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Dal free radicale alla tradizione: il jazz globale di Saalfelden

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Una pioggia insistente ha accolto il folto pubblico arrivato da ogni parte per non perdere l’appuntamento annuale con il festival diretto da Mario Steidl, giunto quest’anno all’edizione numero 45. Un po’ di numeri per capire di cosa si parla: 4 giornate, 60 concerti, 190 artisti provenienti da 26 paesi, un record nelle vendite di biglietti oltre ogni aspettativa.

Chi scrive ha seguito ovviamente solo alcuni dei tanti concerti che si sono tenuti in diversi spazi all’aperto e al chiuso. Il trio “Eyes to the Sun” (Leo Genovese, pianoforte e sax soprano; Camilla Nebbia, sax tenore, Alfred Vogel, batteria), con il loro free radicale e senza compromessi, magistralmente eseguito, ha presentato il nuovo disco uscito dopo la guarigione del batterista da una grave malattia. Ma prima del trio, l’interessantissima proposta del batterista e percussionista Max Andrzejewski con l’Ensemble Resonanz dell’Elbphilarmonie. Una scrittura densa, interpretata mirabilmente dal quartetto con un finissimo lavoro di contorno da parte di Andrzejewski, a volte discreto commentatore alle percussioni e al vibrafono, a tratti con un marcato sostegno batteristico.

Il trio HIIT del batterista portoghese Pedro Melo Alves (Simone Quatrana al pianoforte e Andrea Grossi al contrabbasso), si è mostrato affezionato al rischio di un’improvvisazione affrontato con telepatico interplay, chiarezza di idee e di intenti, forse solo con una lieve mancanza di giocosità.

Raw Fish è il nome del gruppo di Teis Semey: due batteristi perfettamente coordinati (Jim Black e Giovanni Iacovella), due sax alto (Amalie Dahl e José Soares), una tromba (Adam O’Farrill), e il leader alla chitarra e all’elettronica, per una proposta energetica e corroborante, un set partecipatissimo ad alta tensione emotiva. L’uso di una tastiera elettronica da parte di Semey imprimeva un sound particolare che valorizzava l’opulenza delle composizioni, cariche di positiva, magnifica follia. Una band con l’energia giusta, temi trascinanti, un memorabile assolo dei due batteristi, la spinta incredibile di Jim Black, un pregevolissimo assolo di tromba di O’Farrill, coraggio, gusto del rischio, creatività, per una delle proposte migliori del festival.

La serata del 22 al mainstage è iniziata con il progetto Sonic Feast, commissionato dal festival al sassofonista Leonhard Skorupa, tutto giocato sulla dialettica fra la sezione ritmica e i due sassofonisti e clarinettisti, per una musica vivace, non scontata, con belle idee. A seguire, “Weird of Mouth”: Mette Rasmussen all’alto, Craig Taborn al pianoforte e Ches Smith alla batteria. Set ben equilibrato, con i due statunitensi che valorizzavano il fraseggio della sassofonista, a tratti coltraniano, in un formidabile lavoro improvvisativo, com’era lecito attendersi. Serata in crescendo, con il formidabile gruppo “Breaking Stretch” di Patricia Brennan, al secondo concerto europeo. Eseguendo le musiche dell’omonimo disco, questa eccelsa formazione ha confermato il valore della leader, uno dei nuovi grandi nomi del jazz. La front-line dei sax e della tromba, l’eccezionale sezione ritmica con un mirabile coordinamento fra batterista e percussionista, per un perfetto esempio di jazz contemporaneo, aperto e inclusivo, che tuttavia conserva i riferimenti essenziali alla tradizione. Fine di serata con gli (Exit) Knarr di Ingebrigt Håker Flaten (Amalie Dahl, Karl Hjalmar Nyberg ai sax, Marta Warelis al piano, Jonathan F. Home alla chitarra e Olaf Olsen alla batteria) come sempre efficaci e sapidi, tra energia free e volate rock e dalla portentosa ritmica.

