Edizione n. 29 e secondo anno di direzione artistica di Enrico Bettinello, nella storica cornice del festival friulano, come sempre itinerante tra teatri, cantine, antichi palazzi del bellissimo territorio del Collio tra Italia e Slovenia. Chi scrive ha seguito tre giornate, a partire dal secondo giorno. Il festival tende a collocarsi sempre più all’interno di una tendenza che offre una panoramica delle giovani tendenze del jazz a livello europeo, senza trascurare l’Italia, ma aprendosi a realtà decisamente interessanti come quella austriaca.
In realtà il primo concerto cui chi scrive ha assistito, presso lo storico spazio di Villa Codelli, vedeva come protagonisti due nomi storici del miglior jazz statunitense, Craig Taborn e Peter Evans. La collaborazione tra i due esiste da diverso tempo, in diverse formazioni, ma in duo si è concretizzata esclusivamente in esibizioni live, senza lasciare sinora testimonianze discografiche. Preceduto dalla consegna del Premio intitolato al precedente direttore artistico, lo scomparso Mario Bardusco, a Taborn, il set si è basato su un repertorio di recente composizione, in costante equilibrio con l’approccio improvvisativo, tra avvincenti spazi melodici e un costante ed eccelso lavoro di interplay. Alla tromba piccolo, facendo anche uso della tecnica della respirazione circolare, Evans poggiava il suo fraseggio contemporaneo sulle affascinanti armonizzazioni di Taborn. L’alternarsi tra scrittura e improvvisazione procedeva con estrema naturalezza, da parte del formidabile duo, in un flusso continuo che alternava diversi mood, con continui vicendevoli stimoli, scandito in tre momenti.
Il main stage, al Teatro comunale di Cormòns, ha poi accolto l’ampia formazione (un settetto) della Subtropic Arkestra di Goran Kaifeš, comprendente, oltre alla tromba e alle congas del leader, il sax baritono, il sopranino e il flauto di Per Johansson, il sax tenore e il flauto di Jonas Kullhammar, le tastiere di Jesper Nordenström, la chitarra elettrica di TBC, il basso di Johan Berthling e la batteria di Lars Skoglund. Proveniente dalla Svezia (ma il leader ha origini croate), l’Arkestra è un collaudato meccanismo di sintesi tra la lezione di Sun Ra, le musiche turche e balcaniche, l’Africa, il rock. Lo sviluppo solistico avviene solitamente su sapidi vamp, e le valide e diverse composizioni, grazie agli arrangiamenti, non mancano di coinvolgere l’uditorio. Nella seconda parte del set, il gruppo ha ospitato l’incantevole voce di Avin Omar, giovane donna di origini curde, che ha apportato un notevole, preziosissimo contributo.
L’azienda agricola Livon, di San Giovanni al Natisone, ha accolto nei suoi nuovi e gradevoli spazi vinicoli un trio davvero multietnico, L’Antidote (il violoncellista Redi Hasa albanese residente in Italia, il percussionista Bijan Chemirani iraniano residente in Francia e il pianista libanese Rami Khalifé residente a Sidney), con all’attivo un disco per l’etichetta Ponderosa. Un etno jazz delicato, ricco di colori e profumi delle differenti culture dei tre, tutti tecnicamente ferratissimi, con spazio anche per momenti in solitudine di pianoforte e percussioni. Musica con forti richiami a immagini cinematografiche, per un set mattutino davvero riuscito e coinvolgente. Sempre nella mattinata, il suggestivo spazio della cantina di Russiz Superiore ha accolto un progetto in collaborazione con il Festival Jazz di Lubiana, nel quale il vibrafonista Pasquale Mirra, avvalendosi anche di timpani e diverse percussioni, ha reso omaggio alla figura del poeta sloveno Srečko Kosovel nel centenario della prematura scomparsa. Muovendosi fra tre diversi set, utilizzando anche il fischio e la voce, Mirra ha realizzato una performance con un momento centrale particolarmente suggestivo al vibrafono suonato anche facendo uso di archetti.
La Kulturni Dom di Nova Gorica ha accolto il concerto della band austriaca Shake Stew, che festeggiava il decimo anniversario dalla sua costituzione. Guidato dal bassista (che suona anche il basso elettrico e il guembri) Lukas Kranzelbinder, il settetto schiera un altro bassista (Oliver Potratz), due batteristi (Niki Dolp ed Herbert Pirker), e tre fiati (Mario Rom – tromba; Yvonne Moriel – alto, flauto; Johannes Schleiermacher – tenore, flauto). Questa è una delle migliori formazioni del jazz europeo, che accoglie anche la sassofonista Moriel, vincitrice della prima edizione dell’Austrian Jazz Price come best newcomer. Composizioni originali variegate, interessanti, ben arrangiate, un buon equilibrio fra scrittura e improvvisazione, marcata carica ritmica, solidi vamp del guembri, e spazio per i voli solistici dei fiati, spesso insieme.
La serata di sabato 24 ottobre si è chiusa con due set molto differenti: il primo, presso il Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo, era affidato al trio della vocalist Carolina Bubbico, con il suo progetto in ambito cantautorale, realizzato attraverso un ampio uso di una loop station, interpretato in diverse lingue; il secondo, al Teatro Comunale di Cormòns, preceduto da una performance del workshop tenuto da Teis Semey con gli studenti del Conservatorio Tartini di Trieste, affidato al britannico tastierista Alfa Mist, affiancato da Sam Rapley al sax, Jamie Leeming alla chitarra, Flo Moore al basso e Jamie Houghton alla batteria, per una musica di sintesi tra jazz e hip-hop, non priva di interesse ma non particolarmente incisiva.
L’ultima giornata dell’edizione 2026 è iniziata presso la Tenuta Villanova, con il concerto in solo della fisarmonicista svizzera Lea Gasser. Profumi minimalisti, composizioni originali brevi, un uso parsimonioso e delicato di effetti elettronici funzionali alla sua poetica, fatta di atmosfere intimiste ispirate alla natura. Grazie a una loop station, Gasser sovrapponeva al suono dello strumento quello di una piccola tastiera, e man mano l’uso dell’elettronica si faceva più pervasivo, per poi lasciar spazio a un uso delicato della voce.
Presso la Tenuta della Casa, durante la degustazione di alcuni ottimi prodotti vinicoli, si è ascoltato il duo tra il chitarrista Francesco Zampini e il trombettista Cosimo Boni, nel solco della tradizione, per un set colloquiale, tra noti standard affrontati con competenza e stile e belle composizioni originali del chitarrista.
L’artista in residenza, il chitarrista danese Teis Semey, con il suo quintetto (José Soares – alto, Jesse Schilderink – tenore, Jort Tervijn – contrabbasso, Giovanni Iacovella – batteria), ha riproposto le musiche del suo disco del 2024 «En Masse», un trascinante punk jazz, una musica aperta, avanzata, con ampi spazi solistici per i sassofoni e per il leader. Una libertà espressiva caratterizzata da una evidente – e contagiosa – gioia di suonare insieme.
Come da tradizione, lo spazio spartano dell’Azienda agricola Gradis’Ciutta ha poi accolto un set del trio «corto.alto», composto da Liam Shortall (trombone, basso, chitarra, tastiere, voce e elettronica), Mateusz Sobieski (sax tenore) e Graham Costello (batteria). Da Glasgow, la forte personalità del leader polistrumentista ha dominato con efficacia la proposta musicale, che univa in una sintesi feconda jazz, hip-hop, elettronica, bei duetti trombone-sax, concludendo l’edizione del festival all’insegna del groove.






