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28ma edizione del Pančevački džez festival

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Solitamente dopo il Jazz Festival di Belgrado si tiene il festival della cittadina a nord della capitale bagnata dai fiumi Danubio e Tamiš. Si articola su tre serate, che quest’anno non sono state consecutive, ricorrendo l’1 novembre il primo anniversario della tragedia di Novi Sad. Un programma esclusivamente serale, con due concerti nel bell’auditorium del Centro Culturale.

Un concerto in solitudine del noto pianista norvegese Tord Gustavsen ha inaugurato il festival la sera del 30 ottobre. Alfiere dell’estetica Ecm, specie quella più legata ad aspetti romantici e malinconici, Gustavsen nella dimensione solistica si è avvalso del supporto di un sound designer, che ha contribuito a corredare i suoni del pianoforte e dell’elettronica di un colore particolare. Lirico, poetico, a tratti malinconico come già detto, Gustavsen ha suonato un set senza soluzioni di continuità, in un fluire di atmosfere notturne, delicatamente nordiche, con momenti che potevano evocare immagini cinematografiche noir con l’uso del registro basso dello strumento. Una sorta di percorso tra paesaggi diversi, spesso di intensa bellezza, con appena un lieve rischio di monotonia.

La Serbian All Stars è composta da professori del Dipartimento di Jazz e Musica Popolare della Facoltà di Arti Musicali di Belgrado: Luka Ignjatovic all’alto, Dragan Calina al pianoforte, Milan Nikolic al contrabbasso e Aleksandar Cvetkovic alla batteria. A Pancevo hanno ospitato Gorica Sutić alla voce, Milena Jančuric al flauto, Ivan Radivojevic alla tromba, Bojan Cvetkovic al pianoforte e Miloš Colovic al contrabbasso. Raggruppandosi in trii, quartetti e quintetti, hanno restituito – come già avvenuto l’anno precedente durante il festival di Belgrado -una bella panoramica sullo stato attuale del jazz in Serbia, che gode di buona salute, restando saldamente legato alla tradizione mainstream. Ignjatovic ha fatto da maestro di cerimonie, con il suo suono e fraseggio sempre convincenti, e tutti hanno fornito ottime prove, pur se menzionerei in particolare Colovic, Jančuric e Radivojevic.

Ascoltare il trio di Dave Holland (con Jaleel Shaw all’alto e Nasheet Waits alla batteria) significa di fatto andare incontro all’essenza stessa del jazz di oggi, alla sua identità più profonda. Accompagnato da due fuoriclasse – Shaw mirabile solista e Waits che ogni giorno di più si colloca ai vertici internazionali del suo strumento -, il settantanovenne contrabbassista, più in forma che mai, concentrato e a un tempo sorridente e rilassato, ha proposto alcune delle sue celebri composizioni, da Passing Time a Rivers Run (con un assolo di Waits decisamente da antologia) e Four Winds, oltre a una composizione del batterista, Between Nothingness and Infinity e una di Shaw. Concerto memorabile.

Yuval Cohen, classe 1973, sax soprano, fratello di Anat e Avishai, recente protagonista di una incisione per Ecm («Winter Poems»), ha presentato le ottime composizioni contenute nel suo bell’album, insieme ai musicisti che hanno partecipato alla registrazione. Oltre al leader, ha particolarmente spiccato il giovane pianista Tom Oren, un artista da tener d’occhio, il solo israeliano a vincere il primo premio nella International Piano Competition del Thelonious Monk Institute of Jazz, nel 2018, ma anche il contrabbassista Alon Near e il batterista Alon Benjamini sono stati apprezzabili. Un bel senso melodico, buon affiatamento, per un set che ha riscosso un buon successo.

L’ultima serata è stata conclusa da un quartetto di giovani polacchi, “Siema Ziema”, sax tenore e flauto, chitarra, basso e batteria. Tanta elettronica, in questo concerto curato dalla Fondazione Seifert, ma anche improvvisazione, alti livelli sonori, energia ritmica.

Il concerto clou del festival, insieme al già citato trio di Dave Holland, è stato quello del trio di Danilo Perez, John Patitucci e Adam Cruz. L’intesa fra i tre è praticamente perfetta, e le composizioni del pianista panamense, dense di riferimenti al latin jazz, contengono una forte e felice carica ritmica, che consente al basso elettrico a sei corde e al contrabbasso di Patitucci e alla calibratissima batteria di Cruz di esprimersi al meglio. Patitucci ha preso degli assolo formidabili, e ha anche usato l’archetto sul contrabbasso, mentre Perez ha aggiunto al suono del pianoforte i colori elettronici di un synth, perfetti per fornire ulteriori elementi alla gradevole complessità dei brani. Perez non ha mancato di ricordare tre colleghi recentemente scomparsi, DeJohnette, Ray Drummond ed Eddie Palmieri, e a soffermarsi anche su atmosfere più delicate, come nella ballad Beloved ispirata al celebre romanzo di Toni Morrison. Palpabile, in sala, il piacere dei tre di suonare insieme, un miracolo di energia che si trasmetteva al pubblico, che a sua volta rispondeva con crescente entusiasmo. Cose che nel jazz succedono, ma non spessissimo.