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Tredicesima edizione del Torino Jazz Festival 2025

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Torino, varie sedi (fra cui Conservatorio Giuseppe Verdi, Teatro Juvarta, Teatro Vittoria, Casa Teatro Ragazzi e Giovani, HMA Hiroshima Mom Amour, Cinema Monterosa, Cinema Massimo)

23-30 aprile 2025

Del Torino Jazz Festival 2025 (TJF), tredicesima edizione fitta di concerti e di avvenimenti (se ne sono contati settantuno) svoltisi dal 23 al 30 aprile (con un’anteprima dal 15 al 22), abbiamo seguito tre giorni, dal 25 al 27. L’intera rassegna è stata intitolata dal direttore artistico Stefano ZenniLibera la musica”, un invito a “liberare la musica dalle strettoie dei generi”, di fatto presentando il jazz sotto le più svariate forme e molteplici accostamenti (con la musica sinfonica, l’elettronica, il rock, la world), con ben otto produzioni originali e quattro esclusive nazionali: i prezzi meritoriamente contenuti hanno favorito un all sold aut generale.

Nei giorni indicati sono stati presentati tre pianisti in esibizioni solitarie: l’affermato e giustamente celebrato Vijay Iyer, la stella nascente Amaro Freitas e la novità Margaux Oswald.

Rispetto al trio e pure alle precedenti prove al piano solo, l’odierno Vijay Iyer individua una dimensione, se non più intimistica, più dilatata, che gli fa stemprare nella prolissità (senza mai cadere nella ridondanza) i consueti complicati grovigli, dando vita a estesi movimenti pensosi, soprattutto ad inizio dei brani, con connotati che rimangono lontani da ogni implicazione romanticheggiante e vicini a un asettico razionalismo, espressi con tocco classico accademico “posato”, rinunciando così, in un primo momento, al conferimento d’intensità. Questa invece mano a mano sale con il procedere sempre più tortuoso delle improvvisazioni, che sono magistrali “composizioni istantanee”, attraverso asimmetrie strutturali, slanci interrotti, figure di accordi contrapposte, blocchi gonfi e austeri e cupi sussurri: è un cumulo di forze antitetiche che, ricordando vagamente Andrew Hill o Muhal Richard Abrams, possono arrivare a delineare, alla fine di un brano il tema di Thelonious Monk “Friday The 13th”, oppure fare solo affiorare nel mezzo di un altro qualche punta delle ballad “I’ve Got You Under My Skin” e “Night And Day”, o all’inizio di un altro ancora accennare a “Imagine” di John Lennon, o introdurre “El pueblo unido jamás será vencido” degli Inti-illimani, poi reso irriconoscibile in una continua destrutturazione e ricomposizione, tanto per informare da che parte sta in un concerto tenuto in Italia il 25 aprile.

Se Iyer durante tutta l’esibizione non ha mai abbandonato una sorta di severa intellettualità, Amaro Freitas è stato più giocoso, addirittura facendo vari riusciti tentativi di coinvolgere il pubblico. Ha iniziato con tre lunghi brani di puro pianismo, senza alcuna concessione “leggera”, presi dal suo recente album in solo “Y’Y”, attraverso i quali ha dimostrato un avviluppato e frenetico virtuosismo che ha mescolato echi di Ravel, Mussorgsky e Tatum, impiantando una struttura poliritmica, fatta di incroci stratificati e di differenti cadenze suonate simultaneamente da ciascuna mano, che irradia un misto ossimorico di turbamento e di festa. Sembra che Freitas si addentri nella giungla, vi ci si perda e riesca a uscirne dopo vari cambi di direzione (equivalenti ai vari cambi di tonalità). Questa immagine extra-musicale trova giustificazione nella biografia del pianista, nato a Recife nel Brasile nord orientale, trovando ispirazione nella cultura indigena dell’Amazzonia, ben evidente nella creazione di un bucolico paesaggio sonoro (in un brano forse tenuto troppo a lungo) dove i suoni emessi da un flautino, un fischietto e dal pianoforte preparato diventano i canti degli uccelli e i fruscii degli alberi, facendo immaginare lo scorrere lento dell’imponente Rio delle Amazzoni.

