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Intervista a Francesco Pierotti in occasione dell’uscita dell’album “Strange Smile” del Reunion Trio

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Pubblicato dall’etichetta indipendente Wow Records, disponibile in formato fisico e sulle piattaforme digitali da giovedì 29 ottobre, Strange Smile è il nuovo capitolo discografico del Reunion Trio formato da Giovanni Benvenuti (sax tenore), Francesco Pierotti (contrabbasso) e Fabio D’Isanto (batteria). Incontriamo il contrabbassista del trio.

Come è nato questo progetto?

Un po’ è svelato già dal nome del trio, perché si chiama “Reunion” proprio perché ci siamo rincontrati dopo svariati anni, con qualche capello bianco in più. Suonavamo insieme intorno al 2012 o 2013, anno più, anno meno, e ci siamo rincontrati dopo quasi dieci anni. Abbiamo ricominciato a suonare e abbiamo fatto un primo disco, I Thought About You, uscito nel 2024, con cui siamo stati selezionati tra i 100 dischi migliori dalla rivista Jazzit. Ormai sono tre anni che collaboriamo insieme in maniera costante, forse anche qualcosa di più, e abbiamo deciso di registrare questo secondo disco mantenendo un po’ il filo di quello rappresentava il primo. Anche per questo secondo disco abbiamo deciso di lavorare sugli standard: standard jazz o comunque brani legati alla cultura jazz. C’è, ad esempio, un brano di Bill Frisell, Strange Meeting, che contribuisce anche a dare il nome al gruppo. Questi brani sono stati però tendenzialmente reinterpretati, cioè li abbiamo un po’ rinfrescati, se così si può dire. Anche se, per me, il jazz è sempre fresco, li abbiamo resi un po’ più irriverenti, un po’ più nostri. Abbiamo lasciato che i nostri background condizionassero gli arrangiamenti. C’è dentro molto funk, molto rock, molta musica contemporanea, ma senza perdere mai di vista la tradizione. Per tornare alla tua domanda, questa collaborazione nasce proprio da questa riunione, da questo incontro avvenuto dopo anni e dopo i bagagli culturali e i palchi che abbiamo calcato, ognuno con i propri progetti. Siamo stati felici di rimettere in piedi una collaborazione tra di noi.

A proposito di questo: come è cambiato il vostro rapporto da quando eravate giovani e suonavate insieme ad oggi, che siete più maturi e anche più consapevoli, sia del vostro strumento sia della musica e di come amalgamarvi tra voi? In che termini è cambiato il questo rapporto, se è cambiato? Avete apportato qualcosa di nuovo, ognuno per la propria parte?

Fortunatamente il nostro rapporto non è cambiato. La cosa bella è che, nonostante ci fossimo persi di vista — si cambia città, giri, si trasformano le vite —, ritrovarci non ha significato scoprirci cambiati nel nostro rapporto. Anzi, l’entusiasmo è sempre lo stesso. Siamo consapevoli di avere più strada alle spalle, dunque ognuno ha un bagaglio culturale più grande.

Ma musicalmente siete rimasti freschi come allora?

Sì, anzi, forse la cosa bella del ritrovarci è stata proprio riscoprire questa sonorità. La cosa bella del jazz è che, quando i caratteri si incontrano… è un po’ come in cucina: quando le spezie e gli ingredienti si mescolano danno vita a un determinato sapore. Noi tre insieme abbiamo portato avanti un discorso cominciato tanti anni fa. Trovare Fabio che suona in una certa maniera e Giovanni che suona in una certa altra maniera significa, per me comportarmi in modo conseguente. E così, per loro, suonare con me e tra di loro significa cercare un dialogo che crea la sonorità del trio. Quindi è stato un po’ un riscoprirsi, come se il percorso non fosse mai stato interrotto e anzi come se si fosse evoluto.

Come vedi oggi, a livello di mercato e di distribuzione, in Italia, la musica jazz? Secondo te, che cosa si potrebbe fare di più e che cosa potrebbe essere da stimolo per migliorare la fruizione dei concerti jazz, della musica, dei dischi, degli album?

