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Marcello Sebastiani (Miti in Jazz: eco degli dei, voci di eroi)

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Gli dèi hanno imparato a improvvisare

C’è un momento, leggendo Miti in Jazz di Marcello Sebastiani, in cui l’intuizione che regge l’intero volume si fa nitida e quasi ovvia — segno, di solito, delle idee giuste: il mito e il jazz si trasmettono allo stesso modo. Vivono di oralità, di memoria, di varianti; nascono nel buio e si consegnano all’orecchio prima che alla pagina. Nessuna partitura scritta, osserva l’autore, potrà mai fissare del tutto i silenzi, gli accenti, i respiri e gli “eloqui arabescati” di un assolo, così come nessun redattore ha mai davvero imprigionato un mito nella scrittura senza tradirne le pause e le inflessioni. L’improvvisazione, allora, diventa ciò che il libro suggerisce fin dal titolo: una forma contemporanea di narrazione mitica, unica e irripetibile.

Da questa premessa Sebastiani costruisce dodici capitoli, ciascuno intitolato a un mito e affidato, come a un doppio segreto, a un musicista di jazz. Ma la scelta più coraggiosa è geografica e culturale: accanto ai classici greci — Kore e Persefone, Orfeo, Teseo e Ariadna, Pigmalione — l’autore convoca la ballata nordica di Amleth, il Mulino di Fróði, il rumeno Mastro Manole, il biblico Nabuccodonosor, il Sigu africano e il Väinämöinen del Kalevala finnico. È un atlante mitologico deliberatamente meticcio, e non per vezzo erudito: è lo stesso meticciato che sta alla radice del jazz, musica nata dalla fusione fra tradizione occidentale e africana. Il metodo è il messaggio.

Sfilano così, sotto la lente dell’archetipo, i grandi e i grandissimi: Charlie Parker, Thelonious Monk, Billie Holiday, Charles Mingus, Bill Evans, Eric Dolphy, Charlie Haden, Yusef Lateef, Rahsaan Roland Kirk, Lee Morgan, e persino un contemporaneo europeo come lo svedese Esbjörn Svensson. Il capitolo su Orfeo è, non a caso, a parere di chi scrive, uno dei più riusciti: dal pianto per Euridice e dal mito di Ciparisso l’autore scivola al ritratto di Yusef Lateef, il polistrumentista schivo che rifiutava l’etichetta stessa di “jazz” e cercava suoni “appartenenti ad altri mondi”, tra il flauto fulani nigeriano e una spiritualità senza patria. Orfeo semidio misterico, sintesi di apollineo e dionisiaco, diventa la chiave per capire un artista che ai riflettori preferiva la ricerca. Il libro si chiude su Charlie Haden e sul Väinämöinen, il “signore del canto magico”, un Orfeo finnico che suona il kantele: e la scelta di congedarsi con il contrabbassista di cui si dice che “i suoi assoli raccontano una storia, piuttosto che mostrare quante note riesce a suonare” suona come una dichiarazione di poetica dell’autore stesso.

La scrittura è colta, ampia, di respiro lirico: Sebastiani vuole evocare, non catalogare, e ogni capitolo alterna la riscrittura del mito — spesso dalle fonti classiche, Ovidio in testa — a testi poetici originali dell’autore, in un contrappunto che fa, in un certo senso, ciò che descrive. L’apparato di note è serio e verificabile, tra fonti letterarie, biografie e interviste storiche (Fred Jung a Lateef, Leonard Feather a Dolphy, le testimonianze di Sue Graham Mingus e di Laurie Verchomin su Bill Evans). Non è un divertissement suggestivo: è un lavoro documentato.

Ecco quindi un libro raro: colto, coraggioso e sinceramente amato dal suo autore. L’intuizione di fondo è feconda, e Sebastiani la sostiene con erudizione, gusto letterario e amore autentico per questa musica. È il tipo di lettura che cambia il modo in cui, la sera dopo averlo chiuso, si ascolta una ballad di Bill Evans o un fraseggio di Dolphy. Per un libro sul jazz, non è merito da poco.


Dodici musicisti di jazz letti attraverso il mito: intervista con l’autore

Da dove nasce l’idea di leggere i musicisti di jazz attraverso i miti?

Tutto nasce dalla mia passione per la mitologia, che considero parte della nostra quotidianità: una realtà dimenticata, occultata dai traffici di ogni giorno. Il mito parla con parole sottili, oggi come mille anni fa, perché attinge alla parte più profonda dell’essere umano. Prima di essere uomini siamo esseri in diretta connessione con qualcosa di divino — non necessariamente inteso in senso religioso, ma piuttosto in senso spirituale. E credo che nell’atto improvvisativo ci sia proprio questo: il ricongiungersi. L’improvvisatore tenta, cerca, anela a ricongiungersi all’ineffabile spirituale.

