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Jazz Festival Willisau 50 jahre: Cinquantesima edizione per il festival svizzero

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27-31 agosto 2025

Cinquantesima edizione per il festival svizzero, ben noto nella storia del jazz anche in virtù delle numerose registrazioni live ivi effettuate nel corso degli anni.

Due concerti nella hall per inaugurare la prima serata: Ubac e (Exit) Knarr. Ubac è un classico piano trio guidato da Myslaure Augustin, con Christoph Utzinger al contrabbasso e Kevin Chesham alla batteria. Asciutto e intenso, dal buon interplay, per una musica estremamente attuale, con composizioni originali della pianista, ricche di dinamiche. Ottimo inizio per il festival, che ha predisposto il pubblico ad accogliere (Exit) Knarr, il sestetto del contrabbassista Ingebrigt Håker Flaten, con Amalie Dahl all’alto e al baritono, Karl Hjalmar Nyberg al tenore, Marta Warelis al pianoforte, Jonathan F. Horne alla chitarra e Olaf Moses Olsen alla batteria. Con quattro dischi all’attivo, l’ultimo («Drops») appena uscito, questa band è una delle migliori espressioni odierne dal jazz europeo. Forte energia rock, una chitarra elettrica acida quanto occorre, gli intensi vamp del leader carichi di pathos che imprimono forza al progetto, il mirabile lavoro dei fiati, le sottolineature del pianoforte, la spinta travolgente della batteria sono alcuni degli elementi che, insieme alla varietà delle composizioni e degli arrangiamenti, costituiscono il senso di questa musica. Una band che a ogni concerto (l’avevo ascoltata alcuni giorni prima a Saalfelden) mostra tutto il suo valore e la sua grinta. Ovviamente va elogiato il leader, uno dei migliori contrabbassisti europei di sempre, che suona con una intensità senza pari. Da citare una esecuzione di Breezy, brano dolente dedicato alla compianta Jamie Branch, una composizione davvero toccante.

Tutta svizzera, il 28 agosto, la musica di Zumthor’s Books & Alcohol Sextet, con Tizia Zimmermann, Raphael Camenisch, Simone Keller, Philipp Eden, Paul Amereller e Peter Conradin Zumthor. Due pianoforti, due batterie, fisarmonica e sassofoni, in bilico fra musica contemporanea, classica e jazz, per una proposta suggestiva, dai toni misteriosi, che spaziava tra Schubert, suoni di gong, momenti ieratici, humour ironico e giocoso (tre galletti di gomma protagonisti per alcuni minuti), contrasti dinamici fra pianissimo e forte, fra note basse e note acute, un progetto centrato. A seguire, il quintetto del sassofonista tenore Ohad Talmor, con Chris Tordini al contrabbasso, David Virelles al pianoforte, Joel Ross al vibrafono ed Eric McPherson alla batteria. “Back To the Land” il nome del gruppo, e l’intento, perfettamente riuscito, di omaggiare Ornette Coleman, ma anche Rollins (con East Broadway Run Down). Ampio spazio ai partner da parte del leader di questo supergruppo, per un postbop in perfetto equilibrio fra tradizione e contemporaneità. L’apporto del batterista è quello di un vero fuoriclasse, Ross e Virelles sono sempre più efficaci, il leader nel solco della grande tradizione dello strumento, per un set centrato e memorabile.

La serata del 29 è iniziata con il KALI Trio (Raphael Loher alle tastiere, Urs Müller alla chitarra e Nicoals Stocker alla batteria). Musica d’atmosfera, tra ambient, elettronica e minimalismo, ipnotica, piacevolmente ripetitiva, dal divenire lento, un lavoro finissimo. A seguire, Alabaster De Plume (sax tenore, voce, chitarra), con Ruth Goller al basso e alla voce, Mikey Kenney al violino e alla voce e Julian Sartorius alla batteria, per un concerto incentrato sulla forte ed estrosa personalità del leader, che gioca molto sulla comunicazione verbale, su una certa teatralità, sull’uso delle voci dei partner per effetti corali molto appropriati, lontani da ogni estetica jazzistica, ma ben supportati da un batterista notevole come Sartorius.

“Musho” è il duo del pianista Alexander Hawkins e di Sofia Jernberg, uno dei più riusciti incontri tra pianoforte e voce, nel quale le tecniche prodigiose di entrambi si coniugano creativamente. Lei, nata in Etiopia ma cittadina del mondo, canta in più lingue, e usa la voce come uno strumento, mostrando di avere assimilato tecniche sperimentali, e facendo un uso degli armonici davvero unico. Lui è uno dei migliori pianisti in circolazione in Europa, protagonista di diversi progetti a suo nome e attivo anche all’interno del quintetto “Eternal love” di Roberto Ottaviano. Tra i brani eseguiti, citerei una canzone di una autrice etiope (Emahoy Tsege Mariam Gebru) con il testo francese, Quand La Mer Furieuse, profondamente suggestiva nell’interpretazione della Jernberg.

Dopo il duo fra il batterista Julian Sartorius e l’elettronica di Matthew Herbert, il trio della batterista statunitense Savannah Harris, con Emmanuel Michael alla chitarra elettrica e Dan Pappalardo al basso elettrico a cinque corde e al contrabbasso. Incentrato sulla efficace, fantasiosa e incisiva batteria della leader, tra composizioni originali e omaggi a Geri Allen e Joe Henderson, ben sorretto da Pappalardo soprattutto allo strumento acustico, mentre l’intero peso solistico andava sulla chitarra, con il suo particolare suono ricco di effetti, e forse un ulteriore strumento solista avrebbe potuto dare alla musica un respiro più ampio.

A chiudere la serata al mainstage il gruppo “The Resonators”; Frank Gratkowski (alto, clarinetto, flauti), Sebastian Müller (chitarra), Achim Kaufmann (pianoforte e piano elettrico), Dan Peter Sunland (basso), Thomas Sauerborn (batteria). Un set davvero riuscito, che partiva da un free energico, acceso ma controllato, per stemperarsi in atmosfere suggestive, in un flusso improvvisativo costellato di preziosi interventi solistici di Gratkowski e del chitarrista.

Nell’ultima giornata due concerti, enrambi nelle ore pomeridiane. Il primo era una band proveniente dalla Svizzera francese, “Le Recueil des Miracles”, un sestetto con diversi strumenti tra cui organetto, flauti dolci, scacciapensieri, violino, clarinetti e clarinetti bassi, basso elettrico, batteria, per una sorta di “progressive folk”, una bella e riuscita mescolanza di diverse influenze, fra danze folcloriche e suoni acustici.

A chiudere il festival, il trio “Weird of Mouth”, che vede insieme Mette Rasmussen all’alto e al sopranino, Craig Taborn al pianoforte e Ches Smith alla batteria. Non si potrebbe dir meglio di questa formazione, che peraltro avevo ascoltato qualche giorno prima a Saalfelden: la potenza del free massimamente sospinta dalla stratosferica batteria di Smith, l’irrefrenabile fantasia di Taborn (entrambi tra i maggiori specialisti al mondo dei rispettivi strumenti) e i fraseggi travolgenti della sassofonista fanno di questo trio una grande esperienza d’ascolto, capace di spaziare da una tensione irrefrenabile sino a momenti d’atmosfera altamente suggestivi, a tratti plumbei, a tratti luminosi.