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A colloquio con Lino Volpe, autore di “JAZZ STORY: il diario di Tony Monten” (prima parte)

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CulturExpress Edizioni
Immagine di copertina e illustrazionni a cura di Silvana Orsi

Con Jazz Story: il diario di Tony Monten, Lino Volpe firma un romanzo che è al tempo stesso racconto storico, affresco sociale e dichiarazione d’amore per il jazz come fenomeno culturale totale. Attraverso la voce del suo protagonista – manager, musicista e testimone privilegiato di un’epoca – Volpe ci accompagna alle radici profonde di questa musica, tra New Orleans, migrazioni, club, tensioni razziali e intrecci con la politica e la criminalità.
In questa intervista, l’autore ripercorre la genesi del personaggio di Tony Monten, il lungo lavoro di ricerca che sostiene la narrazione e le figure storiche che hanno ispirato il romanzo, offrendo al lettore uno sguardo lucido e appassionato su un jazz che non è mai solo suono, ma storia viva, memoria e identità.

Da dove nasce l’ispirazione per il personaggio di Tony Monten e quanto si basa su figure realmente esistite?

Il personaggio di Tony Monten nasce da un intreccio di suggestioni e di figure di manager, e gestori di jazz club realmente esistite, reinterpretate in chiave narrativa. Tra le fonti d’ispirazione vi sono George Wein, che seppe trasformare il concetto di festival in un autentico evento culturale e sociale, dando vita anche al Newport Folk Festival; Harry Pace, imprenditore afroamericano e fondatore della Black Swan Records, la prima etichetta indipendente dedicata agli artisti neri; e John Hammond, talent scout e produttore che contribuì a scoprire e lanciare personalità come Billie Holiday, Count Basie e Charlie Christian. Ma forse la figura che più ha alimentato la mia immaginazione è stata quella di Joe Glaser, anch’egli di origine ebraica, leggendario manager di Louis Armstrong per oltre trent’anni. Glaser, nel 1940, fondò l’Associated Booking Corporation, destinata a diventare una delle più influenti agenzie di management musicale del jazz, con un roster che includeva Duke Ellington, Benny Goodman e Lionel Hampton. La sua parabola professionale rappresenta un tassello fondamentale per comprendere come il jazz sia stato organizzato, promosso e diffuso su scala internazionale.

A questi si aggiunge, naturalmente, Norman Granz, visionario fondatore di Jazz at the Philharmonic, capace di portare il jazz dalle sale fumose ai grandi teatri e arene. Nella trama del mio romanzo, Granz diventa uno dei principali rivali di Tony Monten: un antagonismo che nasce dall’ammirazione, ma anche dal peso della differenza generazionale. Granz, infatti, nella ricostruzione romanzesca, ha circa vent’anni in meno del “vecchio Tony”, e la sua intraprendenza mette in luce la fragilità del protagonista di fronte a un mondo che cambia.

Il personaggio di Tony Monten mi ha permesso di evocare una figura tipica del mondo del jazz: quella del manager di origine italiana. Storicamente, infatti, la gestione degli affari artistici nel jazz è stata spesso affidata a impresari di origine italiana o ebraica. Le comunità di emigrati italiani contribuirono non solo come musicisti ma anche come organizzatori e promotori, mentre gli impresari ebrei furono protagonisti della produzione discografica e della diffusione internazionale del jazz. Accanto ai grandi manager e impresari di origine ebraica, la comunità italiana ebbe un ruolo fondamentale nella gestione dei locali jazz. “