L’allegro richiamo di Freitas alla partecipazione del pubblico non ha toccato l’esibizione della seriosa, concentrata e rigorosa Margaux Oswald, giovane franco-filippina nata a Ginevra e residente a Copenaghen, votata all’avant-jazz più intransigente. Anche lei ha presentato un musica descrittiva, che s’è potuta decifrare solo in seguito alle sue stesse indicazioni, ciò deponendo in favore della teoria della sostanziale asemanticità del linguaggio musicale. Nel concerto, come nel disco di debutto “Dysphotic Zone” uscito nel 2022 per la Clean Feed, la Oswald ha voluto descrivere, come da titolo, il viaggio musicale verso la zona oscura del mare profondo con il suono del pianoforte che vaga nei fondali come se inseguisse una debole luce che si riesce a intravedere sott’acqua, passando sopra a rocce, alghe, plancton, meduse, granchi. La stessa aggrovigliata camminata delle due mani della Oswald sulla tastiera è “a granchio” e produce esili filiformi arpeggi dissonanti sulle note più alte che in seguito si trasformano in energici pattern esplosivi, o fa il verso al mare descritto da Debussy per passare a travolgenti misture di rapidi accordi e a disegni melodici percussivi e disarmonici, allargando il proprio cammino in più direzioni senza mai perdere il senso di equilibrio, il tutto con una tecnica superiore, fluente, precisa e netta.

Un altro pianista, Enrico Pieranunzi, non si è esibito in solitaria, bensì accompagnato sontuosamente, oltre che da Luca Bulgarelli al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria, componenti del suo abituale trio, da una orchestra da camera, la Filarmonica Italiana (quintetto d’archi più quattro legni e un ottone) diretta da Michele Corcella. Con “Blues And Bach” Pieranunzi ha omaggiato John Lewis, uno dei giganti del jazz, che con la musica barocca e in generale la musica classica ha costantemente flirtato, riproponendo alcune sue celeberrime composizioni (fra cui “Django”, “Concorde” e “Skating In Central Park”) e “Autumn in New York”, che Lewis registrò con il Modern Jazz Quartet per la Prestige nel 1953. Piano, sezione ritmica e orchestra si integrano alla perfezione, rivisitando quei classici con rispetto, mantenendone le peculiarità di leggerezza precisione e pulizia, con Pieranunzi più esuberante ed estroverso rispetto al pianismo di Lewis e le parti orchestratali scritte da Corcella, spesso armonicamente lussureggianti e ritmicamente briose, che apportano inedite sfaccettature alle composizioni originali.

Due altri gruppi hanno presentato una musica fuori dagli schemi estremamente interessante e coinvolgente: il quartetto Korale e il Jan Bang Sextet.

Korale è composto dagli italiani Francesca Remigi alla batteria e Michelangelo Scandroglio al contrabbasso insieme ai coreani Youngwoo Lee al piano e DoYeon Kim al gayageum, grosso strumento a corde della tradizione coreana, e al canto. La musica, in gran parte composta (anche per la batteria) con una scrittura varia, irregolare, piena di stop e riprese sghembe, ha coniugato il jazz, risultato dalle parti esuberanti e movimentate improvvisate soprattutto da Lee e dalla pulsazione della sezione ritmica, con stilemi tipici della musica coreana, dati soprattutto dal canto drammaticamente penetrante e urlato della Kim e dalla caratteristica sonorità metallica e sorda del gayageum da lei suonato con grande perizia tecnica.

Il celebre producer e compositore Jan Bang ha assemblato per l’occasione torinese un gruppo internazionale inedito, con lui medesimo al live sampling e al canto, Eivind Aarset alla chitarra e alle elettroniche, Mats Eilertsen al contrabbasso, Santi Careta alle chitarre, Sanem Kalfa al violoncello e al canto e Michele Rabbia alla batteria, sestetto che ha eseguito una live suite di un’ora e mezza divisa in dieci parti, intitolata “Alighting”, da lui composta. Le atmosfere sono quelle di certo folk e rock progressive inglese degli anni settanta, spesso sognante e ritmicamente morbido, con molti cambi di accordi e registri, lunghe pause riflessive e insistenze nel riproporre, prolungandole con minime variazioni, le medesime atmosfere, quasi a voler raggiungere una sorte di estasi mistica. Bang, al centro della scena con un mixer in cui entrano i segnali di tutti i musicisti, dirige il traffico dei suoni, scegliendo cosa enfatizzare, cosa smorzare e cosa trasformare.

Per finire il nostro excursus di tre giorni al TJF, c’è da parlare delle potenti e fervide esibizioni di due gruppi italiani, entrambi praticamente all-star: il Nexus, storica compagine fondata nel 1980, e il Furio Di Castri 8, costituito appositamente per il festival.