Mi fai una domanda difficile… Allora, rispondo in maniera ampia… Credo che siamo in un periodo in cui, a parte il jazz —lasciamo proprio perdere il jazz —, dove tutti abbiamo tutto. In qualche modo il livello della mediocrità culturale si è alzato, ma si è abbassato il livello dell’attenzione e, soprattutto, della curiosità e del concetto di profondità. Ascoltiamo musica tutto il giorno, ma distrattamente: in un centro commerciale, in televisione oppure in macchina. Forse prima non c’era così tanta musica, però, quando si ascoltava, lo si faceva in maniera intensa. Quando le cose erano meno disponibili, andavamo a cercarle nei locali: c’era anche una consapevolezza che smuoveva e contrastava un po’ la pigrizia. Oggi, secondo me, siamo schiavi di alcune parole abusate, come «bellezza». La bellezza, secondo me, non significa niente, considerando che il concetto cambia rapidamente. Basti pensare alla moda e all’estetica, che cambiano nei quadri e nei dipinti. Il concetto di bellezza, il richiamo al bello utilizzato anche per propagande pubblicitarie o culturali, può trasmettere una grande futilità. In realtà, la bellezza c’è quando c’è profondità, quando c’è sostanza. Il concetto di bellezza cambia, sì, ma quello di sostanza non cambia. A noi piacciono quadri in cui l’estetica femminile o maschile era diversa da quella di oggi. Non perché ci piaccia quell’estetica in sé, ma perché capiamo che c’è una sostanza che ci fa apprezzare ciò che guardiamo. Lo stesso vale per la musica. Oggi credo che tutti possiamo fare tutto e ascoltare tutto, però è venuta meno la curiosità di ricercare la sostanza. Andiamo a vedere i nomi blasonati piuttosto che altri, mentre quarant’anni fa, quando nascevano gruppi punk o di fusion, era la curiosità per il “nuovo” a spingerci ad ascoltarli. Oggi, nella maggior parte dei festival, il “nuovo” non esiste. I giovani vengono presentati come tali, ma non si sa mai quando smettano di esserlo (giovani), perché la parola «giovane» ormai viene confusa con «meno famoso». E poi che cosa significa «giovane»? Charlie Parker, a 24 anni, era giovane, così come Miles Davis. Se avessimo applicato questa regola negli anni Cinquanta, il jazz non sarebbe andato avanti. Adesso viene tutto fatto con lo stampino, commercializzato senza curiosità. Secondo me, nemmeno i critici ascoltano. Eppure la musica italiana oggi è pazzesca: il livello dei musicisti è pazzesco e la musica originale è bellissima. Abbiamo tanto, ma manca lo spazio. E per spazio non intendo il bando: intendo che chi deve promuovere e ha la responsabilità di decidere come sarà, domani, la musica jazz italiana dovrebbe riscoprire ciò che lo ha spinto a cominciare questo lavoro, cioè ascoltare. Ascoltare chi possa essere il nuovo Miles Davis; ascoltare chi potrebbe lanciare una nuova idea musicale, chi potrebbe avere qualcosa di nuovo da dire, invece di trasformare tutto semplicemente in un lavoro. È vero che è un lavoro, però prima di tutto è una passione. Se lo paragoniamo soltanto a un lavoro, allora facciamo i ministeriali e facciamo quello che fanno tutti. Ma in realtà l’arte è un’altra cosa.

Quanto valgono per voi, anche in questo album — me l’hai accennato —, le contaminazioni con altri sound e con territori che hanno tradizioni diverse dalle nostre? Raccontaci come lavorate nel momento della creazione.

Intanto lavoriamo senza porci domande. Questo aspetto, secondo me, è fondamentale. Credo sia giusto il concetto accademico: sono un fautore dell’accademia, sono laureato in architettura e diplomato in conservatorio, e mi piace. Però, nella fase creativa, bisogna tornare un po’ nella saletta prove di quando si era adolescenti e non te ne fregava assolutamente nulla di quello che facevi. Non cercavi una giustificazione a quello che facevi: lo facevi perché ascoltavi, perché ti piaceva, perché volevi scoprire e dire un po’ la tua. In qualche modo, quasi esuberante, volevi già fare qualcosa di più. È questo che ha creato la musica, ciò che sta dietro a tutta la musica: la voglia di fare qualcosa, di dire la propria e di sperimentare, di vedere come due ingredienti stiano bene insieme. Altrimenti ci fermiamo. Per me oggi sì. So che ci sono scuole di pensiero secondo cui Miles Davis, quando ha cominciato la fase elettrica, avrebbe in qualche modo tradito il jazz… Sì, vabbè, ma diciamo che a me interessa altro e non mi interessa questa cosa. Penso che sia giusto sentirsi un po’ bambini quando si fa musica, e non sentirsi insegnanti, perché tutta la storia della musica e tutti i gruppi che conosciamo oggi sono nati da adolescenti un po’ scapestrati, che non credo si facessero tante domande filosofiche. Sicuramente si facevano delle domande, ma erano domande concrete, rivolte alla musica e alla creatività. Mi piace pensarla così e devo dire che, quando lavoriamo, lo facciamo in questa
maniera un po’ adolescenziale.