Per concludere, nel primo volume, in questa prospettiva, trova ampio spazio la figura di Paul “Skinny” D’Amato, vecchio amico e collega di Tony Monten. Si tratta di una figura importante storicamente, nato ad Atlantic City da una famiglia italoamericana, D’Amato divenne celebre come proprietario e gestore del leggendario 500 Club, uno dei locali più importanti della città tra gli anni ’40 e ’60. Il club ospitò grandi nomi dello spettacolo e della musica, da Frank Sinatra a Dean Martin e Jerry Lewis, e fu un crocevia di jazz, cabaret e intrattenimento. Skinny incarnava perfettamente la doppia dimensione dell’impresario italoamericano: da un lato l’uomo di fiducia degli artisti, capace di lanciare giovani talenti e di garantire spazi vitali al jazz; dall’altro il gestore pragmatico, inserito nel tessuto sociale e commerciale di Atlantic City, dove la comunità italiana ebbe un ruolo decisivo. La sua parabola, intrecciata narrativamente con quella di Monten, restituisce il senso di una generazione di manager e impresari che, pur con percorsi diversi, contribuirono a trasformare il jazz e lo spettacolo americano in fenomeni popolari e internazionali. Non meno significativo, come aggancio narrativo, è il fatto che Tony Monten fosse anche un discreto batterista: questo mi ha permesso di sviluppare il suo personaggio ispirandomi a figure come quelle dei bandleader-imprenditori, Tony Pastor e Guy Lombardo, che incarnarono la doppia dimensione di musicisti e manager delle proprie orchestre.

Come hai raccolto e selezionato i materiali storici e le testimonianze che compongono il romanzo?

La raccolta e selezione dei materiali storici che compongono il romanzo è stata un lavoro lungo e paziente, iniziato oltre trent’anni fa. Da ragazzo cominciai a collezionare libri, pubblicazioni, dischi, audiocassette, fascicoli acquistati in edicola e qualsiasi altro documento che riguardasse il jazz. Nel tempo questa passione si è trasformata in una vera e propria biblioteca. Ho sempre ammirato e collezionato le opere degli studiosi americani e inglesi, ma la mia formazione si è nutrita anche dei testi di grandi esperti italiani: tra tutti Adriano Mazzoletti, che considero il mio maestro e punto di riferimento. Non meno importanti per me le lezioni e i testi di Roncaglia, Polillo e Piras, Bruno Schiozzi, Max Harrison, Burnett James, G.E. Lambert, Charles Fox, Roberto Leydi e Martin Williams, oltre naturalmente a Berendt e Schuller. Questi studiosi e ricercatori hanno accompagnato la mia crescita, alimentando una passione che si è trasformata in ricerca e, infine, in narrazione.

Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato nella scrittura del libro?

In questo primo volume trovano ampio spazio i musicisti che hanno operato e vissuto nella New Orleans dalla metà dell’Ottocento fino alla chiusura di Storyville e successivamente anche quelli che hanno operato tra New York e Chicago negli anni immediatamente successivi. Nel tessuto narrativo emergono figure emblematiche come Papa Jack Laine, Tom Brown, Raymond Lopez e Kid Ory, mentre particolare rilievo è dato all’importanza delle bande marcianti, con protagonisti quali Thèogène Baquet, George Moret e Peter Bocage. Ho cercato di ricostruire gli elementi formativi e didattici che segnarono la nascita del jazz, soffermandomi sul ruolo cruciale della famiglia Tio, che contribuì all’alfabetizzazione musicale di intere generazioni. La figura di Buddy Bolden e quella di uno dei suoi “rivali”, come John Robichaux, sono appena accennate in questo volume, ma verranno approfondite nel secondo. La narrazione si apre inoltre alla scena pianistica, con interpreti di straordinaria forza espressiva come Tony Jackson, Willie “The Lion” Smith e James P. Johnson, che incarnano la vitalità e la ricchezza di un linguaggio musicale in continua trasformazione.

Il personaggio centrale, a cui ho dedicato lo spazio maggiore, è Jelly Roll Morton, musicista spesso avvolto dal mito e dalla leggenda. Ho cercato di restituire l’importanza della sua opera mettendo in luce soprattutto i suoi meriti di compositore e innovatore, lavorando su una vasta quantità di materiali e intrecciando il suo percorso in una prospettiva storica e sociale. Ne emerge così un universo umano complesso, che accompagna Morton tanto come uomo quanto come artista. In questo scenario prendono forma figure significative della sua vita privata, come la madrina Eulaide e il suo più grande amore, Bessie Johnson, conosciuta anche come Anita Gonzales, sorella del contrabbassista Bill Johnson. Attraverso queste presenze, la narrazione si arricchisce di sfumature intime e biografiche, restituendo la dimensione più autentica di un protagonista che ha segnato in modo indelebile la storia del jazz.

Il romanzo affronta temi come mafia italo-americana e tensioni razziali: ti sei basato su fatti realmente accaduti?

