Gelsenkirchen 24-27 settembre 2026
Prosegue l’attività del festival della città della Renania Settentrionale-Vestfalia, giunto già alla quinta edizione. Tra le caratteristiche del festival, oltre alla evidente passione e competenza degli ideatori Bernd Zimmermann e Susanne Pohlen, e alla rete di efficientissimi collaboratori che li affiancano, l’attenta scelta dei luoghi che ospitano i concerti, e la accurata selezione degli artisti invitati, ai quali vengono assegnati palcoscenici appositamente pensati per le diverse proposte musicali.
Per inaugurare gli eventi quest’anno è stata utilizzata la sala piccola del Musiktheater in Revier, all’interno della pregevole architettura destinata al teatro d’opera della città risalente al 1959. Il quartetto del chitarrista Hanno Busch, con il sax tenore di Matthew Halpin, il basso elettrico di Simon Jermyn e la batteria di Jonas Burgwinkel ha esordito con un post bop di gradevole fattura, con composizioni varie, tra suggestioni progressive e fusion. Con l’ingresso del secondo sax tenore, imbracciato da Peter Weniger, la musica ha preso una svolta ornettiana, mentre nel secondo set il trio di base ha ospitato il pianoforte di Roman Babik, acquistando una qualità cinematica melodica e accattivante grazie all’apporto del notevole pianista, che ha riservato per sé ampio spazio. Poi si è unita la cantante Anna Luc, per giungere al finale con il sestetto che ha eseguito una composizione del pianista con una lunga chase tra i due sax.
È tornata al festival Ashia Bison Rouge, la cantante e violoncellista attiva a Berlino. Gli ingredienti della sua ricetta sono chiari ed efficaci: una buona estensione vocale, tecnica strumentale da virtuosa, sapiente utilizzo di basi preregistrate e della loop station, piglio narrativo, un delicato rituale iniziale, e due preziose spezie, grazia e immedesimazione. Nello spazio davvero unico della Nordsternturm, Ashia ha portato le sue storie dai toni fiabeschi, con le proposte musicali autoriali che da tempo caratterizzano i suoi progetti in solo.
La serata del 25 settembre è poi proseguita nell’auditorium Kaue, con il duo Bruce, costituito dallo svizzero Sha al clarinetto basso (componente dei gruppi Ronin e Mobile di Nik Bartsch) e dall’australiano James Gilligan alla pedal steel guitar. L’intesa tra i due è sorprendente, i vamp del clarinetto generano cellule ritmiche sulle quali le sonorità della chitarra si adagiano con sfumature di stampo minimalista e un afflato melodico davvero efficace, mentre la voce di Gilligan, vicina a toni cantautoriali statunitensi, completa la trama del progetto artistico.
La fusion è un genere ancora ben vitale, se affidata a gruppi come i Nighthawks. Attivi da un trentennio, sono Dal Martino al basso elettrico, Reiner Winterschladen alla tromba e flicorno, Thomas Alkier alla batteria, Jörg Lehnardt alla chitarra e Jürgen Dahmen alle tastiere. Gruppo che inspiegabilmente non ha mai suonato in Italia, rappresentano una delle formazioni di punta per il genere in Europa, e nel set hanno mostrato le loro notevolissime qualità, con gradevoli riferimenti davisiani (il trombettista vanta una carriera importante, compresa una militanza nella NDR Bigband), riscuotendo unanime consenso da parte dell’uditorio.
Un concerto di Håkon Kornstad, per chi non lo avesse mai ascoltato in precedenza, costituisce una vera e ottima sorpresa: il sassofonista tenore, che si avvale di una loop station nei suoi concerti in solo, e mostra la sua creatività anche utilizzando un flauto traverso cui ha applicato il bocchino di un clarinetto, è da anni anche cantante lirico (la bellissima storia del suo innamoramento per il canto lirico è raccontata in prima persona in una Ted Conference (Jazz vs Opera: una battaglia tra tenori: Håkon Kornstad al TEDxOslo 2012) ascoltabile qui: https://www.youtube.com/watch?v=IIeb6p_z2x8). Maestro dell’uso degli armonici e dei multiphonics, con un suono terso, tecnicamente perfetto e una musicalità fresca e comunicativa, Kornstad è anche un tenore di eccezionale qualità, e alterna sapientemente il sassofono (o il flauto) e il canto, con un effetto inedito, sorprendente, incantevole, a volte arricchito anche dal fischio. Come il repertorio, che spaziava da Dear Old Stockholm a una folk song composta da Grieg, a Gluck (O del mio dolce ardor, dall’opera Paride ed Elena, cantata in perfetto italiano), sino alla canzone napoletana, sua dichiarata passione. Pubblico ovviamente in visibilio.
