora e quaranta minuti di un concerto che ha lasciato il segno.