Sì, assolutamente. Nei limiti del possibile, tutti gli avvenimenti storici sono saldamente ancorati a fatti realmente accaduti. La ricerca è stata lenta e minuziosa: ho cercato di ricostruire i legami storici intrecciando il tessuto arcaico siciliano con le trasformazioni del mondo criminale americano, in un arco temporale che va dalla Guerra di Secessione fino agli anni Sessanta. Ne è emerso un quadro articolato e ramificato, che parte dalle prime organizzazioni operanti a New Orleans alla fine della Guerra Civile e giunge fino alle connessioni che intrecciarono musica, mafia e potere politico durante i tentativi di destabilizzazione del regime castrista.

Che ruolo ha la città di New Orleans nello sviluppo dell’identità di Tony e del jazz in generale?

New Orleans, e più in generale la Louisiana, hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo dell’identità di Tony e del jazz in generale. All’epoca di cui parliamo, la Louisiana era un territorio ampio e complesso, che fino al 1803, con l’acquisto da parte degli Stati Uniti, comprendeva vaste regioni oggi suddivise in diversi stati americani. In questo scenario, New Orleans si impose come crocevia culturale e musicale, luogo di incontro tra tradizioni africane, caraibiche, francesi e italiane. Ma non fu l’unica città a contribuire alla nascita del ragtime, del jazz e del blues nel periodo compreso tra la metà dell’Ottocento e il 1917: St. Louis e Memphis, giusto per fare un esempio, furono anch’esse centri vitali, ognuna con una propria scena musicale e con bande, pianisti e cantanti che alimentarono il nuovo linguaggio sonoro. In questo tessuto urbano e sociale, il jazz trovò le sue radici, trasformandosi da musica popolare e comunitaria a fenomeno culturale destinato a diffondersi su scala nazionale e internazionale.

Ho cercato di raccontare i luoghi, i singoli quartieri come quello di Tremè, le strade e persino gli interni dei club, per restituire l’atmosfera architettonica, urbana e sociale di New Orleans e, più in generale, della Louisiana. Ho consultato e incrociato molte fonti per ricostruire luoghi mitici ormai scomparsi dalla memoria, come il quartiere di Algiers, dove nacque nel 1889 Manuel “Fess” Manetta, uno straordinario polistrumentista creolo di origini africane e siciliane che troverà ampio spazio nel secondo volume. In questo modo la narrazione si radica non solo nella musica, ma anche nello spazio urbano e sociale che l’ha generata, restituendo la vitalità di una città che fu crocevia di culture e tradizioni, e che ha dato forma al linguaggio del jazz.

Cosa rappresenta il personaggio di Milly Snow e perché hai scelto di alternare la sua voce a quella di Monten?

Il personaggio di Milly Snow è stato per me fondamentale nella scrittura e nella struttura del romanzo storico. Attraverso di lei ho potuto raccontare l’America vista dalla prospettiva di una giovane donna che cerca di realizzarsi in una carriera artistica, muovendosi nello scenario turbolento di New York a partire dal 1934, anno segnato dalla rivolta degli operai tessili e da forti tensioni sociali. La sua voce accompagna il lettore nei suoi primi passi come ballerina, alla corte di George Balanchine, e nelle sue esperienze nei teatri off Broadway, restituendo la vitalità e le contraddizioni di un’epoca. Milly è un personaggio complesso, una sorta di seconda voce che funge da bussola narrativa e da elemento temporale, capace di dare all’intero scritto un arco di svolgimento che si estende fino agli anni Settanta. La sua presenza, alternata a quella di Monten, permette di intrecciare due prospettive complementari: quella maschile, segnata dal mondo del jazz e del management, e quella femminile, radicata nella ricerca di emancipazione e di espressione artistica.

Qual è stato il momento storico più difficile da raccontare (Baia dei Porci, tensioni razziali, club del jazz)?

Ogni passaggio ha comportato una sfida diversa. La Baia dei Porci richiedeva di restituire la tensione geopolitica e il senso di precarietà di un mondo sull’orlo dello scontro; le tensioni razziali imponevano un lavoro di ascolto e di rispetto delle fonti, per non cadere in semplificazioni e per rendere giustizia alle voci che hanno vissuto discriminazioni e lotte; i club del jazz, infine, chiedevano di evocare atmosfere vive, senza mai tradire la verità storica.