I Nexus, con i due fondatori e leader Daniele Cavallanti, tenor sassofonista, e Tiziano Tononi, batterista, affiancati da Roberto Ottaviano (sax soprano), Emanuele Parrini (violino), Alessandro Castelli (trombone), Luca Gusella (vibrafono) e Andrea Grossi (contrabbasso), hanno omaggiato il geniale sassofonista, clarinettista, flautista e compositore Eric Dolphy riproponendo, arrangiati dagli stessi Cavallanti e Tononi, suoi brani significativi, fra cui “Hot And Beard”, “Jitterbug Waltz” (un classico di Fats Waller che Dolphy ha interpretato numerose volte), “Lotsa Potsa”, “Serene”, “Straight Up & Down” e “Out To Lunch”. I nuovi arrangiamenti, similari fra loro, si sono distaccati dagli originali, risultando più corposi e rigogliosi, sia armonicamente che per l’inserimento nel procedere di ogni brano di varie felici trovate, come momenti d’improvvisazione collettiva e altri in solitaria, inesistenti in quelli di Dolphy, che perlopiù seguono lo schema tradizionale di assoli racchiusi fra l’esposizione del tema iniziale e la riesposizione finale. I temi, in sé, sono stati mantenuti nella loro essenza, anche se esposti con differenti accenti, mutazioni timbriche, altre velocità e a volte anticipati da lunghe introduzioni a tempo libero, mentre gli svolgimenti, comprendenti le parti arrangiate e quelle solistiche, hanno ricordato più la sontuosità mingusiana che l’aspra asciuttezza dolfiana, con il violino e il trombone che hanno creato, anche nell’orchestrazione, un suggestivo contrasto, e con il vibrafono del tutto appropriato al contesto, perché non può non ricordare quello di Bobby Hutcherson nell’album testamento di Dolphy “Out To Lunch”.

Il contrabbassista compositore e arrangiatore Furio Di Castri ha messo insieme, in occasione del suo settantesimo compleanno, un ottetto con alcuni dei più valenti jazzisti italiani, tutti amici che con lui hanno collaborato nel corso di una pluridecennale carriera: Mauro Negri al clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Federico Pierantoni al trombone, Andrea Dulbecco al vibrafono, Fabio Giachino alle tastiere, Mattia Barbieri alla batteria e il chitarrista vietnamita Nguyen Le. I brani presentati, composti da Dulbecco, Le, Zlatko Kaućić e lo stesso Di Castri, sono dedicati alle terre martoriate dalle guerre, il Vietnam, l’Irlanda, il Cile e l’Argentina, la Bosnia, la Palestina, tramutando il concerto in un grande inno alla pace, terminato con l’arrangiamento della canzone diventata l’inno alla pace per antonomasia, “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan (che dà pure il titolo all’intero progetto). Ogni brano è stato accuratamente preparato con arrangiamenti multiformi che imprimono alla musica continui cambi di situazioni, atmosfere, dinamiche e intensità, alternando parti composte con parti improvvisate, sia singolarmente (e ogni solista, tutti eccellenti, trova sempre un terreno differente su cui muoversi), sia collettivamente, raggiungendo anche momenti di simil-free, e toccando i generi più diversi, classici e moderni, rockeggianti e folk, sempre mantenendo compattezza e unità di stile e trasmettendo con forte pathos l’importante messaggio di pace.

Non ci sono stati solo concerti, al TJF, ma anche diversi avvenimenti culturali legati alla musica, come conferenze e proiezioni cinematografiche. Fra quest’ultime siamo riusciti a vedere “Just Play And Never Stop. Un viaggio spericolato nel jazz”, che il regista Jonny Costantino ha girato durante le precedenti due edizioni del festival. Tramite interviste a musicisti (fra cui Roscoe Mitchell, Gonzalo Rubalcaba, Mats Gustaffson, Dan Kinzelman, Silvia Bolognesi, Dave Holland, Steve Lehman, Shabaka Hutchings e Hamid Drake) e ad addetti ai lavori (Stefano Zenni), assieme a spezzoni di concerti, si è andati alla ricerca di cosa sia il jazz e di come bisogna affrontarlo e suonarlo. Formalmente il docu-film ha una sua emozionante originalità, per la divisione tematica per argomenti ben evidenziati da titolazioni appropriate, per gli insoliti primissimi piani molto dettagliati e un po’ cupi, distribuiti soprattutto nella prima parte, per l’uso continuo delle dissolvenze incrociate e, nella parte finale, la sovrapposizione di due immagini di cui una funge da sottofondo, parti che, risultando più eteree, si contrappongono con efficacia drammaturgica a quelle iniziali.