Il pregevole sito stadt.bau.raum (una miniera di carbone mirabilmente riconvertita in spazio culturale, come tantissimi altri in quel territorio) ha accolto il quartetto di Eivind Aarset (oltre al chitarrista, il basso elettrico di Audun Erlien e i ricchissimi set percussivi di Wetle Holte ed Erland Dahlen). Gruppo attivo da diversi anni, il quartetto suona come una intera orchestra, grazie al prezioso lavoro dei due batteristi-percussionisti che utilizzano anche strumenti a corde, una piccola marimba, campane e tanti altri oggetti, creando, intorno alla pregevolissima chitarra del leader e al solido suono del basso Rickenbacker, un tappeto ritmico-melodico che conferisce alla musica un fascino senza pari, in un progredire creativo di grande qualità. Da menzionare un memorabile duo percussivo in crescendo, testimonianza della grande potenza ritmica di questo gruppo, nel quale peraltro i batteristi sono anche capaci di lavorare di fino con delicatissime sottolineature, nei momenti in cui occorre. A seguire, il noto piano trio tedesco Tingvall Trio, con il leader Martin Tingvall e Omar Rodriguez Calvo al contrabbasso e Jürgen Spiegel alla batteria. Gruppo sulle scene da oltre vent’anni, con una decina di dischi all’attivo, mostra un affiatamento immediatamente percepibile, e un repertorio ampio e sperimentato in innumerevoli esibizioni live. Così sin dalle prime note si avvertiva la potente carica ritmico-armonica che sorreggeva le volate pianistiche del leader, con Rodriquez Calvo spesso all’archetto e Spiegel rapido e scattante, a sottolineare in virtuosi crescendo lo sviluppo delle composizioni. Efficaci anche nell’esecuzione delle ballad, laddove esprimono un afflato melodico notevole, e anche momenti venati di spanish tinge o di colori afrocubani.
La galleria d’arte Kunstraum Norten, in un concerto mattutino, ha fatto da sfondo, con le sue pregevoli opere esposte, al gruppo di Markus Stockhausen (insieme al trombettista, anche al flicorno e alla cornetta, Jeroen Van Vliet al piano elettrico, Jörg Brinkmann al violoncello e Christian Thomé alla batteria). La bellezza apollinea del suono del flicorno ha dato una forte impronta al set del quartetto, attento a valorizzare ogni elemento delle splendide composizioni con un commento di impareggiabile finezza. Non si potrebbe dir meglio del set, lirico, con una costante ricerca della bellezza dei suoni, e un costante interplay, una totale complicità musicale, fino all’esecuzione di Nebula alla tromba con la sordina, evocante spazi interstellari, assorta e onirica.
La Neue Zeche Westerholt, altra grande miniera recentemente riconvertita, ha accolto una breve inattesa performance della già citata Bison Rouge in uno spazio davvero suggestivo, e la musica elettronica di Julian Maier-Hauff, che utilizzando vari strumenti (tromba, sax, trombone e tastiere) e una loop station ha creato un mix affascinante di suoni acustici ed elettronici, connotato anche ritmicamente, in un costante divenire, decisamente fruibile e di qualità.
Consuetudine del festival, il festoso evento finale presso lo spazio architettonicamente affascinante della Heilig-Kreuz-Kirche, che è stato quest’anno affidato al collettivo Jazzanova di base a Berlino, con ospite il cantante Wayne Snow di origini africane, per un set tra acid jazz e soul.