Come hai lavorato agli abbinamenti? È venuto prima il mito o prima il musicista?

Direi che si sono incontrati su un piano sottile: mi ispirava questa o quella figura musicale, questa o quella figura mitologica. Apparentemente non esiste una corrispondenza diretta sul piano della personalità, o delle gesta che hanno caratterizzato il personaggio mitologico e quello musicale. Ma, come nell’improvvisazione, credo sia l’ascoltatore a generare l’improvvisazione, a darle un senso, un significato. Per questo lascio al lettore — così come si lascia libertà all’ascoltatore — di interpretare, di lasciarsi condurre in questo mondo immaginifico. Il mio tentativo è stato quello di lasciare al lettore la possibilità di generare da sé dei nessi, che saranno sicuramente i più adeguati.

Nel corpo dei capitoli ci sono tuoi testi poetici originali. Che funzione hanno nell’economia del libro: commento, contrappunto, o una vera e propria “improvvisazione” scritta parallela a quella musicale che descrivi?

Il mio contributo poetico si limita a Ciparisso, un testo che parla del mito di Apollo. Anche in questo caso si può individuare un significato che lascio al lettore. È possibile, forse auspicabile, che chi legge non abbia ben presente il mito di Ciparisso, o qualsiasi altra figura mitologica non sottolineata in maniera specifica: potrebbe essere interessante per lui andare a spulciare il significato, la storia di quel musicista.

Questi testi poetici sono nati nel periodo dei lockdown, sia quello del giugno 2020 sia il successivo di novembre; ne ho scritti davvero tanti. C’è stato sicuramente un movente affettivo — una separazione amorosa che ha avuto funzione di catalizzatore. Ciparisso appartiene a quel periodo. Tra parentesi, i libri che ho pubblicato sono tre, e sullo sfondo di tutti c’è questa dea sconosciuta di un Olimpo nascosto. I titoli sono Agosto con una dea sconosciuta di un Olimpo nascosto, poi Dea sconosciuta di un Olimpo nascosto, uscito nel 2023, e infine Crome e rime, pubblicato l’anno scorso.

C’è un musicista, tra i dodici, in cui ti riconosci maggiormente?

È una bella domanda, molto impegnativa. Ti rispondo di getto: non saprei. Ci sono parti che sento particolarmente vicine e che forse mi appartengono. Penso per esempio alla spiritualità di John Coltrane. Penso anche al desiderio di alcuni musicisti — Yusef Lateef, per esempio — di non essere particolarmente amanti della notorietà e del business: in questo mi riconosco molto, come in altri musicisti tratteggiati. Insomma, ci sono parti di me.

Se può essere utile, posso aggiungere che per quel che mi riguarda si è aperto un periodo di riflessione dal punto di vista musicale, in cui torno a prediligere l’improvvisazione tout court, indipendentemente dall’aspetto jazzistico: un’improvvisazione più che libera, ispirata.

Sei un didatta esperto: utilizzerai questo approccio nei tuoi insegnamenti?

Sicuramente sì. Anzi, stavo proprio pensando di tesaurizzarlo e di coniugare l’aspetto tecnico con quello interiore: non solo emotivo, ma di indirizzo interiore, quello che dovrebbe governare la musica. Penso che sia un approccio fondamentale. Non ho difficoltà a dire che il jazz attuale soffre di un certo accademismo di natura scolastica, particolarmente dedito alla produzione eccessiva di abilità e di virtuosismo, che a mio avviso scarnisce un po’ il linguaggio jazzistico delle origini.

Hai avviato un filone: stai già pensando a un seguito?

Quello che viene. Anche in questo caso mi lascio guidare dai miei moti interiori. Certo, mi rendo conto che questo lavoro sta riscuotendo un buon interesse e ne sono felice, ma penso che si possa proseguire sullo stesso binario. Vorrei sottolineare ciò che in questo lavoro non mi è riuscito — o perlomeno non rientrava nelle mie intenzioni: andare più a fondo, trattare più approfonditamente il mito anche in rapporto alla simbologia junghiana e a Joseph Campbell. Non ho ancora organizzato nulla: al momento sto pensando solo all’uscita del prossimo CD, che sarà una cosa molto particolare e della quale parlerò volentieri in seguito.