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Sonny Rollins (1930–2026): l’ultimo gigante del bebop, il Colosso del sassofono

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Sonny Rollins, JVC Newport Jazz Festival (by Marek Lazarski))

Se ne va a 95 anni uno degli ultimi grandi protagonisti dell’età d’oro del jazz. Il leggendario sassofonista è morto lunedì  25 maggio 2026 nella sua casa di Woodstock, New York.

Con lui scompare non semplicemente un musicista, ma la rappresentazione di un’intera epoca. Era uno degli ultimi grandi jazzisti viventi e uno dei sassofonisti più influenti della storia.

Theodore Walter Rollins nasce ad Harlem il 7 settembre 1930, aveva cominciato col pianoforte, poi era passato al sax contralto (il suo idolo Coleman Hawkins viveva nella stessa area) e, come allievo di Monk, negli anni ’50 divenne una figura di spicco della scena hard bop, suonando con praticamente tutte le leggende possibili come Miles Davis, Thelonious Monk, Bud Powell, Max Roach e Clifford Brown, scrivendo anche brani divenuti icone tra cui “Oleo” e “Airegin”.

Nel 1956 Rollins registrò “Tenor Madness”, in cui vi è anche Coltrane e successivamente “Saxophone Colossus”, album diventato un classico soprattutto attraverso il brano “St. Thomas” e da cui è derivato poi il famoso soprannome.

Comunque, l’episodio che ha contribuito alla definizione del mito di Rollins non è un disco, ma un ritiro. Proprio mentre la sua carriera sembrava lanciata, nel 1959 Rollins scomparve dalle scene. Insoddisfatto del proprio modo di suonare, iniziò un periodo di studio intensissimo che lo vedeva praticare spesso sul Williamsburg Bridge. Al termine di questo periodo di circa due anni, rientrò con un album intitolato proprio “The Bridge” che vede alla chitarra il grande Jim Hall.

E’ stato tra i primi a sperimentare il trio senza strumento armonico nei quali le “acrobazie” del sax potevano esprimersi a livelli intoccabili.

Tra i non jazzisti vale la pena ricordare il suo solo su “Waiting on a Friend” dei Rolling Stones (1981), nato — secondo il suo racconto — osservando Mick Jagger ballare. Aveva inoltre composto la colonna sonora del film “Alfie” (1966) e, nel nuovo millennio, con l’album “This Is What I Do” del 2001 si aggiudicò un Grammy come miglior album strumentale jazz.

Una scomparsa che segna una ulteriore fine per una generazione che non studiava il jazz: lo inventava.  La sua è una eredità unica, non solo per gli oltre sessanta dischi incisi, i migliaia di concerti ma, soprattutto, per l’idea che l’improvvisazione potesse essere insieme furia e architettura, libertà assoluta e disciplina monacale. Sul Williamsburg Bridge, Sonny Rollins ci ha insegnato che anche un gigante può scegliere il silenzio pur di non smettere di crescere. Always a work in progress, diceva di sé. E così lo ricorderemo.