Edizione n. 48 per lo storico festival occitano, con un programma come consuetudine ampio e variegato, e la partecipazione quotidiana di diverse migliaia di spettatori.
Chi scrive ha seguito alcuni concerti a partire dal 27 luglio.
Delizioso ascoltare la cantante sudcoreana Youn Sun Nah, che solitamente si esibisce in duo (con il chitarrista Ulf Wakenius e oggi con il pianista Bojan Z), con un trio composto dal chitarrista Martin Pascaud, dal contrabbassista Brad Jones e dal batterista Raphaël Chassin. Pascaud e Chassin sono presenti, insieme ad altri, nella recente incisione della artista per la Warner, «Lost Pieces», dalla quale era tratta buona parte delle canzoni eseguite. Concerto che ha mostrato un’artista in costante ascesa, ben accompagnata da un trio efficace ed essenziale, con il chitarrista in particolare evidenza. Set scorrevole, di estrema gradevolezza, grazie anche all’efficace supporto corale garantito in alcuni brani dai musicisti. Meritatissima standing ovation, bis con un brano tradizionale coreano e con No me llores mas, un classico della salsa reso celebre da Omara Portuondo.
James Carter (“Trane: A Centennial Supreme” il titolo del set) ha incrociato i suoi sassofoni (tenore e soprano) con il trombone e le conchiglie di Steve Turre, il pianoforte di Gerard Gibbs, il contrabbasso di Hilliard Greene e la batteria di Alex White. Inizio con A Love Supreme, senza alcun ricalco dell’originale. Fraseggio torrenziale del leader, sapidi interventi del trombonista anche alle conchiglie, e ritmica funzionale al progetto. Una versione intensa di Naima, e conclusione con la davisiana All Blues affidata alle conchiglie di Turre. Il concerto “We Want Miles!” di Marcus Miller (con Bill Evans-tenore e soprano, Russell Gunn-tromba, Mike Stern-chitarra, Mino Cinelu-percussioni, Brett Williams-tastiere e Anwar Marshall-batteria) ha ancora una volta centrato l’obiettivo: assolo brucianti, il granitico, musicalissimo basso Fender del leader avvincente, a fornire costantemente le fondamenta ideali per far marciare al meglio la formazione, con il compito più oneroso affidato a Gunn, che lo onora debitamente, a partire dal bell’arrangiamento della gershwiniana My man’s Gone Now. Non si cesserebbe mai di tessere elogi dello stile percussivo di Cinelu, anche nei brani milleriani Catémbe e Hannibal, tratti dall’album «Amandla». Eseguiti dal gruppo anche In A Silent Way, Bitches Brew (in una versione a parere di chi scrive piuttosto semplificata e discutibile) e Jean Pierre.
La batterista e cantante Anne Paceo (con Lilian Mille-tromba e flicorno, Christophe Panzani-sax, Gauthier Toux-pianoforte, Maya Cross-tastiere e Cynthia Abraham-voce) si muove sempre più verso una musica nella quale la voce acquista un ruolo fondamentale. L’equilibrio qui viene garantito dalla presenza di sassofono e tromba, nell’esecuzione delle musiche dell’album «Atlantis» del 2025. Forte componente elettronica, ottima base ritmica fornita dalla efficace batteria della leader, atmosfere dilatate, sfondi corali, alla ricerca di una personale cifra stilistica. Paceo ha ritagliato anche spazi per la sua voce, accompagnata solo dal pianoforte e dalle tastiere, per una musica fortemente ispirata ad alcune sue esperienze di immersioni subacquee.
Diana Krall è giunta a Marciac con un gruppo composto da Marc Ribot alla chitarra, Dennis Crouch al contrabbasso e Jay Bellerose alla batteria. Chi scrive l’aveva ascoltata qualche giorno prima a Jazzaldia, con la medesima formazione e un repertorio molto simile, constatando quanto sia importante l’apporto di Ribot, con i suoi assolo basati sui voicings e col suo accompagnamento canonico da perfetto conoscitore della tradizione del jazz. Splendido riascoltare la dylaniana It’s All Over Now, Baby Blue e Blue Raincoat di Leonard Cohen.
Il quartetto “Symmetric” di Baptiste Herbin (alto e soprano) e Nicolas Gardel (tromba), con Laurent Coulondre-organo e Yoanne Serra alla batteria, ha suonato un hardbop di buona fattura, debitamente aggiornato ma sempre nel solco della tradizione del genere. Il “Songbook” di Kenny Barron, con la giovane contrabbassista Kanoa Mendenhall, Savannah Harris alla batteria e le due voci di Catherine Russell e Tyreek McDole ha esordito con dei brani in trio, da Monk a Caetano Veloso a Haden, che il Maestro affronta con il suo fraseggio chiaro, diretto, delicato, una perfetta esemplificazione della classicità del piano jazz, validamente spalleggiato dalla sua ritmica. Con l’ingresso delle voci il set diventava più prevedibile, ma comunque sempre di alto livello. La Temple University Jazz Band diretta da Terell Stafford ha scatenato poi un diluvio di swing, con una grande formazione con all’interno diversi ottimi solisti, e brani di Basie, Quincy Jones, Golson (Along Came Betty), con spazio anche per gli assolo alla tromba del direttore Stafford.
Chris Minh Doky & The Nomads (Till Brönner-tromba e flicorno, George Whitty-tastiere, Manu Katché-batteria), ha proposto una fusion energetica con il suo contrabbasso elettrico e l’apporto determinante di Katché, come sempre eclettico e fantasioso. Il virtuoso del contrabbasso tende a primeggiare, collocandosi anche fisicamente al centro del palco, garantendo una gradevole cantabilità dei brani, che procedono con scorrevolezza, facendo anche uso della loop station in un omaggio a Pastorius. Con l’arrivo dell’ottimo trombettista sul palco, la musica si riequilibrava, acquistando un respiro più ampio, per un pop jazz raffinato e godibile.
Una grande serata flamenca quella dedicata al “New Sketches of Spain” di Erik Truffaz e Antonio Lizana e alla “Paco De Lucía Legacy”. Truffaz e Lizana, con una formazione ampia con clarinetto basso, chitarra flamenca, basso, batteria e percussioni e con il suadente baile di Sara Sanchéz, confermavano la loro ottima intesa, ben sostenuta da tutto il gruppo, e l’ottimo equilibrio fra jazz e tradizione flamenca da essi raggiunto. L’omaggio a Paco De Lucía è stato altrettanto, se non ancor più affascinante, articolandosi su differenti formazioni, per un totale di otto musicisti, oltre all’ospite Lizana. Due chitarristi (Josemi Carmona e Antonio Sanchez, l’armonica di Antonio Serrano, il pianoforte di Chano Dominguez, Jomy Losada al basso, Israel Suarez “Piraña” alle percussioni, “Duquende” al cante e “El Farru” al baile, per un omaggio profondamente sentito, affascinante e avvincente, suggellato da trionfali applausi.







