2026, G2 Records
- First Song – 6:22
- Space Monk – 4:15
- BB Sketches – 8:12
- Sonnytude – 6:11
- Three Little Words (H. Ruby, B. Kalmar) – 7:43
- Blues Quarter – 5:05
- Touch & Fade – 8:18
- Quartet No. 4 – 5:42
Armin Jambor – sax tenore
Matyas Bartha – pianoforte
Danny Ziemann – contrabbasso
Oleg Markov – batteria
Ogni musicista è, in fondo, la somma delle persone che ha incontrato lungo la strada: quelle ascoltate sui dischi e quelle con cui si è condiviso un palco o una chiacchierata. Armin Jambor, sassofonista ungherese di base a Vienna, formatosi a Graz e già premiato nel 2023 al Downtown Jazz Contest di Budapest, lo dichiara apertamente: “Touch & Fade”, primo album a proprio nome con il quartetto, è un capitolo del suo percorso dedicato proprio a chi lo ha plasmato. Il gruppo nasce da un invito del pianista Matyas Bartha allo ZWE di Vienna e arriva in studio, il 24 gennaio 2026, dopo una serie di concerti tra Germania, Austria, Slovenia e Ungheria. E si sente che è il momento giusto.
Le dediche sono tante e dichiarate già nei titoli. “Space Monk” parte dallo spirito di Monk per approdare altrove, “con un po’ di Monk dentro” come ammette lo stesso autore, giocando sugli spigoli melodici e sugli spostamenti d’accento più che sull’imitazione. “Sonnytude” è un omaggio ai due Sonny, Stitt e Rollins, e a quest’ultimo rimanda anche l’unico standard in scaletta, “Three Little Words”, che Rollins incise negli anni Sessanta. Più personale “First Song”, la prima composizione di Jambor, nata come ballad e ripensata dieci anni dopo come valzer senza perderne il passo narrativo. Il cuore del disco, però, sta nella title track, nata subito dopo l’incontro del 2022 con Rick Margitza, che gli ha fatto conoscere le sue composizioni inedite e, parole sue, gli ha cambiato il DNA musicale: un brano sulla temporaneità di tutto, relazioni, sentimenti, momenti, che contano proprio perché passano.
L’altra anima è quella europea. “BB Sketches” nasce quasi per caso da un ostinato di pianoforte e contrabbasso in 9/8, un tempo dispari che non si conta ma si sente, mentre “Quartet No. 4” unisce gli ascolti di un inverno, la band di Don Grolnick con Michael Brecker e i “Canti contadini ungheresi” di Bartók, in un tentativo di musica da camera all’uso jazzistico, dedicato ai “Three Quartets” di Chick Corea. Qui il quartetto mostra la sua coesione: il pianoforte di Bartha definisce l’armonia e apre spazi al sax, il solido contrabbasso di Danny Ziemann, che firma anche il missaggio, fa da ancora senza limitarsi a raddoppiare gli accordi, la batteria attenta di Oleg Markov lavora di accenti e tensioni sul tempo. Sopra, il tenore di Jambor ha un suono pieno e caldo, lirico e disciplinato, che guarda a Rollins e a Dexter Gordon senza ricalcarli. Se un appunto si può fare, è che le fonti siano dichiarate forse più di quanto serva: la mappa dei riferimenti rischia a tratti di fare ombra alla musica che, per fortuna, sa parlare da sé.
In conclusione “Touch & Fade” è un esordio misurato e consapevole, che non nasconde da dove viene ma sa dove vuole andare. Come suggerisce il titolo, i maestri vengono toccati e poi lasciati svanire, e quello che resta è già una voce personale. Un nome da segnare sul taccuino.