Il metodo è stato sempre lo stesso: ricerca accurata, consultazione di tutte le fonti disponibili, e un impegno costante a trasformare i dati in scene dinamiche, capaci di coinvolgere il lettore o lo spettatore. La difficoltà non stava tanto nel selezionare un episodio più arduo degli altri, quanto nel mantenere un equilibrio tra rigore documentario e forza narrativa. In questo senso, ogni momento è stato un banco di prova: un esercizio di fedeltà alla storia e, al tempo stesso, di trasmissione viva della memoria.

Come descriveresti il rapporto tra jazz, politica e criminalità come emerge nella storia?

Il jazz, nella sua fase nascente, non fu mai un fenomeno isolato: si intrecciò con la politica e con la criminalità, diventando al tempo stesso colonna sonora e fluidificante di dinamiche sociali complesse. È una storia affascinante, perché mostra come la musica potesse dare voce a una comunità e aprire spazi di libertà; ma anche inquietante, perché quei suoni si diffusero in ambienti segnati da affari opachi e da poteri occulti. Attraverso figure come Tom Anderson, influente politico e proprietario di locali, o James “Jim” Moran, uomo d’affari con solide connessioni nel mondo dei club, emerge il filo sottile che legava il jazz a interessi non sempre trasparenti. In senso più ampio, anche le celebri madam di Storyville, come Josie Arlington e Lulu White, incarnano questa ambiguità: donne di grande carisma che gestivano case di piacere e saloon, luoghi dove il jazz trovava terreno fertile ma che erano al centro di traffici e compromessi. Il risultato è un quadro storico in cui il jazz diventa specchio delle contraddizioni di New Orleans: musica di emancipazione e di gioia, ma anche colonna sonora di un mondo dove politica e criminalità si intrecciavano con la vita quotidiana. Raccontare questa storia significa restituire la complessità di un’epoca, senza mai separare la bellezza del suono dalle ombre che lo circondavano.

Quanto è importante il concetto di migrazione e scambio culturale nell’evoluzione del jazz, secondo il libro?

Il concetto di migrazione e scambio culturale è un elemento cardine nell’evoluzione del jazz. Non si tratta soltanto di un movimento geografico di persone, ma di un continuo intreccio di memorie, rituali e linguaggi che hanno dato forma a una musica capace di attraversare confini e trasformarsi. Nel corso delle pagine emergono figure e vicende che scavano in più direzioni: dalle radici africane, con i riti funebri e le pratiche comunitarie portate dagli schiavi, fino alle tradizioni europee e mediterranee. In particolare, il libro mette in luce il rapporto arcaico tra i funerali di New Orleans, con le loro bande musicali e processioni, e i riti funebri africani, ma anche le processioni del Sud Italia.

Che messaggio vorresti lasciasse il romanzo a un lettore appassionato di musica, ma magari meno esperto di storia afroamericana?

Mi auguro che questo libro possa essere percepito come un portale, un ingresso in un mondo straordinario che continua ad affascinarmi e attrarmi. Non è soltanto un racconto di eventi o di protagonisti, ma un invito a immergersi nella musica e nelle sue radici, a scoprire figure e storie che hanno contribuito a renderla universale. Vorrei che il lettore, anche se meno esperto di storia afroamericana, trovasse in queste pagine un primo passo verso la conoscenza, un’occasione per lasciarsi incuriosire e per cercare altre narrazioni, altre voci, altri tasselli con cui comporre un quadro sempre più chiaro e ricco.

Un grazie speciale a Lino Volpe per la sua disponibilità ma strappiamo anche una promessa: che ci torneremo su questi argomenti. Come si può probabilmente intuire Jazz Story è il primo movimento di un’opera più ampia, che ambisce a raccontare il jazz nella sua complessità umana, politica e sociale.
Le pagine dedicate a personaggi solo accennati, a città appena intraviste e a snodi storici destinati a diventare centrali lasciano presagire che il viaggio di Tony Monten – e quello del lettore – è tutt’altro che concluso. Come spesso accade nel jazz, il tema è stato esposto con forza; ora resta da attendere le variazioni, gli sviluppi e le nuove improvvisazioni che i prossimi capitoli sapranno portare.