Patricia Brennan il giorno seguente ha incrociato le sue bacchette, per la prima volta, con il contrabbassista Jort Terwijn e il batterista Christian Lillinger. Un’ulteriore conferma del suo valore di strumentista e compositrice, della sua ormai pienamente definita statura artistica, per un set che l’ha vista protagonista di un instancabile lavoro solistico e improvvisativo, in piena e totale interazione con i partner, entrambi formidabili.
Laura Jurd, con il suo quintetto “Rites & Revelations”, ha presentato una gradevole e delicata proposta di etno-jazz, con una formazione che affiancava alla sua tromba un violino (Ultan O’Brien), chitarra (Tara Cunningham, basso (Ruth Goller) e batteria (Corrie Dick). Musica non priva di sfumature interessanti, con la tromba della leader in buona evidenza, e un pregevole contributo del violinista e della chitarrista. Hanno presentato le musiche del disco di prossima uscita, caratterizzate da una cantabilità di fondo e da parentesi più informali. Da segnalare un’intensa versione di St. James Infirmary.
Il chitarrista danese Teis Semey era presente a Saalfelden con due suoi gruppi, e il secondo, “En Masse!” era un quintetto con due sax (José Soares, Jesse Schilderink), Jort Terwijn al contrabbasso e Sun-Mi Hong alla batteria. Composizioni originali complesse e variegate, per una proposta diversa e meno dirompente di Raw Fish, ma egualmente valida, proveniente da una delle personalità più interessanti del giovane jazz europeo. Diversi momenti riusciti e accattivanti, un gruppo che sa convincere, anche grazie alla presenza importante della batterista.

[Ahmed] è il quartetto che si ispira a Ahmed Abdul Malik, composto dal pianista Pat Thomas e dall’alto Seymour Wright, due veterani affiancati da una ritmica europea. Una riproposizione dura e pura di una certa estetica legata al free, una proposta comunque caratterizzata da precise strutture e dagli intenti chiari e definiti, decisamente radicale, esente da ogni possibile compromesso, aspra e monolitica.

Chiusura di serata con un figlio d’arte, Tomoki Sanders, in quartetto con tre giovani statunitensi, dopo la collaborazione al gruppo di Kassa Overall. Un album in uscita, personalità estrosa, stile e fraseggio condizionati dalla forte influenza paterna, sovracuti compresi. Un omaggio a Geri Allen con Unconditional Love, un altro al genitore con l’original The master plan never ends. Partito piuttosto bene, grazie anche al supporto del gruppo, il musicista ha via via utilizzato voce e danza, generando una perplessità di fondo sulle sue qualità artistiche, che sono apparse ancora piuttosto immature, nonostante alcune buone premesse.

L’ultima giornata è iniziata con la Bida Orchestra della batterista Sun-Mi Hong, con Jozef Dumoulin al pianoforte e al piano elettrico, John Edwards al contrabbasso, Mette Rasmussen all’alto, John Dikeman al tenore e al sax basso e Alistair Payne alla tromba. Raffinata scrittura, la musica del gruppo faceva leva sul valore dei fiati, su una ritmica di altissima qualità, sulla dialettica suono-silenzio. Musiche dal disco del gruppo «REFLEX: Invisible Ropes», registrato dal vivo alla Bimhuis. La leader conferma il suo valore e l’importante ruolo ormai acquisito nel jazz europeo, da validissima compositrice e arrangiatrice, nonché leader di assoluto spessore.

Kalle Kalima, dalla Finlandia, ha incrociato la sua chitarra (e in un brano anche il basso) con le tastiere di Leo Genovese e la batteria di Christian Lillinger, nel trio Detour. Bella energia rock, swing corposo, atmosfere mutevoli da brano a brano per questo supertrio, con il batterista a fornire la spinta giusta con il suo inconfondibile personalissimo stile e tecnica superlativa. Genovese eclettico, molto rock alle tastiere, jazzistico al piano, tra atmosfere anni ’70 estremamente gradevoli.

“Ancient to the Future” era il quartetto che affiancava al guembri e alla voce di Majid Bekkas la chitarra di Ava Mendoza, il flauto e il sax di Xhosa Cole e la batteria di Hamid Drake. Incentrato sul “blues del Sahara” di Bekkas, il gruppo propone una fertile mescolanza di culture, idee, ritmi, sostenuti dall’inconfondibile drumming di Drake, con Mendoza che si integra alla perfezione, e Cole sempre efficace e pertinente. Un’esperienza d’ascolto davvero intensa e soddisfacente.

Gran finale con The Bad Plus (Reid Anderson e Dave King) con Craig Taborn e Chris Potter, per un omaggio profondamente sincero e sentito al Jarrett del quartetto americano. Quattro musicisti che incarnavano la quintessenza del jazz odierno, in una delle sue massime espressioni. Energia, passione, indimenticabili emozioni profuse senza risparmio nella riproposizione di brani come Misfits e Mushi Mushi. Ma è stato nell’esecuzione della hadeniana Silence, preceduta da una introduzione al pianoforte di Taborn di sublime qualità poetica, che il set ha toccato vette altissime, profondamente commoventi. Un omaggio a una figura forse irripetibile del jazz, offerto da quattro veri giganti del jazz odierno.

E non resta che pensare sin da adesso al 2026, ancora a Saalfelden, dal 20 al 23 agosto!